
Caro Philip, io ti ho fatto arrabbiare/tu mi hai annientato. Ogni parola che ho detto: stupida/sbagliata/innaturale. Doveva esserlo. Temo/sogno questo incontro dal 1959. Ho visto la tua foto su Goodbye, Columbus/ho capito che la mia vita non sarebbe stata più la stessa. Ho spiegato a tutti che eravamo due persone diverse/non desideravo essere altro che me stesso/volevo un destino mio/ speravo che il tuo primo libro fosse l’ultimo/volevo che facessi fiasco e scomparissi/pensavo di continuo alla tua morte. L’HO ACCETTATO CONTROVOGLIA QUESTO RUOLO: IL TU NUDO/IL TU MESSIANICO! IL TU SACRIFICALE. LE MIE PASSIONI EBRAICHE SENZA SCUDO. IL MIO AMORE EBRAICO SENZA FRENI. PERMETTIMI DI ESISTERE. Non distruggermi per salvaguardare il tuo buon nome. SONO IO IL TUO BUON NOME. Non faccio che spendere la fama che tu accumuli. Ti nascondi/in stanze solitarie/eremita di campagna/espatriato anonimo/monaco in soffitta. Tu non l’hai mai spesa come dovresti/potresti/non hai voluto/potuto: NELL’INTERESSE DEL POPOLO EBRAICO. Ti prego! Consentimi di essere lo strumento pubblico grazie al quale esprimere l’amore per gli ebrei/l’odio per i loro nemici/che c’è in ogni parola che hai mai scritto. Senza adire alle vie legali. Non giudicarmi dalle parole ma dalla donna che porta questa lettera. A te dico tutto in modo stupido. Non giudicarmi dalle parole impacciate che falsano tutto quello che provo/che so. Te presente non sarò mai un fabbro di parole. Guarda oltre le parole. Io non sono lo scrittore/sono qualcos’altro. SONO IL TU CHE NON È FATTO DI PAROLE. Tuo Philip Roth
DUE PAROLE
In un orgiastico tripudio onanista di autocelebrazione e narcisismo Roth ci racconta “una confessione”, un testo che dovrebbe rispecchiare la realtà ma che, per trama e per assurdità, provoca visibilmente il lettore al fine di ricordare -probabilmente- ciò che fu, e ancora si perpetua, la follia dell’Olocausto e delle sue subdole derive. Per mostrarci questa medaglia a due facce, per insistere su una dualità esasperata, che ovviamente è quella del bene e del male, della verità e della menzogna, Roth si avvale non di uno ma bensì di due specchi: il “finto” Roth Moishe Pipik e il presunto criminale di guerra (presunto in quanto viene messa in dubbio la sua identità, non certo le sue efferatezze) John Demjanjuk, boia spregiudicato dei campi di concentramento, ai tempi braccato dal Mossad. Così gli specchi riflettono sia ciò che Roth vive e rappresenta come scrittore (Demjanjuk è stupido, leggero nei suoi crimini e nel suo rimorso, mentre Roth è intelligente e scavato dalla sua intelligenza amplificata in depressione, poiché il rimorso di ogni sapiente è ben più profondo di quello dell’ignorante), che quello che la persecuzione ebraica ha portato al mondo. Vi è inoltre la lotta di coscienza intestina allo stesso popolo ebraico, tema che risuona senza sorpresa anche ai giorni nostri, per quello che è – e probabilmente sempre sarà – un capro espiatorio su ciò che Israele rappresenta in maniera lampante: un sopruso nato da un sopruso. Una forzatura creata da un abominio. Roth caratterizza quest’ennesima doppia anima con la categorizzazione sommaria fra diasporisti e sionisti. Da testo: «Sei tu che sei davvero in pericolo». «Di crollare? Se n’è accorto? Si vede?». «Sai cosa vedo io?» dissi. «Vedo che sei un diasporista e nemmeno lo sai. Non sai nemmeno cos’è un diasporista. Tu non sai quali sono per davvero le tue scelte». «Un diasporista? Un ebreo che vive nella diaspora». «No, no. Di più. Molto di più. È un ebreo per il quale l’autenticità come ebreo significa vivere nella diaspora, per il quale la diaspora è la condizione normale e il sionismo l’anomalia: il diasporista è un ebreo convinto che i soli ebrei che contano sono gli ebrei della diaspora, che i soli ebrei che sopravvivranno sono gli ebrei della diaspora, che i soli ebrei che sono ebrei sono gli ebrei della diaspora…». In questo trattato ebraico dai sapori pirandelliani, con la surreale apparizione del doppio roth e la mancanza di lucidità dovuta all’abuso (cessato o meno?) di Halcion, emerge a mio avviso uno sproloquio insopportabile. L’ennesimo delirio disperato di chi ha subito e subisce “l’essere ebreo” come un infausto dono divino. Purtroppo, a mio avviso, l’ego smisurato di Roth inquina il romanzo e, sebbene sia pressoché perfetto per manifestare i narcisismi di un popolo auto-definito come eletto, finisce per dilagare nell’insopportabilità. Ma cos’è, dunque, questa operazione Shylock. Come spesso mi piace fare (e soprattutto trovo comodo fare) cerco di suggellarlo attraverso le parole dell’autore “Come lo Zio Sam incarna lo spirito degli Stati Uniti, per il pubblico di tutto il mondo Shylock è l’incarnazione dell’ebreo. Solo che, nel caso di Shylock, c’è una schiacciante realtà shakespeariana, una terrificante vitalità shakespeariana, che il vostro Zio Sam di cartapesta neanche si sogna. Ho studiato quelle due parole con le quali l’ebreo feroce, ripugnante e infame, sfigurato dall’odio e dalla brama di vendetta, entrava come nostro Doppelgänger nella coscienza dell’Occidente illuminato.” Shylock è dunque ciò che si auspica Moishe Pipik, e ciò che probabilmente successe prima della guerra, l’embrionamento del popolo d’Israele nella doppia anima mitteleuropea (e per estensione dunque anche in quella anglosassone).