
“Perché vi trattano così male voi direttori?” Perché non lo sapeva, ma l’avrebbe fatta volare su un tappeto volante di musica.”Un tappeto volante? non è meglio l’aereo? in che data partiamo? Mi tengo libera, chiedo le ferie.” E dopo ogni concerto l’avrebbe riempita di fiori, avrebbero cenato di fronte al mare, illuminato dai fuochi dai mille colori, e lei in un abito di seta tagliato per lei, in stile marino. “Be’, stile marino non lo so, che cosa vuol dire?” In stile orientale. No? Lo stile l’avrebbe lasciato perdere. E gli è arrivato il profumo delle tagliatelle al ragù che aveva nel piatto; si è rimesso a masticare, ci ha aggiunto altro formaggio grattato, perché alla mensa dei poveri si mangiava benissimo, e se ci voleva il formaggio, il formaggio era in tavola, ne poteva mettere quanto voleva, non c’erano limiti, né un sorvegliante che impedisse gli eccessi. Per i poveri il formaggio grattato era un lusso; anche se il vero povero, di antica data, non lo considera indispensabile. Questo l’aveva notato. E anche lui, per non tradirsi, si moderava. A distanza c’erano alcuni barboni che lo guardavano male, perché non lo consideravano un povero della loro categoria. I poveri tendono a formare degli albi professionali, che godono di maggiore o minore prestigio. Ci sono ad esempio imprenditori anche tra i poveri, che fanno della povertà un’azienda; e poi ci sono i falliti, isolati e schivi, e lui sospettava di essere stato inquadrato in questa categoria, anche se la barba gli avrebbe dato diritto alla classe sociale dei barboni, che è la più prestigiosa. Forse la barba non era lunga abbastanza. Poi, mangiando la pera finale, ha pensato anche a Mirta intensamente, sarebbe stato bello continuare a illuderla, belle anche per lei, perché era come un bellissimo sogno, che però di colpo può scomparire. I sogni sono come le bugie, pensava finita la pera, soffermandosi a filosofare, che ci caschi dentro senza preavviso e non vorresti svegliarti mai più.
DUE PAROLE
Le patologiche, croniche e sistematiche menzogne del protagonista ci evidenziano come, in realtà, la sostenibilità di una bugia sia spesso fomentata e sorretta dalla disperazione, dalla creduloneria e dalla fragilità dei nostri interlocutori piuttosto che dall’astuzia o dalla malignità del menzognero. In questo romanzo divertentissimo, che ho scoperto grazie a un’intervista di Neri Marcorè, un uomo pusillanime e disperato, che ha improntato la sua intera vita sulla falsità, accumula picaresche avventure nel suo castello di bugie intrappolando come un vortice impazzito tutte le persone che lo circondano. Nic, Nicola, di cui mai viene svelato il cognome, assume camaleonte l’identità di diverse persone, vittima e carnefice della sua patologica propensione alla frottola. Così, se per la famiglia e per le vecchie padrone di casa è luminare endocrinologo, per le belle ed avvenenti conquiste amorose è prima il melanconico scrittore di romanzi rosa Luc Barbaresco ed il direttore d’orchestra Olindo Olgiati-P. Come un domino che cadendo innesca una reazione a catena, come una dolce raccolta di ciliege, una bugia tira l’altra e il protagonista si ritrova in situazioni sempre più assurde, sempre più insostenibili. Fa veramente impressione pensare che, in maniera assai meno carnevalesca, questa storia ricordi il tragico excursus raccontato ne “L’avversario” di Carrere.