La gamba di Rimbaud

Mi chiamo Jean-Claude Dubout e sono nato nel novembre del 1860 in una piccola cittadina della Francia sud orientale. Studiai letteratura a Tolosa ma finii col vivere -successivamente con il lavorare- a Marsiglia, città che più mi si confaceva. La mia vita è stata insignificante come quella della maggior parte delle persone che calca questo pianeta. Posso vantarmi, però, di una singolarità spiccatamente inutile, una cosa che ogni tanto mi aiuta a ricordare di essere esistito. Per un breve, intenso, periodo -esattamente dal 28 al 31 maggio del 1891- possedetti una cospicua parte del corpo del signor Arthur Rimbaud. Non scherzo. Molto di più, non dico poco, di quanto il signor Paul Verlaine ne avesse potuto disporre realmente in tutta la sua vita. Certo, solo il Signore nostro Iddio può dirsi padrone di ogni cosa terrena, ma umanamente e fisicamente parlando, vi assicuro di non aver distorto di molto la verità. Trafugai dall’ospedale la gamba destra del poeta dopo l’amputazione cui fu sottoposto d’urgenza pochi mesi prima di morire. Un atto meschino, lo so, e ciò non mi assurge certo a persona superiore (in fondo nemmeno un poeta lo è!) eppur mi sento di poter spirare più tranquillo con quest’aneddoto nel taschino. I miserrimi, la gente come me, pregano ogni giorno per avere una storia da raccontare, farebbero di tutto per accaparrarsela. Non è per fama, non penso sia questione di celebrità o superstizione. E’ un’insicurezza dettata dalla nostra stessa natura, cioè l’intrinseca mancanza di conoscenza. Sapete, nei libri di storia ci finiscono solo le persone importanti o meritevoli, oppure quelle eccessivamente cattive, oppure quelle incredibilmente fortunate, o sfortunate, i martiri, i tiranni, rarissimamente i generosi, i potenti e più di tutti gli assassini. Insomma coloro che, grazie ai propri comportamenti, hanno inciso nel bene e nel male sulla vita di altre persone. Io non ero niente di tutto questo. Ero dunque vivo? Ero davvero parte della storia o ero solo un fantasma di passaggio nel vento dell’eternità’? Dovevo capire, anche a costo di tradire l’etica, dovevo intendere se il mio pensiero fosse unico, isolato, come il sottoscritto, o se appartenesse -come in fondo speravo- a qualcosa di più ampio e immortale. Per tutta la mia esistenza ho influito sempre e soltanto su me stesso. La solitudine, silenziosa testimone, è stata la mia unica, povera, noiosa compagna. Avevo bisogno di un punto fermo ed esterno, qualcosa con cui fermare il mondo; lo trovai nella gamba destra di Arthur Rimbaud. Mai uccisi, mai rubai, mai interferii nella vita di un uomo, sia chiaro, non mi sentii di compiere nessuna ingiustizia per raggiungere il mio fine, non mi si può certo dire criminale. Ladro, forse, lo concedo, ma di rimando vi chiedo: quale ladro ruba cose inutili, per di più superflue e perniciose? La malizia dell’uomo decade di pari passo con l’intensità’ dei suoi desideri, questo credo! E sfido a contraddirmi. Quel pezzo di carne che mi accaparrai non sarebbe servito a nessuno -forse nemmeno a me stesso- se non avessi poi deciso di redigere ciò che state leggendo. Ho la coscienza pulita, me ne vado sereno, con la mezza certezza che anche il signor Rimbaud sarebbe stato d’accordo con me. Del resto si mutilò di dote molto più vitale, della poesia, quando esiliò per sempre quest’ultima dalla sua creatività. Par poco? Meglio non insinuare idee che non m’appartengono, comunque. Non voglio certo cominciare adesso a impicciarmi dei pensieri altrui. Era interessante il signor Rimbaud. Non lo incontrai mai, e me ne