Day 20 – Italia

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Ho detto in prima battuta come viaggiare sia il miraggio di un ritorno all’infanzia causato dalla solitudine. Mi è molto più difficile descrivere quel meccanismo di riallaccio della maturità e dei doveri, anche minuscoli, che incombono ogni giorno su di noi. Persino adesso, quando abbiamo deciso di girare la macchina e tornare a casa prematuramente, non trovo una cagione migliore del rispetto di affetti ed incombenze per giustificare al diario la scelta. Dopo una notte a Gherta Mica per restituire la macchina, siamo su un’altra vettura che punta verso l’Italia. Nel mezzogiorno, quasi senza accorgerci, pranziamo in centro a Budapest. Lasciamo alle spalle la capitale rumena, ultima nostra tappa inespressa, e quatto giorni di parole non dette che mi piace comunque poter pensare di conservare come scatole vuote. Durante il lungo tragitto, tra frontiere e cartelli stradali di benvenuto, ricevo anche un’ulteriore distacco da quel mondo infantile che aleggia intorno al mio io viaggiatore. Come ogni pensiero da bambino, portava con se molti sogni e molta incoscienza, ma da ora è serenamente giunto il momento di non rammaricarsi. Provo a distrarmi. Riordinando i pensieri mi accorgo di aver una scatola in più. È piena degli appunti di viaggio del mio taccuino. È zeppa di nuove destinazioni, permanenti o meno. È satura di dettagli. Ci trovo il campeggiatore di Bologa in completa solitudine intento ad accedere il fuoco, il bambino di dieci anni di Bistrita che fumava sigarette al tavolo dei grandi, la reggia dello zingaro di Certeze dall’aspetto e dalle dimensioni pacchiane e colossali, ci trovo la moda degli uomini chiatti del Maramures di alzare la maglia fin sopra la tonda pancia, gli scolapiatti dei zigani che appendono le padelle a rami piantati fuori dalle tende, la via di pali luminosi, custodi ognuno di enormi nidi di cicogne, ci rivedo la signora con gli occhiali spezzati in più punti seduta accanto a me sul primo volo, i sandali bianchi di suo marito e lo smalto sbavato della hostess che ci serviva. Insomma una scatola piena di personaggi e luoghi cui potrei dedicare un racconto ciascuno. Potrei dedicarvi la mia fantasia. Potrei dedicarvi le parole, sempre più affascinanti della realtà. Ora però i bagagli sono già stivati e noi veleggiamo a sud. Allora addio Romania, non mi arrogo l’insolenza di dirti conosciuta dopo soli venti giorni di viaggio, ma da buon navigatore, seppur superficialmente, posso dire d’averti vista e solcata. E come tale di averti anche un po’ capita.

Day 18 – Sibiel / Cluj-Napoca

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Lasciata Sibiu a malincuore, partiamo prestissimo per una destinazione molto vicina. Vogliamo dare un occhio ai villaggetti a ridosso delle colline poco fuori la città. Ci fermiamo a Sibiel, dove noleggiamo delle biciclette e esploriamo i suoi dintorni pedalando. Passato il piccolo borgo di Vale, ci fermiamo a pranzare a Săliște, un anonimo centro con le vie principali ricoperte di autobloccanti. I pittoreschi paesini da “cappuccetto rosso” descritti dalla nostra guida, sono in realtà compatti agglomerati di case contadine, con un vago aspetto rurale e un ingresso diretto nel verde che li circonda. Sebbene pensassimo di restare l’intera giornata in una pensione delle tante, partiamo nel primo pomeriggio alla volta di Cluj-Napoca. Sulla strada veniamo fermati ad un posto di blocco. Il poliziotto prima dice che la nostra assicurazione è scaduta, ma deve ricredersi dopo il controllo in rete. Poi che la mia patente è scaduta, ma deve ricredersi quando mostro il tagliandino di rinnovo. Poi che avevamo le luci anabbaglianti spente, e qui dobbiamo ricrederci noi. Paghiamo la multa e salutiamo (non senza argomentazioni che qui preferirei evitare). Dopo alcune ore di viaggio siamo alla confusissima Cluj-Napoca. Ci riceve un colonnato di edifici e palazzi, come colonne adatte ad un ingresso colossale. E più mi sforzo di trovare paragoni adatti a questa città, più mi viene in mente Milano. Con le linee dei tram che tagliano il cielo, gli indaffarati abitanti che brulicano dentro palazzi storici e ingrigiti. Le chiese che sopportano condomini e traffico. E i cittadini vestiti da perfetti cosmopoliti. Sì, sembra proprio Milano. Una città che a naso (a proposito, l’ho misurato e sembra stabile) non gode delle mie simpatie.

