Marie-Janine Calic – Storia della Jugoslavia


La prima Jugoslavia, insomma, non è una creazione artificiale, ottenuta in provetta delle grandi potenze per machiavelliche ragioni di interesse. È un progetto radicato nel sentire, nutrito da tendenze di lungo corso: le affinità culturali e gli intrecci strutturali legati alla distribuzione degli insediamenti, le spinte nazionalistiche insaziate, in corso di radicalizzazione fin dal 1900, le sfide e le mentalità socio-economiche di cronismo del sistema asburgico: monarchico, superbo e impermeabile a ogni riforma. La Grande guerra ha funto da catalizzatore, raccogliendo a fattor comune tutte le forze che, fin dal tardo Ottocento, premevano per l’autodeterminazione. Un processo di genesi statale così rapido e tumultuoso, però, non è affatto un esito scontato. Senza i rivolgimenti portati dal conflitto mondiale, il progetto non sarebbe mai partito. Le alternative sul tavolo non mancavano, a partire da una soluzione del problema nazionale nel quadro dell’Austria-Ungheria. A renderle inevitabilmente impraticabili è solo il collasso totale e irreversibile del sistema asburgico. Un altro fattore di integrazione, ora che le ostilità stanno volgendo al termine, è il timore di ridursi nuovamente a pedine delle grandi potenze rivali, tanto più che l’Italia allungava già le mani sull’Istria e la Dalmazia per “divorarle come maccheroni”. La Serbia, che nel 1918 riesce a prevalere su un Impero asburgico al collasso solo grazie al suo spirito di resistenza, alla sua capacità di sacrificio e alla sua tenacia, non può più rimangiarsi la parola e revocare quello che era stato l’obiettivo ultimo della guerra, cioè la fondazione di uno stato degli slavi del Sud. La catastrofe militare, economica e umanitaria aveva trasformato le coscienze oltre ogni confine regionale, nazionale e ideologico, sia tra le popolazioni inurbate sia nelle comunità rurali. L’entusiasmo debordante che, nel clima di transizione del 1918, saluta quella promessa di un nuovo inizio collettivo è il precipitato di lunghe e tormentose esperienze di declassamento sociale e marginalizzazione politica, condensate in un univo vissuto dal trauma della guerra. La parola “Jugoslavia” è assunta a simbolo di una vita migliore e più dignitosa: vuol dire pace, libertà e benessere. Il nuovo stato nasce tra fervidi auspici e speranze iperboliche per il futuro.

DUE PAROLE

Inizio con le parole dell’autrice che già contengono l’essenza e la precisa sintesi di quello che è stato, prima di tutto, la Jugoslavia: un grande sogno umano. “Le radici del progetto sud-slavo affondano nel retaggio illuminista. I suoi ideali – progresso, umanesimo, ragione, scienza – hanno alimentato la percezione di una comunanza linguistico-culturale di croati e serbi, incanalando il bisogno di autodeterminazione, partecipazione civile e benessere economico in un progetto concreto: la fondazione di uno stato jugoslavo, una meta che nel XIX secolo appariva ancora in tutto e per tutto utopica, ma che non attirava soltanto le élite, anzi, ispirava speranze iperboliche anche a molte persone comuni. Quando poi quello stato nasce davvero, nella mutata costellazione internazionale uscita dalla prima guerra mondiale, non si tratta di un prodotto artificioso, ma di un passaggio fortemente voluto.”
Il testo descrive nascita, sviluppo, apogeo e infine deflagrazione e scomparsa (e scomparsa?) degli stati uniti Jugoslavi, di un’entità federale unita sotto l’egida del socialismo. Calic inizia la sua analisi dalla fine dell’ottocento, quindi da quello che il capitolo ben compendia con “Movimento degli slavi del sud (1878-1918). La radicalizzazione delle terre balcaniche, passando per le ragioni – fondamentali – che hanno fatto sì che uno stato di stampo socialista (prima ancora che umanitario) nascesse. Un testo eccezionale, ben dettagliato, vissuto e pieno di significato per quella parte di mondo che tutti hanno semplicemente etichettato come “polveriera balcanica” senza mai, magari, approfondirne le numerosissime peculiarità. La natura della storia Jugoslavia è di per sé affascinante, un vero progetto utopistico che voleva vedere uniti sotto il motto di “fratellanza e libertà” genti, religioni e culture differenti in un multinazionalismo egualitario. Un testo da leggere e rileggere poiché, penso, esemplificativo e fondamentale per la comprensione dell’Europa e del mondo intero. Calic, con una precisione e pacatezza accademiche, ci regala un testo di storia meraviglioso. E se ancora non dovesse essere chiaro perché la storia di questo paese sia stata così affascinante e singolare ecco un breve motivo: La Jugoslavia è il secondo paese europeo (dopo l’Unione Sovietica) nel quale il comunismo abbia messo radici con le sue sole forze. Un’impresa che in entrambi i casi non sarebbe mai stata possibile senza la guerra. Ma le ragioni non vanno ricercate negli errori strategici del comando supremo della Wehrmacht, ampiamente superiore in termini militari, né nella maggiore dimestichezza dei partigiani con il territorio, nell’incompetenza nel discredito dei croati o nel fallimento dell’alleato italiano. A mobilitare ampie fasce di popolazione è lo scandalo di un’occupazione illegittima. Nel giro di breve tempo, la miseria economica, il terrore imperante e l’esperienza totalizzante e quotidiana della violenza liquidano praticamente tutti gli elementi che un tempo strutturavano la società tradizionale, distruggendo in maniera irreversibile le fondamenta politiche, sociali, economiche e psicologiche del vecchio equilibrio. La guerra, insomma, accelera dei rivolgimenti sociali profondi e crea nuovi presupporti che permettono di superare le vecchie dicotomie tra campagna e città. A differenza dei vecchi partiti, i comunisti sono bene organizzati, sia politicamente sia militarmente, e soprattutto non hanno trascorsi torbidi, mentre il re e il governo in esilio vivono lontani dal paese. In quella nuova situazione i partigiani prospettano a una nazione duramente provata mirabolanti prospettive future, stingendo in un unico nodo le questioni essenziali che da sempre affliggevano le terre slave del Sud: i problemi sociali dei contadini e degli operai, il dominio straniero e la logica predatoria di potenze estere, e l’ideale riconciliazione nazionale, che ora può orientarsi al nuovo slogan “Fratellanza e Unità”.