rammarico. Per meglio dire, non ebbi mai a che fare con il resto del suo corpo. Venni a conoscenza della sua singolare figura dal signor Verlaine (che già conoscevo per altri motivi poco attinenti i miei studi) il pomeriggio in cui mi sottopose la prima stesura de “le illuminazioni”. Mi presentò lo scritto come uno dei più importanti del secolo, a suo dire, forse addirittura della letteratura mondiale. Non ne fui impressionato immediatamente, anche perché è palese che sia il futuro a dover affrancare le supposizioni altrui, ma già ne riconobbi una circostanza mistica, un’aurea maledetta che mi portò infine a trovare il movente di queste righe: il furto d’arto. Se il signor Rimbaud fosse diventato storia, ero certo, avrei trovato il mio fulcro di risposte aggrappandomi alla sua gamba. Così, quando il 27 maggio 1891 capitai nell’ospedale di Marsiglia a causa di quello che allora ignoravo riuscisse riportarmi qui, in questo letto, in questo presente e in questa folgorante scoperta, ora, commisi lo scippo senza eccessiva premeditazione, maturando i suddetti presentimenti con naturalezza e precocità. A dire il vero non so realmente perché lo feci. Tuttora non lo comprendo in pieno, malgrado Dio, o chi per esso, si sia voluto rivelare con spietata ironia. Arraffai il grosso moncone senza nuocere a nessuno, in linea con la mia indole, evasivamente, correndo per Marsiglia con questa balzana baguette di ossa plasma tendini e muscoli vivi sotto l’ascella. Ricordo bene la fuga, mentre correvo, pensai intensamente alle sofferenze del signor Rimbaud; a quanto fosse raccapricciante il fatto che, per salvare me e la sua gamba, avessi in seno tutto quel bisogno di correre e di scappare attraverso le mie. Come avrei fatto senza? Come farei oggi? Rubare tumori non era legale, i vivi si ostinano essere gelosi delle proprie cose. Persino di quelle degli altri. Ah, la presunzione umana! Realizzo oggi l’importanza delle sue rifrazioni, adesso che ho la morte qui fuori dalla finestra ad aspettarmi. Già, scorgo la sua ombra destreggiarsi nei rossi sipari disegnati dal tramonto sulla collina. Una luce calda e fioca giunge dal corridoio, consolante, ma non mi importa di niente e, fatto ancora più incredibile, sento di nuovo prudere la caviglia. Mi viene da piangere. Ci vuole una forza estrema nel respingere un pensiero, cacciarlo, tenerlo lontano dalle proprie cervella, a maggior ragione se incantevole e delicato. Mi manca la mia gamba. Come recidere i pensieri? Come mutilarsi -anche se per nobili fini- di propria volontà? Sopravvivenza? No, non ho intenzione di far attendere molto la vecchia signora, il cielo si tingerà comunque di viola stanotte. Scrivo giusto per concedermi qualche minuto ancora. Le ore si mischiano con i secondi, vedete, diamo troppa importanza al tempo. Un giorno il signor Verlaine mi disse che il signor Rimbaud compose tutto quello che doveva comporre in pochissimi anni e poi, una volta ritenuto di aver dato tutto ciò che era in suo possesso, non pensò mai più alla poesia. Mai più. Morì vuoto di liriche. Quando gli applicarono la trans femorale, a parte il sangue, non uscì nemmeno una mezza rima dalla sua coscia destra. Ammiravo le persone così, superiori alla sopra citata mancanza di conoscenza. Superiori alla soggettività del tempo. Bene, io ebbi la sua gamba ed ecco cosa ne feci. Giunto a casa dopo lo scippo la piantai in giardino come fosse un alberello. Trovai di lì a presso una sedia e mi sedetti affascinato a osservare il mio bottino, alzandomi solo per bere o esercitare i bisogni corporali più impellenti. Attesi. Pensavo