David Mitchell – L’atlante delle nuvole

Esposizione: i procedimenti del passato reale e del passato virtuale possono essere illustrati da un evento ben presente nella memoria collettiva come l’affondamento del Titanic. Il disastro, come è avvenuto nella realtà, rimane avvolto nel mistero dal momento che i testimoni oculari muoiono uno dopo l’altro, i documenti si rovinano e il relitto della nave si dissolve nella sua tomba atlantica. Tuttavia, l’affondamento virtuale del Titanic, frutto di testimonianze rimaneggiate, articoli di giornale, pettegolezzi, fantasie – in breve, frutto della credenza popolare – diventa sempre più «vero». Il vero passato risulta effimero, sempre più lontano e sempre più difficile da afferrare e da ricostruire: al contrario, il passato virtuale è malleabile, sempre più chiaro e sempre più difficile da circoscrivere e da definire come fraudolento. Il presente sfrutta il passato virtuale a suo vantaggio, prestando fede alle mitologie e legittimando l’imposizione della volontà. Il potere ha e cerca il diritto di «modellare» il passato virtuale. (Chi paga lo storico fa la musica.) Simmetricamente, abbiamo anche un futuro vero e un futuro virtuale. Ci immaginiamo come sarà la settimana prossima, il prossimo anno o il 2225 – un futuro virtuale, fatto di desideri, profezie e sogni a occhi aperti. Tale futuro virtuale può addirittura influenzare il futuro reale, come in una profezia che si avvera di propria volontà, ma il futuro reale cancellerà quello virtuale esattamente come il domani cancella l’oggi. Come nella città di Utopia, il futuro reale e il passato reale esistono solo in un orizzonte lontano e incerto, dove non hanno alcuna utilità. Esiste una sostanziale differenza tra il simulacro fatto di fumo, specchi e ombre – ovvero il passato reale – e l’altro simulacro – il futuro reale? Un modello di tempo: una matrioska infinita di attimi dipinti, ogni «elemento» (il presente) è racchiuso in un insieme di «elementi» (i presenti passati) che io definisco passato reale ma che noi tutti percepiamo come passato virtuale. Parallelamente, la bambola dell’«hic et nunc» racchiude un insieme di presenti futuri, che io definisco come futuro reale ma che noi percepiamo come futuro virtuale. Conclusione: mi sono innamorato di Luisa Rey.

DUE PAROLE

L’atlante delle nuvole. Una sinfonia del compositore Robert Forbisher? Una mappa astratta che lega delle anime in epoche diverse? Che cos’è questo libro e dove ci ha portato? Partiamo dall’inizio: la forma. Il romanzo si divide in sei narrazioni differenti, scritte in sei stili narrativi differenti, che rimandano, con piccoli o grandi particolari, l’una all’altra. Affascinato, quasi abbacinato, dalla Potenza visionaria che mi si parava davanti verso la metà del cammino, immaginandomi un susseguirsi futuristico di sregolatissima genialità, sono rimasto comunque piacevolmente colpito dalla composizione a fisarmonica (o per meglio dire, come qualcuno ha detto nel gruppo di lettura che mi ha portato a leggere l’opera, forma “piramidale”) dell’opera nella sua interezza. Le storie, infatti, partono dal primo racconto “il diario del pacifico”, per riavvolgersi poi su loro stesse in ordine inverso. Si susseguono, oltre al mini romanzo iniziale appena citato, “Lettere da Zedelghem” (un divertentissimo diario epistolare), “Mezze vite: Il primo caso di Luisa Rey” (una spy-story sui celtai malfunzionamenti di un reattore nucleare), “La tremenda ordalia di Timothy Cavendish” (una semi-biografia satirica di un editore sgangherato), “Il Verbo di Sonmi-451” (un romanzo da futuro distopico zeppo di clichè su regimi totalitaristi e deumanizzazione) e l’originale “Sloosha Crossing” (che arriva a descrivere un post futuro apocalittico e la rigenerazione, per certi versi, di alcuni assembramenti umani). Tanta carne al fuoco, insomma. Così tanta che viene difficile giudicare Cloud Atlas. Personalmente alterno un parere che oscilla fra l’aver maneggiato una bellissima e raffinata sinfonia delle nuvole che omaggia i grandi canoni-stili della letteratura ad un brutale e inutilmente prolisso esercizio di stile. Fatico verosimilmente a trovare quel famoso filo conduttore che, così spesso, mi è capitato di trovare descritto nelle recensioni che accompagnavano questa lettura. Qual è il messaggio di quest’opera? (Sempre che debba per forza essercene uno). Nei miei sforzi, oltre alle interessanti opinioni uscite dai ragazzi del gruppo di lettura (si accennava, se non sbaglio, ad un libro sul potere) io riesco soltanto ad estrarne una riflessione sull’influenza che i momenti storici, così come i luoghi diversi, possano portare all’operato umano. Persino al singolo individuo. Siamo insomma in una vita di conseguenze, il famoso battito d’ali di farfalla che può far scaturire effetti ben più imprevedibili e devastati (ma pur sempre lontani) secondo gli incomprensibili dettami della teoria del caos. Non ci sarebbe, quindi, secondo la mia ricostruzione, un filo conduttore. Ci sarebbe un caos meraviglioso, che orchestra e condiziona le nostre vite al ritmo di una soave sinfonia delle nuvole. Tanto intangibile quanto leggera.