Paolo Nori – Grandi ustionati


Mi viene a prendere Mario, andiamo in montagna in una sala di registrazione che noi col gruppo ci andavamo a provare una volta la settimana andiamo a fare la rimpatriata Mario, gli dico a Mario, sai che delle volte l’immaginazione ti fa degli scherzi che a te ti sembra che i posti son certi posti invece sono dei posti tutti diversi? In che senso? mi chiede Mario. Eh, nel senso che magari ti immagini che sei in un certo posto in una certa situazione invece sei in un posto di- verso in una situazione diversa, gli dico a Mario. Ah, mi dice, forse ho capito. Un po’ come i tecnici russi che portavo in giro gli ho fatto l’interprete l’altra settimana. I tecnici russi? gli chiedo. I tecnici russi, mi dice. C’eran dei tecnici russi, mi dice Mario, gli facevo l’interprete, erano stati invitati in Italia da una ditta italiana a fare uno stage, invitati in albergo tutto pagato, ogni sera tornavano in stanza vuotavano il frigo bar. Bevono, questi tecnici russi, mi ha detto la cameriera, mi dice Mario, che al mattino trovava il frigo bar vuoto gli toccava riempirlo tutti i mattini. Dopo, mi dice Mario, quand’era il momento di partire l’albergatore gli ha presentato il conto, ai tecnici russi, due milioni e passa, il conto del frigo bar di dieci giorni di stage in Italia tutto pagato, Un po’ così, mi dice Mario, che loro pensavano di essere in una certa situazione che erano in un albergo tutto pagato, invece erano in un’altra situazione erano in un albergo tutto pagato meno che il frigo bar, questo, volevi dire? mi chiede Mario. Non proprio, gli dico. Io pensavo essere in una situazione- che te t’immagini che sei nel posto della malattia che quando esci da quel posto lì ti trovi nel posto della salute, invece sei nel posto della salute che quando esci da quel li ti trovi nel posto della malattia. posto Star li in ospedale, mi dice Mario, sei venuto fuori proprio privo del minimo senso dell’umorismo. Sei forse lettone, di origine? mi chiede. Eh, gli dico, forse è il caso. Com’è poi andata a finire, coi tecnici russi? gli chiedo. Eh, mi dice Mario, i tecnici mi han detto se provavo a chiedere all’albergatore se si poteva restituire qualcosa, io gliel’ho chiesto, l’albergatore ha detto di sì. Allora, mi dice Mario, i tecnici han cominciato a tirar fuori dalle valigie delle borse di roba, di coche, di fante, di patatine, di birre, un po’ vergognosi. Tu ci capisci, Mario, dicevano, mi dice Mario, erano come dei souvenir, per gli amici. La rimpatriata, non vien molto bene. Siamo lì con il nostro bicchiere di vino in mano, loro, col bicchiere di vino, io non ho in mano niente che sono a dieta, siamo lì col bicchiere in mano che non sappiam cosa dire, a un certo punto entra Miasma Ah, dice, bravi. Bravi, dice, non mi informate. Io per sapere dove siete devo disturbare le vostre famiglie, bravi, dice, fate pure le cose alle mie spalle, bravissimi, dice, mi complimento. Fate pure i vostri comodi, non preoccupatevi, per me, tanto, chissenefrega, bravi, ripete, bravissimi, e ci volta le spalle se ne va sbattendo la porta. Dev’essere proprio arrabbiato, dice Tanzi, parla quasi come una persona normale. 

DUE PAROLE

Per usare la quarta di copertina, che mi sembra molto accurata, “romanzo che restituisce il totale nonsense della realtà”. Questo Paolo Nori in purezza, ci regala un romanzo divertentissimo che trae la sua più grande forza dal dolore. È infatti il contesto del clamoroso incidente di cui lo scrittore è stato vittima, incidente che lo ha costretto a letto per mesi con ustioni gravissime su tutto il corpo, a darci il peso della sofferenza e della realtà. Un libro e uno scrittore che direbbero sempre poco, se letti superficialmente, poiché Nori, a tutti gli effetti, incarna e vuole incarnare l’intellettuale anti intellettuale. E ci riesce con una classe sopraffina, con un dono della natura che lo rende non il solito bastian contrario sinistroide, bensì un esilarante accademico dalla profondità immotivata. Come più volte anche lui ha ribadito citando uno scrittore russo, la vera sfida della letteratura è vedere con occhi nuovi le cose che già si conoscono. Nella banalità, nella normalità, nelle frasi e nelle situazioni paradossali del quotidiano, Nori sguazza. Questo romanzo mi ha divertito fino alle risate aperte, mi ha commosso ugualmente fino alle lacrime (bisogna però essere bravi nel immedesimarsi). Nori ce lo dice chiaramente: senza risata non si è profondi. Non si capisce la vita solo ridendo o solo piangendo. Le disgrazie sono dietro l’angolo, il sarcasmo e quello sguardo da bambino verso il mondo invece sono sempre nelle nostre tasche. Il profondo dolore di un corpo che si sta lentamente cicatrizzando, l’assurdità di un luogo che mostra le cose al contrario, fa di questo romanzo uno dei più riusciti dello scrittore parmigiano (o parmense?). “Perché il cervello, non è che te puoi indirizzarlo dove vuoi te, il cervello, che te gli dici Pensa delle cose belle, al cervello, e lui il cervello comincia a pensare a delle cose che ti fanno stare bene no, non funziona così. Era bello, se funzionava così, era comodo”.