
Il professor Piscopo era un signore distinto, con una bella barba sale e pepe e i baffetti aglio olio e peperoncino. Quando nel suo bell’accento partenopeo raccontava con la stessa enfasi il suicidio di Seneca o l’atterramento di Savoldi, dentro al bar non si sentiva volare una mosca. «L’ha detto il professore» era una frase che troncava qualsiasi discussione. Le sue divagazioni sulla natura dell’animo umano e sul significato dell’esistenza erano ascoltate con grande attenzione e alla fine tutti, poiché non avevano capito quasi niente, facevano la faccia triste e si davano delle gran pacche sulle spalle dicendo «Coraggio, amico mio, cosa vuoi farci» e tiravano grandi sospironi. Ma più che come esperto di filosofia, il professore era molto quotato come esperto di posteriori femminili. Quando nel bar entrava una signora ben messa, e si accendevano le discussioni, subito qualcuno troncava e diceva: «Adesso chiediamo al professore». Il professore veniva messo su una sedia in direzione dell’obiettivo, inforcava gli occhiali, esaminava e intanto si tirava la barba e borbottava «Vediamo, vediamo». Alla fine alzava la testa e dichiarava ad alta voce: «Carnoso, equilibrato, ben composto. Sei e mezzo», oppure: «Michelangiolesco, ridondante, di grande effetto plastico. Sette e mezzo», oppure: «Scarniccio, nervoso, ma non privo di grazia. Sei meno meno». Tutti annuivano ammirati. Il professore era gentile e cortese, ma una cosa lo faceva andare in bestia: gli errori di italiano.
DUE PAROLE
La prosa caricaturale e surreale del recentemente scomparso Benni ha descritto, diventando poi anche un riferimento, l’Italia popolare degli anni 70 ritraendo il posto che più di qualsiasi altro simboleggiava (è ancora così?) L’italiano tipico: tifoso, qualunquista e facilmente iconizzabile. Benni inventa divertendo riempiendo il suo breve romanzo di racconti iperbolici dal carattere umoristico. Lo stereotipo del bar di provincia per descrivere la realtà italiana, la comiticità come arma di leggerezza, come porta per aprire e guardare più da vicino la società che ci circonda. L’epica battaglia ciclicistica fra Pozzi e Girardoux ci ricorda quanto sia fragile la retorica delle iperbobili giornalistiche. L’ironia di Benni è spesso tagliente, una satira ai fanfaroni che pullulano (e probabilmente sempre pulluleranno) nel Bel Paese.