Massimiliano Parente – Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler


Non è vero che tutti i nodi vengono al pettine, è una visione ottimistica e ingenua dell’universo. Vengono al pettine i nodi che vengono al pettine, gli altri restano nel caos del mondo, e nessuno li scioglierà mai. È possibile che la persona a cui ho fracassato un televisore sulla testa non fosse Doctor House? È possibile che sia sopravvissuto? È possibile che io, dopo averle rotto la testa con il cazzo di Man Ray, abbia prelevato il cervello di Michelle, lo abbia messo sotto formalina, ne abbia fatto un’opera d’arte, lo abbia aggiunto ai 15 Victims’ Brains, e non me lo ricordi? Il problema è che la vita non è come un romanzo o un film, dove tutto va a finire, dove tutti i cerchi si chiudono, dove i nodi vengono al pettine e per ogni cosa c’è la sua bella scatolina. L’unica logica reale dell’universo è il caos, e l’ordine che noi riusciamo a dare alle nostre vite è solo un’illusione. L’uomo ha inventato la religione per illudersi di poter dominare il disordine assoluto. Nella realtà alcune cose vanno come devono andare, altre non vanno, come non devono andare, e non c’è nessuna differenza oggettiva tra le une e le altre. E poi, penso: in natura, per quanto possa essere spiacevole a dirsi, i campi di concentramento non sono niente di che, perché la natura stessa è un campo di concentramento immenso. In natura è tutto indifferente. Hitler, dal punto di vista della natura, è un predatore come un altro. Qualcuno obietta: ma è un essere umano. Ma l’essere umano cos’è? È solo un animale molto intelligente e molto sopravvalutato. Non ne sono sicurissimo ma credo che Hitler non abbia mai neppure messo piede in un campo di concentramento. Ci sono delle foto con lui davanti a qualche campo di concentramento, nel piazzale antistante, ma non c’è mai entrato. Li ha inventati, ha inventato la Soluzione Finale, ma senza metterci piede. Quando ci penso, non so se dal punto di vista artistico sia una cosa grande o una cosa sminuente, non averci mai messo piede. D’altra parte non è poi così strano, anche molte opere di Bernini o Canova erano realizzate dagli assistenti di Bernini e Canova. All’epoca gli artisti delegavano tantissimo. Non vale per me. Io sono un artista, il più grande artista del mondo, e mi sono messo in gioco in prima persona. Non ho fatto il nazismo ma ho fatto un casino della madonna, ho perfino messo le svastiche sulla madonna. Io sono un artista vero. Non so se sia peggio o meglio di quello che ha fatto Hitler, ma io passerò alla Storia e tutto ciò che uno vuole è passare alla Storia, è diventare così famoso che la Storia non possa dimenticarti mai. Come Hitler. Nessuno potrà mai dimenticare Hitler. Hitler è la Storia.

