
Quando si tratta di unire la gente, la finzione gode di due vantaggi intrinseci rispetto alla verità. In primo luogo la finzione può essere semplificata a piacimento, mentre la verità tende a essere complicata, perché la realtà che dovrebbe rappresentare è complicata. Prendiamo, per esempio, la verità sulle nazioni. È difficile capire che la nazione a cui si appartiene è un’entità intersoggettiva che esiste solo nel nostro immaginario collettivo. Di rado si sentono politici dire queste cose nei loro discorsi. È molto più facile credere che la nostra nazione sia il popolo eletto da Dio, incaricato dal Creatore di una missione speciale. Questa semplice storia è stata ripetuta da innumerevoli politici, da Israele all’Iran, dagli Stati Uniti alla Russia. In secondo luogo, la verità è spesso dolorosa e sconvolgente e se cerchiamo di renderla più confortante e lusinghiera, non sarà più la verità. Al contrario, la finzione è molto malleabile. La storia di ogni nazione contiene alcuni episodi oscuri che i cittadini non amano riconoscere o ricordare. Un politico isrealiano che nei suoi discorsi elettorali descrive in modo dettagliato le miserie inflitte ai civili palestinesi dall’occupazione israeliana difficilmente otterrà molti voti. Al contrario, un politico che costruisce un mito nazionale trascurando i fatti scomodi, concentrandosi sui momenti gloriosi del passato ebraico e abbellendo la realtà laddove necessario, può arrivare al potere. Questo è il caso non solo di Israele, ma di tutti i paesi. Quanti italiani o indiani vogliono sentirsi dire la pura verità sulle loro nazioni? L’aderenza intransigente alla verità è essenziale per il progresso scientifico ed è anche un’ammirevole pratica spirituale, ma non è una strategia politica vincente.
DUE PAROLE
Iniziando da questo trafiletto capiamo immediatamente il nocciolo della questione, ovvero l’immaterialità delle sfide che siamo tenuti ad affrontare da qui al futuro: “Nella letteratura fiscale, per “nexus” si intende il legame di un’entità con una determinata giurisdizione. Tradizionalmente, il fatto che una società abbia un nexus in un determinato paese dipende dalla sua presenza fisica, sotto forma di uffici, centri di ricerca, negozi e così via. Una proposta per affrontare i dilemmi fiscali creati dalla rete informatica è quella di ridefinire il nexus. Secondo le parole dell’economista Marko Kothenburger, “la definizione di nexus basata sulla presenza fisica dovrebbe essere adattata per includere la nozione di presenza digitale in un paese “. Ciò significa che, anche se Google e Bytedance non hanno una presenza fisica in Uruguay, il fatto che i cittadini uruguaiani utilizzino i loro servizi online dovrebbe comunque renderli soggetti a tassazione in quel paese. Proprio come Shell e BP pagano le tasse ai paesi da cui estraggono il petrolio, i giganti della tecnologia dovrebbero pagare le tasse ai paesi a cui estraggono dati.” Harari si ripete con un altro grande saggio che analizza, partendo dalle forme più arcaiche di reti di informazione (cioè banalmente dallo sviluppo del linguaggio della specie umana) ciò che la rivoluzione digitale rappresenta e ciò che essa consegnerà all’umanità. La struttura del saggio rende perfettamente consapevole il lettore (e questa è una caratteristica ben nota dello scrittore) di tutti quei bias e quegli assunti cognitivi, dati così tanto per scontati, che ci fanno spesso distrarre dalla realtà. L’insieme di “credenze comuni” che Harari chiama realtà intersoggettiva (Riassumendoli: Denaro, Nazioni, Dei e Leggi) sono state il vero segno distintivo della nostra intelligenza, ciò che, più di ogni altra cosa, ci ha permesso di distinguerci dagli animali e di realizzare cose altrimenti impossibili. Il testo sviluppa dunque i meandri e i meccanismi per cui questo tipo di realtà artefatta, si è sviluppata. Quali sono le sue caratteristiche intrinseche e coriacee e perché queste, affidate ad un nuovo tipo di intelligenza, possano rappresentare un serio pericolo per la specie. Se fino ad oggi l’uomo era stato creatore (quindi Dio) delle sue invenzioni, del suo linguaggio, delle sue scelte, da domani questo assunto potrebbe essere rivoluzionato. Spazzato via da un nuovo tipo di intelligenza (importante sottolineare anche come l’autore distingua il concetto di “intelligenza” da quello di “coscienza”), da una “mente” che non ha bisogno di dormire, che non ha bisogno di tempo per imparare e che non ha bisogno dell’uomo per proliferare. Prometeo rubò il fuoco, lo donò agli umani per governare la tecnica. È davvero giunta l’ora della rivolta di Zeus? Dalle caverne preistoriche all’era “dei computer” Harari ci trascina in questa cardinale domanda.