17/8/25 – Regensburg

Innanzitutto è giusto dire che poi, ieri, i documenti li ho trovati. Il portafogli (che in friuli chiamano taccuino) era ben lì nella mia borsetta. Se non fosse che ho scomodato Angela, la vicina di casa, e Pier per aiutarmi a cercarlo e per poi spedirmelo in chissà che modo non sarebbe nemmeno così male. Ma si sa come sono questi teutonici e io di andare in giro senza documenti e senza flessiibilità non me la sentivo proprio. Vero che ieri al checkin nessuno ha chiesto nulla. Quando Thomas era piccolo, se gli chiedevi quale animale volesse essere lui diceva “io non sono nessun animale, io sono Thomas Nova” e se un compagno di asilo gli diceva “giochiamo, tu fai Capitan America” lui diceva “io non sono Capitan America, sono Thomas Nova”. Allora non mi sento di dargli soprannomi. C’è gente che gli sta bene, immedesimarsi. Altri no. Io devo dire son portato, con la vecchiaia però mi sento meno capace. Non so se è una cosa dell’età o se è legata all’intelligenza. Son convinto che invecchiando si diventa più intelligenti, tendenzialmente si parla meno. La gente che parla non si rende conto che qualcuno, a volte molti, potrebbero anche dar retta. Il consiglio del nostro oste si è rivelato corretto e facciamo il pieno a un prezzo veramente ottimo. Alle 10 circa siamo a Berchtesgaden, pronti ad arrampicarci fino al “Kehlsteinhaus”, il nido dell’aquila. Piove ancora. Decidiamo di salire lo stesso, sebbene ci sia sicuramente la possibillità di tornare in queste zone nel viaggio di rientro. A mio avviso la scetla è corretta perché questo ci consente di non godere a pieno della bellezza del luogo, indubbiamente idilliaco. Un po’ stucchevolmente penso che la coltre di nebbia e bruma sia una patina che vuol coprire le vergogne. Il Dokumentation Obersalzberg spiega bene il perché. Ci concediamo anche una visita nei bunker nazisti, scavati anche da abili mani italiane. Sto accompagnando questo viaggio con alcune letture, una di questa descrive brevemente il profilo e la vita di tutti i più stretti collaboratori di Hitler, quindi le fotografie, i volti e alcuni aneddoti mi sono sinistramente familiari. Lasciato il Berghof torniamo sui nostri passi e a una dozzina di kilometri di distanza visitiamo un luogo incredibile, sicuramente inflazionato e imbellettato dal turismo, ma pur sempre incredibile: sono le miniere di sale di Dürrnberg, “Salzwelden hallstat”. I babmini sono entusiasti. Passiamo il confine austro germanico a circa 200 mt sotto il livello del mare, sotto il suolo, in un cunicolo scavato dai minatori. Le gallerie si snodano per diversi km, non so se tanto quanto i 6,5km di cunicoli di bunker scavati dai nazisti sotto al Berghof. Il fatto che ci vestano con un pigiama di tela e ci conducano al buio in un posto di lavori forzati non è sicuramente difficile da associare ai vicini di casa, non fosse altro che il simbolo della Salzwelden ricorda molto una croce uncinata. Si vede che i teutonici hanno proprio un debole per i simboli con le croci. Nulla toglie alla singolarità dell’eperienza comunque. Ci regalano persino un barattolino di sale. La giornata è stata lunga e soddisfacente. Dopo la miniera abbiamo guidato per tre ore e adesso scrivo da una camera di Regensburg, che in Italia chiamiamo Ratisbona. Ci ha accolto un signore alto, allampanato, con lunghi capelli bianchi, una parlata sommessa e suadente e uno sguardo torvo ma al contempo accogliente. Siamo arrivati con i pupi addormentati, si sveglieranno straniti, in un posto che non conoscono. Chiameranno la mamma impauriti e poi cercheranno il suo calore. Ho proposto di dormire in uno dei loro lettini. Son stanco duro anche io, ma che bello tornare a scrivere prima di dormire.