Russell Bansk – Tormenta


“Sul fondo, lo sapeva, c’era amore nel suo cuore (amore per Jill, puro e coerente come algebra, e forse persino amore per Margie, e amore per la mamma, povera mamma, che adesso era morta e se n’era andata per sempre, e amore per Lil- lian, a dispetto di tutto: amore per alcune donne), ma per quanto si sforzasse, non riusciva a controllare la sua vita in modo da agire in base a quell’amore. A impedirglielo erano tutti quegli altri sentimenti oscuri e odiosi, la rabbia, la paura e un senso di pura angoscia. Se, con una sola selvaggia zampata da orso, fosse in qualche modo riuscito a spazzare via quei sentimenti, allora, finalmente, ne era sicuro, sarebbe stato libero di amare sua figlia. Finalmente avrebbe potuto essere un buon padre, marito, figlio e fratello. Sarebbe potuto diventare un uomo buono. Ecco tutto quello che desiderava, per l’amor di Dio. Essere un uomo buono. Immaginava la bontà come uno stato che conferisce potere e chiarezza in ogni momento della vita quotidiana.”

DUE PAROLE

Tormenta è una storia di violenza domestica, di umiliazione e soprusi familiari, di piccole realtà periferiche che compaiono come meteore sui giornali per poi sparire nell’anonimato della sovrainformazione. E se solo così fosse, sarebbe l’ennesimo libro di denuncia sociale ben scritto e stilato da una penna elegante che ci racconta l’America rurale e la distruttiva, tossica, stigmatizzata tossicità maschile. Ma tormenta è qualcosa di più. Non è solo il romanzo che accosta la bufera interiore di un uomo ma ci parla di qualcosa di molto più ampio e molto più profondo. Tormenta è il testamento dell’amore impossibile. Tormenta è il canto disperato di un sentimento a somma negativa che Dante suggellò più divinamente di ogni altro essere umano in quel perfetto verso “Amor, ch’a nullo amato amar perdona”. L’amore non permette a chi è amato di non amare a sua volta. Questa legge universale, che sembra così incontrovertibile, trascina letteralmente in una spirale verso l’inferno Wade, il protagonista. Egli è uomo solo, incapace di amare. Prodiga tutto se stesso nell’aspirazione d’essere uomo probo e retto ma qualcosa in lui lo porta costantemente verso l’abisso. Una piccola particella indivisibile e indistruttibile cresce dentro di lui in quanto innata, primigenia, fisiologica. Esattamente come l’ascesso che lo tormenta e che è costretto ad estirpare rozzamente liberando la Belva che alberga nel suo animo. Ogni volta che Wade si muove verso l’amore questo si chiude a riccio impedendogli di essere abbracciato. E, proprio come un uomo che vaga in una tormenta, privo di vista e direzione, finisce per ferirsi e soprattutto per ferire chi lo circonda. Ciò che impedisce a Wade di essere amato è la sua condizione di figlio. La sua somiglianza, ovverosia il suo destino, di dover essere uguale al padre. Di portare la sua incomprensibile croce: quella di uomo abietto e meschino. Più volte ci interroghiamo sull’origine del male, sul perché di ogni sopruso. È la legge dell’odio, quella che -parafrasando lo stesso Dante- potrebbe leggersi come “l’odio c’ha nullo odiato odiar perdona”. Banks ci regala questa descrizione nei freddi paesaggi Americani, dal neanche tanto lontano richiamo al “cacciatore” di Michael Cimino. (Sia chiaro, parlano di cose diverse). E ci mette di fronte a questa domanda: perché Wade non può amare, perché non può essere amato? Come un Re Mida anaffettivo tutto ciò che tocca (o meglio, che prova a toccarlo) si trasforma in disagiata violenza. In fallimento e angoscia. Quali sono le allucinazioni che hanno condotto l’uomo qualunque e pur volto alla giustizia a dover diventare come suo padre e a dubitare dei suoi colleghi amici e famigliari con tesi cospirazioniste? Perché è lui il cattivo e non lo sono i ricchi senza scrupoli come LaRochelle e il già defunto Twombley? Non sono forse le tre fiere (lupa lonza e leone, superbia avarizia e lussuria) i mali supremi dell’umanità? Il messaggio di Banks sembra chiaro. La semplicità della grettezza è perpetrabile dal più innocente degli uomini. Anche il più retto e semplice degli uomini, se subissato e violentato a sua volta dal destino, non può fare altro che trasformarsi in un mostro. Cercare di resistere è estremamente difficile. Prima di darsi alla macchia, e prima ancora di esplodere, Wade Whitehouse ha combattuto. Ha resistito inghiottendo l’ingiustizia, inoculandosela e somatizzandola. Ciò che accade a Wade è dunque esasperazione. Ma il messaggio è chiaro. È necessario rifuggere dalla paura di sentirsi un buon uomo. Non basta comportarsi come tale. Dobbiamo imparare ad abbracciare le nostre doti al pari dei nostri più vergognosi difetti. Altrimenti la barriera mentale che ci impedisce di essere felici potrebbe contestualmente impedirci di essere degni d’amore. In primis con noi stessi.