Day 17 – Sibiu

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Lo spavento di ieri mi ha fatto dimenticare parte della giornata. Portando le cose alla memoria, mi è tornato in mente che nel pomeriggio io e Mattia ci siamo andati a comprare una scacchiera e siamo andati al parco a giocare. Intorno a noi c’erano folti gruppetti di anziani dediti alla stessa attività, così ci siamo presi un tavolo e abbiamo messo giù i pezzi. Non appena pronti a partire, un signore sulla settantina si è avvicinato iniziando a parlare vorticosamente. Pensavamo ci volesse cacciare, invece voleva sfidarci. Ho raccolto la sfida facendomi disintegrare in poche mosse, complice la sua fastidiosa parlantina. Quando asserisce di essere istruttore, aggiusto il tiro e nella rivincita imposto una partita di Re che sfocia poi in una difesa “due cavalli” a me nota, dove il nero sacrifica un pedone centrale alla quarta mossa per minacciare poi il suo alfiere con cavallo in a5. Pur non ottenendo vantaggio è costretto a pensare e ciò mi rincuora perché cala conseguentemente il suo sproloquio. Muove i pezzi distratto, parla in francese con inserti casuali di rumeno, inglese e spagnolo. Alle quattro meno quindici guarda preoccupato l’orologio e sentenzia “alle quattro meno sette devo andare”. E alle quatto meno otto lascia il mediogioco con ancora tutto da decidere. Saluta, ci regala due tavole di cioccolato, e scrive il suo nome e indirizzo sul taccuino di Mattia. Solo in ostello scoprirò, cercando sul sito della federazione, che il signor Adrian-Florian Sasui-Ducaoara era maestro fide, con un picco forza superiore ai 2300 punti ELO. Prima di arrivare in camera però, e poi ancora alla giornata di oggi, ci siamo fermati alla chiesa nera di Brașov per ascoltare un concerto di organo (hanno un bellissimo Buchholz degli inizi ‘800).
Dopo una giornata così stressante oggi abbiamo preso la sveglia con più calma e in tarda mattinata siamo arrivati a Sibiu. L’impatto con la città è dei migliori. Il centro custodito da mura antiche eleva due piazze gigantesche e tangenti, simili ad un grosso otto. Attraversando il punto di contatto sembra di entrare nell’altra metà di uno specchio. Prendiamo una camera con vista su piața mare e battiamo a tappeto le sue vie ciottolate. Sibiu fonde perfettamente gli spiriti rumeni. L’aria ungherese riempie le piazze, l’angoscia transilvana le dona fascino, l’architettura sassone fissa le abitazioni più semplici nella tradizione e la grande cultura la veste da aristocratica signora. I due enormi spazi centrali si contrappongono allo spazio urbano sottostante, più grezzo e compatto. Lì. I tetti delle case sembrano soffrire il peso della gravità nei loro moti ondulati. Tagli orizzontali, come carne sollevata in una piaga, nascondo lucernari ed abbaini. Mille occhi tetri scrutano lo stesso orizzonte dove, da centinaia di anni, magiari, romeni, zingari e sassoni faticano a mischiarsi fra loro.

