Frank Herbert – Dune


Non devo avere paura. La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi. E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò il percorso. Là dove andrà la paura non ci sarà più nulla. Soltanto io ci sarò.”

DUE PAROLE

In questo capolavoro fantasy, che di fantascienza ha ben poco, sabbia e assenza d’acqua le chiavi indispensabili per capire le metafore autoriali. Sono l’arsura dei valori a cui il neo cristo Paul Atreides (per non dire Muad’Dib, Lisan al-Gaib o finanche il Kwisatz Haderach) è chiamato a combattere. Capitalismo d’arsura per cui un pianeta completamente arido, secco, infecondo diventa il centro di interesse di un Universo molto, molto, umano per la Spezia, ovvero ciò che è in grado di alimentare l’economia. Come per la corsa all’oro del Klondike, (o nel bellissimo “l’oro del mondo” del mio più affine Vassalli) l’estremizzazione della ricchezza si contrappone alla pochezza delle risorse. Le genti si combattono per garantirsi supremazia economica della nuova mirra interplanetaria che colora gli occhi azzurri dei Fremen e consente viaggi interstellari con la sola forza del pensiero. L’importanza dell’acqua, contraltare fondamentale della ricchezza, dimostra, come sempre, che questo bene effimero –la ricchezza appunto – sia un’entità del tutto contestualizzabile al contesto. (In un’intervista herbert stesso spiega che l’acqua di dune è una metafora dei beni finiti che dona la terra, specialmente di fronte al problema diretto e concreto della sovrappopolazione). Per il vecchio e ritrito detto popolare di “chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane”, ovvero sia l’eterna e inestinguibile insoddisfazione umana, ciò che per un essere vivente risulta più che prezioso, diciamo quindi vitale, per l’altro non rappresenta che pochezza e aridità. E’ un equilibratissimo monito sulla nostra fragilità e unicità. La finezza sta più nel valore economico che in quello filosofico, e su questo concetto Herbert scolpisce un capolavoro. L’acqua in effetti è ciò che è indispensabile all’uomo in quanto creatura e non in quanto “animale commerciale”. Per questo motivo i Fremen risultano tanto arcaici quanto “eticamente puliti”, poiché vivino nell’utopistica necessità di dipendere e bramare ciò che negli altri pianeti abbonda, si spreca e nel considerare invece triviale ciò che tutti gli altri bramano: la spezia. I vecchi poteri alchemici delle reverende madri infatti combinano le sequenze atomiche e chimiche della stessa trasformandola da droga visionaria a letale veleno e viceversa. “La spezia è ovunque, qui. La mangi e la bevi in ogni cosa. Questo dà una certa immunità naturale nei confronti di alcuni fra i più comuni veleni. E inoltre la necessità di controllare ogni singola goccia d’acqua fa sì che tutto il cibo sia sotto la più stretta sorveglianza. Ci è impossibile sterminare la popolazione avvelenandola, ma neppure possiamo essere uccisi. Arrakis ci obbliga a essere puri e onesti.” Il pianeta Arrakis, che spesso vive di vita propria (ad esempio quando aiuta i Fremen a sfondare le difese nemiche sollevando la più grande tempesta di sabbia mai vista) è l’essere osservante, il creatore, la bilancia, l’osservatore dell’intera epopea. Dalla incisiva quanto essenziale ed ingenua domanda del barone “Com’è possibile che un pianeta diventi un paradiso senza denaro?” si rinforza il mio ragionamento sulla metafora economica dell’intero romanzo ma si evince anche un’altra riflessione. Chi è realmente in controllo degli eventi? La supremazia economica è, sì un cardine centrale, dal quale Herbert sviluppa anche un’altra importantissima chiave di lettura, che sì qui diventa filosofica. Su Arrakis, e per osmosi nell’Universo (conosciuto) intero, nessuno sembra veramente in controllo della situazione e l’ironia dell’autore ce lo sbatte costantemente in faccia narrandoci dei poteri visionari dello Kwisatz Haderach, ovvero di “colui che accorcia la via”. Cioè di colui che ha il dono dell’ubiquità visiva e che riesce a vedere contemporaneamente le strade del futuro. Lisal Al-Galib: “la voce di un altro mondo”. Vale lo stesso per i sinistri poteri delle consorelle legate al Bene Gesserit. Insomma, in un mondo ossessionato dalle visioni preveggenti, da lotte intestine alla Gilda per affermare un dominio e a una cieca fiducia nel destino superiore, nessuno riesce ad imporre la propria volontà. La continua ricerca di identità, direi quasi il metamorfismo di cui Paul Muad’Dib è esempio sovrano, lasciano proprio pensare a una frenesia ideologica dovuta alla mancanza di controllo. Non è forse anch’essa un’eterna e irriducibile caratteristica dell’animo umano? C’è inoltre un costante utilizzo di retorica epica che, a mio avviso, funziona. Dona al romanzo una veste cavalleresca e non rifugge da quel tipo di saggezza o preveggenza ascetica che guida il lettore in una, seppur teatrale, ricerca interiore: “la grandezza è un’esperienza transitoria. Ed è inconsistente, legata com’è all’immaginazione umana che crea i miti. La persona che sperimenta la grandezza deve percepire il mito che la circonda. Deve pensare a quanto è proiettato su di lei, e mostrarsi fortemente incline all’ironia. Questo le impedirà di credere anch’essa a quello che pretendere di essere. L’ironia le consentirà di agire indipendentemente da se stessa.” La prosa biblica e profetica si sposa pienamente con le ambientazioni terrene e cavalleresche del romanzo. E proprio come nei racconti medievali, da “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori” si prova costantemente durante la lettura a distinguere e incasellare graniticamente i buoni dai cattivi. È facile per la maggior parte dei protagonisti, quelli per cui Herbert vuole che non ci siano dubbi (il Barone e Feyd, ovviamente) ma comincia a sfuocarsi e diventare assai complicato quando si passa per le Reverende Madri o Bene Gesserit (che tentano in ogni modo di controllare, manipolare,  amare, etc.. per affiancarsi al cambiamento e dominarlo ma finendo per essere sempre spettatrici passive) per arrivare allo zenith di Paul. Quale lato della luna rappresenta costui? Il bene o il male? Herbert costruisce un personaggio caleidoscopico e camaleontico, fluido (termine oggi abusato) che pone continuamente il dubbio per riflettere sul terzo tema centrale del romanzo: il destino e il libero arbitrio. Come in “Guerra e Pace” non sono solo gli uomini forti a costituire le sorti della storia. Anzi! Qui gli uomini non sembrano nemmeno prenderne parte! L’umiltà dell’esistenza è quella di assistere al tappeto del tempo che si srotola e ci travolge sotto i nostri piedi. Solo alcuni, i più saggi e i più coraggiosi, avranno la facoltà di governare – per brevissimi tratti – il “creatore”, così come Paul e i Fremen hanno imparato a fare con i vermi della sabbia. Ma nessuno è vero artefice del proprio destino, specialmente nei confronti dell’Universo.
Dune rimane a mio avviso un capolavoro epico che sposa livelli narrativi e interrogativi di profonda natura e che sa farlo con una prosa epica avvincente.