Han Kang – Atti umani


Non possiamo semplicemente consegnare le armi e accettare una resa incondizionata. Prima devono restituirci i nostri morti. Devono anche rilasciare le centinaia di persone che hanno sbattuto in prigione. E, soprattutto, devono promettere di riconoscere la verità su quello che è successo qui, così che noi possiamo riacquistare il nostro onore agli occhi del resto del paese. Dopodiché, non ci sarebbe nessuna ragione per non restituire le armi, o no? Che ne pensate? Le acclamazioni e gli applausi che seguono vengono da un numero molto più piccolo di persone rispetto a prima. Ricordi la folla che si era radunata il giorno dopo che i soldati si erano ritirati. Allora la gente era così tanta che aveva dovuto accalcarsi fin sul tetto dell’Ufficio provinciale e sulla torre dell’orologio. Le strade parevano le linee rette di una scacchiera da go, l’accesso era vietato a tutti i veicoli il solo spazio disponibile era quello già occupato dagli edifici. Un’enorme massa di persone, più di centomila, si era riversata come un’immensa onda lungo quelle strade. Le loro voci si erano fuse nell’inno nazionale, un traboccante coro che si levava in alto come una torre, ogni voce un piano. Lo scroscio degli applausi era come migliaia di fuochi artificiali sparati in successione. Ieri mattina hai ascoltato Jin- sue Seon-ju discutere di quello che sarebbe successo. Serio in volto, Jin-su ha detto che corre voce che, quando i soldati torneranno, tutti quelli che si radunano nelle strade verranno ammazzati, e così la partecipazione si sta rapidamente riducendo. «Abbiamo bisogno di essere di più, non di meno, se vogliamo impedire che l’esercito rientri in città… L’umore non è buono. Ogni giorno ci sono più bare; la gente inizia a pensarci due volte prima di azzardarsi a mettere il naso fuori dalla porta».«Non è stato versato abbastanza sangue? Come può tutto quel sangue essere semplicemente insabbiato? Le anime dei defunti ci guardano. I loro occhi sono bene aperti».La voce dell’uomo che conduce la cerimonia si incrina nel finale. La ripetizione di quella parola, «sangue», ti dà un senso di oppressione al petto, perciò spalanchi la bocca e fai un altro respiro profondo. Un’anima non ha un corpo, quindi come può guardarci?

DUE PAROLE

In questo romanzo le voci dei vivi si alternano a quelle dei morti. è questa la trovata più originale, che rende digeribile un testo altresì ostico, che occupa la totalità del serbatoio d’angoscia di ogni lettore. Ogni capitolo dà voce a un personaggio diverso e, citando il grandissimo Levi, si alternano alla narrazione sia i sommersi che i salvati. Si narra la brutalità degli eventi occorsi in Corea del Sud nel maggio del 1980 e i suoi strascichi socio politici. è un libro di resistenza e di memoria, che vuole probabilmente lasciare al paese un ricordo solcante, che sia monito insormontabile per le generazioni future. (Mi viene anche da pensare che sia vessillo di orgoglio per ciò che distingue la sostanza delle due Coree). Il capitolo più devastante è, a mio avviso, il secondo, in cui la testimonianza di un non sopravvissuto porta in scena in prima persona i giorni immediatamente seguenti alla propria morte, osservandosi mentre il corpo – deposto in una fossa comune e poi incendiato – si trasforma e si ricongiunge all’anima. è un romanzo cupo, sanguinante, che non lascia aperture d’entusiasmo e che enumera, sbobina, sbatte in faccia gli orrori della tortura e della violenza di regime. Sono tutte scene fortissime, di grandissimo impatto emotivo: dalle bacchette tra le dita che scarnificano i tessuti fino all’osso, al lavoro di riconoscimento dei cadaveri nella palestra del paese, dove centinaia di corpi di giovani studenti vengono deposti per il riconoscimento postumo, o per la solitaria dipartita in solitudine. è uno scenario quasi distopico, surreale, eppur vissuto. La crudeltà con cui si può trasformare un tessuto sociale risulta incredibile, incomprensibile. Di fronte all’infinità crudeltà cieca del potere, gli “Atti Umani” sono il contraltare della pietà, della misericordia e della comprensione. Come i detenuti costretti a dividersi la ciotola di riso in due per fomentare l’odio reciproco fra gli oppressi e alimentare i sentimenti divisivi (tecnica peraltro usata anche nel nazismo con i kapò), così la popolazione si divide fra soccombenti ed oppressori spartendosi senza briciole la fiducia. La candela della speranza rimane quella pletora di uomini e donne disposte al sacrificio e a credere ancora nell’amore incondizionato per il prossimo e per la propria patria. Proprio come cantano i giovani detenuti durante il processo collettivo.