
Dopo abbiamo chiacchierato un po’ perché stavo bene. Quando gli ho spiegato che la persona umana era una vecchia ebrea in stato di necessità che era in corsa per battere il record del mondo assoluto e cosa mi aveva spiegato il dottor Katz dei vegetali, loro hanno pronunciato delle parole che avevo già sentito, come senilità e sclerosi cerebrale e io ero contento perché parlavo di Madame Rosa e questo mi fa sempre piacere. Gli ho spiegato che Madame Rosa era un’ex puttana che era tornata dalla deportazione nelle comunità ebree in Germania e aveva aperto un rifugio per figli di puttane che si possono ricattare con la perdita della patria potestà per prostituzione illecita e sono costrette a nascondere i loro figli perché ci sono dei vicini che sono delle carogne e ti possono sempre denunciare all’Assistenza Sociale. Non so mica perché mi faceva un piacere da matti parlare con loro, stavo seduto in poltrona e lui mi ha offerto perfino una sigaretta e mi ha acceso col suo accendino e mi ascoltava come se fossi importante. Mica per dire, ma capivo che gli facevo effetto. Mi sono anche entusiasmato e non riuscivo più a fermarmi dalla voglia che avevo di sputar fuori tutto, ma questo evidentemente non è possibile perché non sono mica il signor Victor Hugo, non sono ancora attrezzato per questo. Mi veniva fuori tutto in una volta perché cominciavo sempre dalla fine, con Madame Rosa in avaria e mio padre che aveva ammazzato mia madre perché era psichiatrico, ma bisogna dire che non l’ho mai saputo da dove comincia e dove finisce perché secondo me continua sempre. Mia madre si chiamava Ai’cha e si guadagnava la vita col culo e faceva fino a venti marchette al giorno prima di farsi ammazzare in una crisi di follia, ma non era mica sicuro che fossi ereditario, il signor Kadir Yoùssef non poteva giurare di essere mio padre. Il ragazzo di Nadine si chiamava Ramon e mi ha detto che era un po’ medico e non ci credeva molto all’eredità e che non ci dovevo contare. Mi ha riacceso la sigaretta con l’accendino e mi ha detto che i figli delle puttane sono anche meglio perché ci si può scegliere il padre che si vuole, non si è mica costretti.
DUE PAROLE
C’è un gergo triviale e sfrontato, un lessico diretto e quasi maleodorante che trasuda di Céline e di immigrazione araba post coloniale. Il romanzo di Emile Ajar, che dopo pochi anni dalla pubblicazione si scoprirà essere invece il ben più noto suicida Romain Gary, è letteralmente un pugno nello stomaco. Come spesso accade, se le vicende sono raccontate da un bambino, si vivificano, commuovono. Qui c’è un decenne, improvvisamente diventato quattordicenne, che racconta della sua scoperta del mondo, della sua verità e di come questa abbia raso al suolo la sua adolescenza. Cresciuto da una tutrice che accoglie e accudisce i figli orfani o abbandonati di ex prostitute è ora costretto al contrappasso (seppur dolce e romantico) dell’accudirla moribonda su un letto di morte. Il salto nella verità lo porterà a scoprire le sue origini, la sua vera storia, quando un fatidico giorno un uomo di nome Kadir Yoûsse che è appena stato rilasciato dal manicomio criminale per aver ucciso sua moglie (nonché la madre di Momò) si presenta alla porta di madame Rosa rivelando la propria identità. Se vogliamo quindi parlare di “romanzo formativo” siamo certamente di fronte a una forma assai compressa ed esplosiva di ciò. Le recensioni lo hanno definito anche picaresco, sia per la sboccata critica sociale che per le caratteristiche autobiografiche, ma incasellarlo è difficile perché il testo prende da numerosissime fonti la propria viscerale potenza narrativa. Il risultato è un amalgama di malinconia, speranza, apertura per il mondo, semplicità, volgarità ed entusiasmo. Nel teatro della periferia francese, in un microcosmo di reietti che brulicano fra disgraziatissime vite, la bellezza emerge come il più classico dei fiori in un mare di limo.