Day 16 – Bran

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Li ho visti con questi occhi. Li ho visti trascinarsi con il loro passo da morti viventi, i vampiri di Bran. Luogo sinistro, soleggiato, già artefatto nella finta leggenda che lo avvolge. Siamo arrivati ai suoi piedi di mattino presto, sperando che si ritirassero nei loculi, ma man mano che il sole si alzava questi uscivano impavidi per sfamarsi. Intrappolati in un lungo serpente sibilante, soffocati nelle fredde spire di un pallido fiume di mostri variopinti, siamo stati risucchiati nel castello, poi giù nelle sue segrete. Bocche recitano litanie in ogni linguaggio della terra. Unghie grifagne e siliconate provano ad artigliarci. Sandali, vesti cangianti con loghi messianici, canini assetati che si inficcano in fette di pane preconfezionate. Occhi spenti in una moltitudine vitrea, l’assenza di pensiero dei condannati a vivere. E il sole, alto e bruciante, combattuto con potenti esplosioni di luce emessi dai loro strumenti di eterno oblio. Li rivolgono verso loro stessi, rubandosi l’anima ogni qual volta la clessidra che scandisce il tempo della noia volta il suo macabro richiamo. Le creature più piccole, non meno spregevoli, seppur ignare, vengono educate con gli stessi crismi. Cresceranno un giorno per divorare altri loro simili, sterminarli brandendo alta l’unica arma di sottomissione che mai ha fallito. Soldi. Aliti pestilenziali mordono le nostre spalle con fetori di alchimie culinarie. Riusciamo a fuggire dall’incubo approfittando di una distrazione delle guardie, mercenari impenitenti al soldo dei vampiri. Sotto il castello i poveri contadini hanno già piazzato le loro bancarelle con sufficiente sangue e reliquie per chetare la fame perenne dei mostri che crollano dalle mura. Mimetizzandoci con grosse macchine fotografiche al collo, scappiamo. Giunti al mezzo di fuga troviamo le loro vetture chiuse a labirinto intorno alla nostra. Cercano di bloccarci con inviti, senza obblighi, proprio come faceva Dracula. La nostra forza di volontà è ferrea. Ma anche avviati sulla strada di ritorno a Brașov, il presentimento è quello che ci stiano ancora inseguendo. Non solo. È come se percepissimo che siano ovunque e
che stiano invadendo il mondo. Spietati, hanno finalmente rivoltato la percezione dello scibile umano ed ora, fieri della loro conquista, hanno cominciato a costruire le tombe dove giacere con occhi sbarrati, non più sotto terra, ma sempre più verso l’alto. In onore alla loro grandezza,

foto di copertina – Martin Parr

Day 15 – Brașov

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L’utilizzo delle similitudini è un esercizio puramente umano che ci aiuta ad accomunare luoghi, pensieri e persone distanti fra loro. Quando si incontrano, o quando si rivelano ai nostri occhi in momenti inaspettati, si crea in noi un senso di consapevolezza che sembra darci più saggezza. Come se, congiungendo due punti lontani, riuscissimo a tessere meglio la trama di una vita in cui tutto fugge e nulla rimane. Io ne faccio largo uso durante le descrizioni, ne vado letteralmente matto quando ne incontro di eclatanti e mi deprimo quando ne associo di banali. Ovviamente, di similitudini questo diario è zeppo. Alcune lampanti, chiare anche ai miei compagni di viaggio, sono già state elencate. I villaggi nei paraggi di Mediaș ad esempio, così simili al Messico e così colorati. O i monasteri moldavi, stupendi corpi tatuati. O il cimitero felice, così affine alle tombe di Spoon River.
Altre similitudini, molte volte personali, sono giunte per caso, e potevano invero rimaner taciute. Non ho detto infatti di come sì somiglino i due conti protagonisti dei libri che mi stanno accompagnando, Dracula e il Montecristo. O il finale di una grande storia, come quella che accomuna Mariangela al gabbiano Jonathan Livingstone, spariti entrambi dominando il cielo.
Infine le ultime similitudini, quelle banali e stucchevoli, come la scritta sulla collina di Brașov a richiamare la più famosa cartolina di Hollywood. Insomma ci si potrebbe sbizzarrire. Mi piace coltivarle perché hanno un enorme pregio, aiutano a ricordare. Domani Ale ci lascia e già scava nella mia memoria l’agosto scorso, quando a lasciare me e Mattia al proseguo del viaggio fu il buon Matteo Angelino alle porte di Tbilisi.
Non me ne stuferò mai. Ho lasciato un paragone in ogni città che ho visitato. Per usare l’ennesimo, ne ho abbandonato uno ad ogni passo come Pollicino lungo il mio percorso. Conservo un granello di pane per ogni volto, ogni piazza, ogni piatto, ogni gesto, ogni entità che sia stata in grado di regalarmi un’emozione. Belle e brutte siano, sono nel cassetto, come costellazioni di un universo tascabile e interconnesso. Mi piace pensare che un giorno saprò raccoglierle con parsimonia, ricostruendo la via fatta fino a quel punto. Non ho paura di andare lontano. Quel giorno, voltandomi, avrò ben chiaro da dove arrivo. E se non dovessi ritrovarci casa mia, sarebbe pur sempre qualcosa che gli somiglia.

