
Ripensa anche alla sua vita più o meno a quell’età. Undici, dodici, tredici anni. Alle cose nuove e sorprendenti che voleva il suo corpo, e alla sua incapacità di opporsi quando le voleva. Allora perfino i sogni giravano intorno al corpo e a quello che gli stava succedendo. Ricorda di aver sognato dei grassi steli di grafite nera spuntargli dal centro del petto all’incirca nel periodo in cui gli stavano crescendo i primi, finissimi peli, ricorda il risveglio in preda alla repulsione e allo spavento. E ricorda che lo sbocciare di quella fisicità lo tratteneva dentro come una specie di segreto, nonostante fosse la superficie che di fatto presentava al mondo, così alla fine si ritrovava assurdamente esposto e ignaro se il mondo sapesse tutto di lui oppure niente, perché non aveva modo di scoprire se ciò che gli stava capitando era un’esperienza universale o assolutamente ed esclusivamente sua. Forse è a quell’età, pensa István, che hai la prima percezione di non coincidere esattamente con il tuo corpo, di occupare lo stesso spazio senza essere proprio la stessa cosa, perché una parte di te resta indietro rispetto alla trasformazione fisica e ne è sorpresa come potrebbe esserlo un osservatore esterno, e a quel punto non ti senti più in totale armonia, ma ti viene da parlare del tuo corpo come fosse un’entità leggermente separata, benché ti riesca sempre meno di opporti ai suoi desideri. Anche se in effetti all’inizio non sembra esserci motivo di negarglieli, mai. Come quel pomeriggio in cui aveva guardato un porno con due amici, a casa di uno di loro, e avevano finito per masturbarsi. Quando avevano messo su il film non erano partiti esattamente con quell’idea, poi però era stato chiaro che lo volevano tutti e tre, quindi perché no? In fondo era un piacere come un altro, pensavano, solo di un ordine d’intensità diverso e con uno strano aspetto compulsivo. Che potesse avere codici comportamentali tutti suoi non gli era ancora venuto in mente. Doveva essere successo intorno ai dodici anni. Quando ne aveva solo uno o due più di Jacob adesso. E nel giro di un altro paio d’anni era già diventato un episodio strano e imbarazzante a cui pensare. Tanto che si chiedeva se fosse successo davvero. Nel giro di un paio d’anni era diventato impensabile condividere quell’esperienza in modo tanto innocente, trattarla come una forma di piacere qualunque.
DUE PAROLE
Come fosse una parabola evangelica o un lungo iato fra due parentesi, la vita del protagonista Istvàn sembra espandersi e conquistare ogni cosa per poi tornare al suo stato nullatenente e primigenio. Dalle umili e periferiche origini ungheresi alla ricchezza più inarrivabile e “centrale” di Londra, la vita procreativa di Istvàn ottiene tutto e più di quello che un uomo qualsiasi potrebbe sognare di ottenere, per poi perderlo totalmente. Il romanzo inizia e termina con la vita sessuale di Istvàn. Dalle prime esperienze amorose che lo conducono ad un omicidio, fino alla morte della madre, il testo si districa fra ciò che rende così “viva” la vita, ovvero: la morte: il sesso, il sangue, il denaro e il rapporto dell’uomo con la loro presenza-assenza. Il protagonista prova a domare e gestire gli eventi che gli arrivano addosso imprimendo poca o nulla volontà. I motivi del suo successo non sono la spasmodica ricerca di rivalsa sociale o di brama di denaro (o almeno così il romanziere non fa intendere) bensì incontri casuali dettati dalla fortuna e dalla, direi, “essenza maschile”. Da un’aurea di uomo e di ciò che, pertanto, ci si è sempre aspettati succeda e desideri. Ma la reale posizione di Istvàn è, e lo si evince benissimo da tutti i dialoghi, passiva e accomodante. Egli è costretto ad adeguarsi alla sua posizione sociale, cosa che gli altri co-protagonisti maschili non riescono a fare (Thomas, Nyman e ovviamente Jacob). Istvàn vive uccidendo, facendo sesso, guadagnando e piacendo (direi anche fumando). Egli è la caricatura del maschio di successo al quale è stata levata la malizia. L’immagine dello stolido buttafuori capace di menar le mani ed evitare, eccelsamente, di pensare agli alti e bassi che la vita pone di fronte. “Quello di cui non si rendevano conto, dice, è quanto sia difficile stabilire in che misura i soldi abbiano avuto un peso nella sua scelta. Da un lato è innegabile che se lui non fosse stato così ricco lei non lo avrebbe trovato tanto affascinante, ma resta il fatto che per lei lo era e che pensava di amarlo. In altre parole, non è che non le piacesse e fosse solo interessata ai soldi. Era più complicato di così. La sua ricchezza ha contribuito a farglielo sembrare affascinante, ma è impossibile stabilire esattamente in che misura, perciò che senso ha porsi la domanda, visto e considerato che poi, alla fine, questa incertezza su cosa di preciso attiri un individuo verso un altro si applica a qualunque decisione del genere, qualunque decisione sulla persona con cui scegliamo di passare la vita.”