Jorge Luis Borges – Nove saggi danteschi


Beatrice esistette infinitamente per Dante. Dante, molto poco, forse niente, per Beatrice; tutti noi siamo propensi, per pietà, per venerazione, a dimenticare questo penoso contrasto, indimenticabile per Dante. Leggo e rileggo le traversie del suo illusorio incontro e penso a due amanti che l’Alighieri sognò nella bufera del secondo cerchio e che sono emblemi oscuri, anche se egli non lo comprese o non lo volle, di quella felicità che non ottenne. Penso a Francesca e a Paolo, uniti per sempre nel loro Inferno («Questi, che mai da me non fia diviso»). Con un amore spaventoso, con angoscia, con ammirazione, con invidia, deve aver forgiato questo verso.

DUE PAROLE

Più che un saggio dantesco, questo libro è una modesta raccolta di pensieri e memorie sul grande amore di Borges per la Divina Commedia. E ammetto che se non fosse stato per la caratura dell’autore, e soprattutto per il paritetico amore letterario che io nutro nei suoi confronti, questo testo non sarebbe stato di elevatissimo interesse, anche perché, lo sappiamo benissimo tutti, sulla Commedia è stato scritto e ancora viene scritto di ogni. Con la gioia e l’umiltà del bambino ci si riaffaccia alla “più grande opera mai scritta dall’uomo” o, ancora più finemente, usando le stesse parole di Borges: “Nessuno ha il diritto di privarsi della gioia della Commedia, della gioia di leggerla in modo ingenuo. Dopo verranno i commenti, il desiderio di conoscere il significato di ogni singola allusione mitologica, di vedere come Dante abbia ripreso un gran verso di Virgilio e l’abbia forse migliorato traducendolo. Ma all’inizio dobbiamo leggere il poema di Dante con la fede di un bambino, abbandonarci ad esso; ed esso ci accompagnerà per tutta la vita.”