Day 13 – Viscri / Criț

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La strada larga e polverosa tace, zittita dalla canicola. Ai suoi lati gli argini verdi di un paio di metri di prato distanziano i portoni rotondi delle abitazioni che si rispecchiano simmetricamente in tenui colori pastello. Un paio di abbeveratoi ricavati da tronchi scavati dissetano i motori dei calessi, cavalli dal fiocco rosso che penzola ai paraocchi. I volti imbruniti degli abitanti ci trasportano in un altro continente. Non fosse per la vecchia cittadella nascosta nel cuore dei vicoli, Viscri sarebbe un perfetto e pittoresco paesino dell’America latina. Ci si arriva svoltando per Bunești, dalla strada che congiunge Sighișoara a Rupea, lungo un paesaggio disseminato di minuscole abitazioni rom. La tranquillità che tutela questo posto cela una chiesa fortificata risalente al dodicesimo secolo difesa da un piccolo porticato poco più alto di un metro. Ci aggiriamo al suo interno, dove troviamo una torre legnosa e una piccola cappella dai soppalchi storti e dalle panchine inclinate, troppo serrate fra loro per ispirare pratica religiosa. A Criț, poco più avanti, troviamo la stessa atmosfera. Qui la strada principale, sempre sabbiosa, conduce a un grande spiazzo dove il tempo è immobile e i vecchi oziano all’ombra del bazar principale, posizione incantevole per osservare il lento andirivieni degli abitanti. Ragazzini schioccano fruste, un vecchio signore dallo sguardo languido giace abbandonato su una sedia mentre uno stormo di mosche interroga la sua carcassa. Sembra solo voler aspettare la fine con dignità e saluta orgoglioso i passanti. “Ce faci?” chiede Mattia “Come va?” e lui, come molti della sua età, risponde con un espressione universale di rassegnazione, una smorfia e spallucce a dire: “Così”. E Sighișoara? Direi bugie a non parlare della sua bellezza, del suo prestigio (d’altronde è la città che diede i natali a Vlad Țsepeș, l’impalatore) o della sua vivacità. Ma oggi onoriamo l’ozio, i deboli e gli stanchi, e come i nostri incontri, piacevolmente, sorvoliamo.

Day 12 – Biertan

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“Caro amico, benvenuto nei Carpazi. Vi attendo con ansia. Dormite bene questa notte. Domattina alle tre parte la diligenza per la Bucovina, sulla quale è stato fissato un posto per voi. Al passo Borgo sarete atteso dalla mia carrozza che vi condurrà da me. Spero che il viaggio da Londra sia stato buono, e che vi sia piacevole il soggiorno nel mio bel paese. Il vostro amico Dracula”.
Così il conte accoglie, in una delle primissime pagine del capolavoro di Bram Stoker, il giovane Jonathan Harker in viaggio da Bistrița verso il suo castello. Come lui, anche noi entriamo in Transilvania dal nord, ma da un angolazione leggermente più orientale. Guadagnando tempo nella giornata di ieri, abbiamo approfittato delle energie rimaste per accorciarci la strada verso la terra sassone. L’ingresso è una piccola rivoluzione architettonica. Abituati come eravamo alle case pacchiane degli arricchiti esterofili del nord, trovarci di fronte a basse e modeste abitazioni dal volto germanico ci stupisce. La terra, seppur verde e rigogliosa, pare di un’altra nazione. Il colmo dei tetti di piega a becco, le proporzioni rimpiccioliscono e le finestre si adornano. Dedichiamo l’intero pomeriggio a Biertan, un delizioso borgo sviluppato attorno al più classico dei castelli transilvani. L’unica strada asfaltata arriva direttamente alla piccola piazza sotto la sua corte. Camminandoci attorno ci accorgiamo di come immediatamente i vicoli diventino polverosi e zeppi di ciottoli. Le pensioni dove chiediamo un letto sono nascoste, così sembrano i loro abitanti. Sebbene il sole abbagli alto nel cielo, la cittadina pare più che mite, fatta eccezione per un paio di mendicanti in cerca di elemosina. Lasciamo le sue case colorate e la collina ondulata alla sinistra staticità del castello e cerchiamo rifugio in Simișoara. Lo troviamo nel centro della vecchia cittadella, ma questo posto lo racconto domani. Adesso devo tosare Mattia.

