
In un salone tappezzato di arazzi e di specchi oltre che di quadri, Rivadeneyra era seduto su un divano rivestito di raso giallo brodé; su due grandi poltrone di fronte a lui sedevano la Bathory e Semprini. Nel mezzo, un tavolino di cristallo sorreggeva tre calici di champagne e una ciotola piena di taralli. Nessuno parlava. Avevano vinto, ma nessuno parlava. Avevano aspettato quel momento per oltre settant’anni, ma nessuno parlava. “Beviamo”, disse finalmente il padrone di casa; poi, bevuto, rabboccò i calici. ora che nasceva da un laringofono di nuova generazione la sua voce era meno robotica, ma serbava sempre qualcosa di metallico. Trasse un lungo sospiro, poi entrò in tema. Avano vinto, e potevano spartirsi il premio (disse le cifre, esorbitanti). Ma potevano anche, come stabilito a suo tempo, decidere di proseguire a oltranza, lasciando che il premio andasse nella sua interezza all’ultimo sopravvissuto. Per quella decisione, ricordò, sarebbe bastata la maggioranza, senza bisogno dell’unanimità. Semprini lo interruppe alzando la mano e dicendo “Mozione d’ordine” come si faceva nelle assemblee al liceo. Proponeva, data l’importanza di una decisione che in un senso o nell’altro avrebbe condizionato le loro vite residue, proponeva che quegli accordi, che se non sbagliava risalivano all’ormai remoto 2029, venissero emendati là dove regolavano il meccanismo della votazione, per la quale riteneva più equo il requisito dell’unanimità. Rivadeneyra, che lo aveva ascoltato senza battere ciglio, gli rispose che non si opponeva, ma che prima di emendare dovevano votare quella mozione, che essendo di gran momento richiedeva a sua volta l’unanimità: e siccome lui era contrario ecco che diventava inutile votarla. O forse Semprini voleva due pesi e due misure, chiedendo l’unanimità quanto al merito, e la maggioranza quanto al metodo? Così la mozione non passò, e Semprini capì che aira tirava. Chiese nuovamente la parola, anche per tacitare il tumulto che lo scuoteva. Incominciò dicendo che avevano novant’anni, Rivadeneyra addirittura novantuno, e che nella migliore delle ipotesi, in assenza cioè di ictus o di malattie degenerative o di demenza senile o di infarto, potevano campare ancora pochi anni, quant? tre, forse quattro, forse cinque, poi comunque quei mali sarebbero arrivati, e nel frattempo sarebbero aumentati i dolori ossei, i tremori, l’incontinenza, avrebbero perso la memoria, i pochi denti che non erano ancora stati sostituiti dai ponti o dagli impianti a perno, sarebbero diventati mezzi ciechi, emiplegici, tutti ossame e pellaccia cascante, un orrore, un imbarazzo, una pena, e in quello stato davvero volevano continuare a spiarsi per cogliere negli altri due i segni della fine, davvero non si erano ancora stancati di giocare a quel gioco?
DUE PAROLE
I compagni di classe della III A, cameratescamente, direi massonicamente, istituiscono un gioco-promessa che premierà gli ultimi tre sopravvissuti alla morte con un montepremi che, piano piano, si accumula negli anni alle spalle dei sepolti. Da questa trama assai semplice ma molto accattivante in quanto densa di macabra ironia, Mari scrive un romanzo comico che posiziona il lettore davanti al lungo arco gaussiano della vita, con la sua impennata e la sua inesorabile decadenza, e lo fa in brevissimo tempo. Memore del laconico “non ci resta che piangere”, che con la tremenda battuta del “ricordati che devi morire” stigmatizzava il misero destino di ognuno di noi, il lettore è dunque obbligato e riflettere sul valore di ciò che veramente conta e alla pochezza del tempo che ci viene dato per gestirlo. L’accumulo di ricchezze muta infatti il suo fascino man mano che i vincitori progrediscono nella “riffa” (nome tecnico della gara dei convitati). Se nella parabola ascendente i tanti e giovani convitati bramano il successo e sono disposti a commettere atti improbi per accaparrarselo, durante la discesa vengono pian piano uniti da uno spirito di condivisione e pace. Anzi, I superstiti invocano quasi la morte dopo averla a lungo voluta evitare per vincere proprio come chi, dopo un forte desiderio, casca nel più abulico disinteresse. La comicità è dunque quasi sempre generata dalla dicotomia del disvalore e da come l’uomo si pone nei suoi confronti. Gli esperimenti di magia nera voodoo del Brodo sono uno degli esempi più lampanti. E, come per qualsiasi desiderio, anche l’amore risulta comico e grottesco, oscillando fra le smanie onaniste della giovane età (sì ben protratte per tutta la vita) fino ai placidi amori platonici della terza età. L’idea dell’autore, lo abbiamo capito, non è certo originale. Si basa infatti sui giochi ad eliminazione che portano l’highlander a rimanere ultimo, solo e vincitore. Un vincitore senza terra. Numerosi sono i casi ripresi dalla letteratura, dal fumetto o dalla cinematografia. Ne riporto qui alcuni esempi pop: il romanzo “Dieci piccoli indiani”, il cartone “Wacky races”, il manga “Battle royal” e la serie “Squid game”… il sopravvissuto è colui che porta il peso della memoria e forse dell’illusione dell’esistenza. Se nessuno ci ricorda, infine, siamo esistiti veramente? “Ora Semprini era rimasto solo. La III A era lui, quando fosse morto anche lui sarebbero morti tutti una seconda volta”. La riffa è dunque un espediente per trasformare la morte in atto collettivo: “Vincolandosi a quel disegno, si erano messi nella condizione di non poter più pensare alla morte in sé, alla morte in assoluto, né tanto meno alla propria, con quanto di struggente e di drammatico e di alto questo pensiero comporta, ma solo alla morte in relazione “agli altri”, in un contesto relativo e agonistico che privava il fatal trapasso dalla sua terribile sublimità per farne una questione meschina e dispettosa, all’insegna di un flagrante e riprovevole cattivo gusto”. E così, pian piano, i difetti della giovinezza decadono come uranio impoverito, il tempo fa il suo corso e le persone, le loro ambage le loro ambizioni decrescono lasciando spazio alla lucidità e alla serenità di chi ha saputo godersi la gara più della ricompensa.