che i rami della storia sarebbero germogliati nel giro di pochi giorni. La pianta sarebbe cresciuta folta e rigogliosa. Dal tronco -immaginavo- rami sempre più sottili, vene e arterie di sistemi linfatici tendenti all’infinito, che correvano nel cielo fino all’anonimato, là dove noi meschini viviamo. Piccoli capillari di storie non ascoltate che sarebbero sbocciate in magnifici fiori. Boccioli invisibili che avrebbero abbellito il mondo grazie al loro incantevole profumo di fragilità. Osservai il moncone dal 28 al 31 maggio del 1891, notti escluse, pensando e ripensando alla vita e alla sua soluzione. Dopodiché, a seguito di un collasso nervoso, fui ricoverato in ospedale e cominciai il mio lungo travaglio nei mesi del dolore. Il mio male è stato spesso causa di lunghe mancanze di lucidità, lo ammetto, ma tutto ciò che ho scritto corrisponde al vero, ne sono sicuro. Almeno finora. Troppo soventemente ho navigato in buie e lunghe onde di delirio. Allucinazioni e febbri altissime, isteriche, nelle quali perdevo completamente la concezione della realtà. Pozzi senza gola che accecavano il lume della ragione, caverne dove le mie domande non avevano eco. In quello stesso posto dove rubai il quesito, arrivò la risposta. In questo letto, da questo capezzale adornato a patibolo, giunse l’occhio della verità con il suo bulbo acceso e pulsante. Ecco il mio fiore sbocciato. Eccomi, poeta di una semplice notizia. Durante la mia degenza, l’implacabile diabete che mi sta uccidendo aveva ulcerato un piede, il destro, e si rese indispensabile l’amputazione della rispettiva gamba. Oggi, dopo l’intervento, le aspettative di sopravvivenza non sono migliorate. Ignoro chi e come mi abbia condotto qui, oltre il destino. Eppure sono. Cosciente e sereno, forse per l’ultima volta solo. La mia gamba non sarà rubata da nessuno, non penso. Mi prude ancora la caviglia che non ho. Non sto delirando. Mai come in questo momento non mi è stato chiaro il futuro. Le mie intuizioni brillano, splendono finalmente “le illuminazioni”. Il signor Verlaine aveva ragione, erano un capolavoro quelle poesie. Il signor Rimbaud entrerà nella storia. Il signor Rimbaud diverrà il più grande poeta di sempre. Non per gli altri, per il mondo -ancora una volta non posso parlare per loro- ma per me! Sono forse io il signor Rimbaud e questo è un lungo incubo febbrile? E’ forse questa lettera il rigoglio di una gamba piantata nella terra? No, non sto delirando. Siamo unici. Unici. Le risposte che avevo sempre creduto irraggiungibili ed esterne alla mia sfera d’introspezione erano semplicemente chiuse nel mio essere. Ecco dunque cosa non ero stato capace di fare in vita. Non ero stato capace di unirmi, di entrare nel flusso del tempo e dell’umanità’, non ero stato capace di espandermi e congiungermi, di conseguenza di potermi poi scindere e spaccare, liberando quel fluido che tutto lascia scorrere, straliciando le idee prima del corpo e svincolandomi da ogni convinzione. Io e la mia solitudine. Qui rendo il mio vizio e il mio difetto. Redento, potato, scrosciano le emozioni. Vi lascio navigare sopra la mia storia. Eccola. Rimetto a voi i nostri debiti, la mia gamba, ormai vostra, e la mia solitudine, ormai loro. Sono pronto a cedere tutto, giacché un altro albero, di qui a poco, sarà pronto a fiorire. In queste ultime parole lascio -oltre che una misera vita- tutta la vostra immaginazione. Mutilatela! Distruggetela! Vi auguro una buona lettura, io sono ormai pronto a far parte dell’eternità’.

Jean-Claude Dubout

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