Day 11 – Bucovina

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Oh, meraviglioso viaggiare! Ci scrolliamo di dosso ruggine e malumori della città, e come Livingstone il gabbiano facciamo della velocità e dell’altitudine la nostra ebrezza. Risalendo i Carpazi moldavi ci perdiamo dietro un indice irrequieto che titilla la cartina in cerca di strade percorribili. Ad ogni richiesta di indicazioni le nostre scarsissime nozioni di rumeno vacillano, i dialetti si mescolano. Siamo molto vicini al confine ucraino e giungiamo a sfiorarlo nel primo pomeriggio. Partendo da Suceava, percorriamo in senso antiorario un anello di monasteri cinquecenteschi. Sono, nel complesso, il più prezioso patrimonio storico di questa regione, forse anche dell’intera Romania. Gemme colorate che riposano incastonate nel terreno e splendono ognuna di un colore identificativo. La prima tappa è a Humorului, che brilla di rossi e marroni. La conformazione esterna compatta e rettangolare, tornita nella parte frontale in un semicilindro contenente la torre protetta da un tetto spiovente, tondo e ligneo come la tesa dei copricapi vietnamiti. La ritmica divina interna, trina, con camera e anticamera della sala centrale, ricavata sotto la torre e raffigurante il volto di Cristo al sommo del tondo soffitto. Scopriremo le estreme somiglianze di tutti questi monasteri soltanto a percorso avviato. Fatta salva la parete nord di tutti gli edifici, slavata dall’orientamento a nord, ogni facciata è riempita di affreschi a toni assai forti. Vale ugualmente per gli interni, dove i colori sono ancora più accesi e il senso di quantità ancora più claustrofobico. Sono rappresentati atti del vecchio e nuovo testamento in una pienezza tale da farmi pensare a due cose. Il corpo completamente tatuato di José Arcadio in cent’anni di solitudine, e il desiderio di pienezza spirituale che avranno probabilmente avuto i costruttori. Una tale esorcizzazione del vuoto non può esser che paura della propria spiritualità. La seconda stazione è Voroneț, dal blu talmente caratteristico da aver dato nome ad un tipo di colore (come non pensare a Yves Klein!). Seguono poi Moldovița il giallo, Sucevița il verde (più imponente e difeso) e Putna il bianco, dove pensiamo per un attimo di albergare cambiando repentinamente idea. Decidiamo infatti di continuare la discesa per accorciare il lungo tragitto di domani. Il cielo non ha nuvole oggi e non c’è modo più educato, nel mio ricordo, di sposarsi alla pienezza di quelle mura.

Day 10 – Suceava

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Piatra Neamț è una delle città più brutte che mi sia capitato di vedere. Interrogandoci se il clima influenzi o meno la nostra opinione, facciamo un breve giro per il centro prima di abbandonarla il più rapidamente possibile. La regione è ancora infestata dalla piaga dei matrimoni, hotel e ristoranti sono completamente occupati a riverire i festeggiati. Riusciamo a mangiare e dormire di fretta, con l’ansia perenne di una dama bianca in ingresso dalla porta. In mattinata ci prefissiamo di raggiungere Suceava, comoda base di appoggio per i piani futuri. Per giungerci sostiamo a Târgu Neamț dove scrutiamo la valle sottostante dalla vecchia cittadella costruita per volere dell’antico re moldavo Ștefan cel Mare. Giunti a Suceava, la seconda città più grande della regione, blocchiamo subito una camera e troviamo come spendere il resto della giornata. Qui il tempo sembra un oceano piatto divorato da correnti invisibili. All’immobile specchio d’acqua che riflette una città prolifica, industrializzata una quarantina di anni fa, si contrappone, nel suo moto inesorabile, il lento effetto corrosivo del tempo. Le vecchie e operose fabbriche si sgretolano vestendosi di ruggine. I metalli opachi faticano a riflettere il pallido sole nucleare che sbuca dalle nubi. Lo scintillio spento di una solidità crollata assieme al muro. E con le costruzioni, si sfaldano anche i volti degli abitanti, dei rom elemosinanti, dei cavalli emaciati che trascinano inutili carichi di un lavoro che pare non esistere, o sopire silenzioso come solo un mare in bonaccia può fare.