DUE PAROLE

La ricetta: 70% Palahniuk, 20 Bret Easton Ellis, un pizzico di Welsh e anche qualche goccia di originalità. Partiamo dalla descrizione del protagonista, di Max Fontana. Già impacchettata nel romanzo, riutilizzo le parole del critico d’arte Schopf “Fontana appare cinico, ma estremizza quel cinismo con cui i media odierni trasformano qualsiasi tragedia, qualsiasi delitto, in spettacolo e talk-show, denudando la superficialità di ognuno di noi. Proprio così: la superficialità di ognuno di noi. Eppure questo artista è andato oltre e ci ha spiazzato spingendo il ready-made fino all’inimmaginabile con l’idea che, per un artista, tutto sia opera d’arte, tutto sia ready-made, e in questo tutto niente è escluso, nemmeno l’omicidio. Qui siamo lontani finanche dall’atto surrealista puro, di concezione bretoniana, lo sparare a caso tra la folla, che ancora poteva passare come dichiarazione catartica e gioco simbolico d’avanguardia contro il conformismo borghese.” In questo bacino di spregiudicatezza saturo di egocentrismo, emergono lentamente dei pezzettini di verità, come degli escrementi che per fermentazione tornano a galla rivelando la fragilità del personaggio (quindi la nostra visto che la proiezione è un’iperbole assoluta di quello che siamo). Un umorismo spietato e becero ma assai efficace, sostenuto dal classico meccanismo di critica dall’interno di una realtà -quella dell’arte- che ormai sembra non aver davvero più niente di interessante da dire (citando la saturazione di prima), su un gioco già reso noto al grande pubblico da “artisti” come Banksy. Cavalcando l’ovvio e vestendolo di genialità, Parente ne approfitta per snocciolare un romanzo divisivo, bruciante. Che da una parte, come già detto, non ha nulla di originale (ripete “nevvero” il ripetuto, copia gli stili, richiama il più classico menefreghismo post modernista) ma che dall’altra è ricco di spunti microscopici. La grottesca schiettezza con cui il flusso di coscienza di Fontana viene sbobinato appartiene al pensiero popolare (ci arrivo dopo al perché) ed è triviale, ma è foriero di profonde interrogazioni filosofiche sui noti grandi temi: chi siamo, cosa facciamo, perché produciamo e infine ovviamente perché e come moriamo. Parente omaggia o deride decine e decine di artisti che, forse, dico forse, hanno davvero ispirato l’autore come fonte di ispirazione o come traguardo. Il tema più vivo, più caldo e più apprezzato è questo: Come fondere ed inscenare la fine delle ideologie portata dal consumismo. Il nazismo ridotto all’osso e portato allo stesso livello della cultura pop, dove per vendere bisogna solo essere famosi, è una trovata galattica. Tanto semplice quanto invisibile finché un dissacratore non ce la mostra sulla graticola. è un concetto cardine. In questo contesto Hitler, Cristo e Max Fontana sono lo stesso soggetto, portano lo stesso fardello, poiché conosciuti. Poiché “Famosi”. Come all’artista viene giustificata ogni bravata a mo’ di opera geniale (a causa del retropensiero e dell’iperbolica costruzione del mito) così a Hitler viene addossato l’intero atto olocausto. L’uomo è la sineddoche vivente dell’ideologia che rappresenta, l’uomo porta con sé questa croce in quanto animale dipendente dal racconto, dal mito, e lo fa per dimenticare la sua mortalità. Fontana lo dice più volte nel romanzo: gli sconosciuti sono inutili individui. Lo scopo di ogni uomo è la fama. Man mano che il meningioma aumenta e prende possesso del cervello dell’artista (e quindi del suo “pensiero”) l’artista si avvicina dunque sempre più all’adorata Martina. L’uomo animale, l’uomo primordiale, confonde la morte e non contempla la ripetibilità di questo evento. È la cultura umana e in particolare quella pop e quella contemporanea ad aver diffuso e inculcato indelebilmente l’utopia dell’immortalità. Ecco come Fontana giustifica i suoi omicidi. L’uccisione a fini psicologici e l’arte afferiscono entrambi al novero delle azioni propriamente umane. Gli animali uccidono per necessità. Gli uomini per ideologie. In egual modo gli animali non comprano, non “desiderano”. I chupa chups di cui va ghiotta Martina sono la particola consumistica, il “corpo di cristo” capitalista mangiato dall’ignaro credente. La scoperta del tumore è simbolicamente l’epifania della mortalità, la realizzazione dell’uomo-dio di essere mortale, cioè di essere “esattamente” come gli altri. La stessa dote o croce che accomunano cristo, Hitler e quindi l’uomo medio. In tutto ciò parente approfitta per tributare o screditare i grandi artisti moderni, da Piero della Francesca a Hirst, con ovviamente un occhio di riguardo per i surrealisti e post modernisti e futuristi, da Balla, Manzoni, Duchamp, etc. La prima parte di Romanzo è comica, puramente comica, e confonde il lettore facendo passare il romanzo per pura leggerezza. Ma il testo si rivela una commedia nel senso più alto del termine, con un finale (se pur sempre pop e ispirato ad un block buster americano) tragico pregno di domande esistenziali. Di pathos post modernista.