Follia + Paul Dalvaux

Paul Delvaux (Joy of life)

DAL TESTO

“Un matrimonio come tanti, allora”.
“Immagino di sì”.
“Un marito, una casa, un figlio, una serenità accettabile. Eppure hai messo in gioco tutto per una storia di sesso con un paziente”.
“Sai, sono calcoli che uno non fa”.
“Ma come ti sembrava l’idea che tutto il tuo mondo fosse in pericolo? Non so, era inebriante?”.
Mi ero appoggiato con un gomito al tavolo, e la guardavo con un’esperessione di partecipe, aperta curiosità.
“Essermi innamorata, questo mi sembrava inebriante”.
Ci fu un attimo di silezio.
“Già, l’amore” dissi. “Parliamo di questo sentimento che non riuscivi a dominare. Come lo descriveresti?”
Qui Stella fece un’altra pausa. Poi, con voce stanca, riprese: “Se non lo sai non posso spiegartelo”.
“Allora non si può definire? Non se ne può parlare?”.
“E’ una cosa che nasce, che non si può ingnorare, che distrugge la vita delle persone. Ma non possiamo dire nient’altro. Esiste, e basta”.
“Queste sono parole, Peter” mormorò Stella.
“Forse” dissi un po’ piccato. “Ma sono anche l’unica cosa che abbiamo”.

ORIGINI

Patrick McGrath – Follia (Asylum) – 1996

Paul Delvaux – Joy of life – 1937

 

DUE PAROLE

“Follia” non brilla per originalità ma si distingue eccelsamente per una caratteristica precisa, la dote con cui l’autore analizza la ricostruzione (o ricostruisce l’analisi) che lo psichiatra-voce-narrante compie nei confronti della protagonista della vicenda. Il percorso a ritroso negli eventi diventa testo stesso, autoanalisi, e la razionalità dei pensieri del dottor Cleave si tramuta immediatamente in un serrato ritmo narrativo. La storia è il classico dramma emotivo in cui Stella, moglie di un rampante psichiatra inglese, si innamora di uno dei pazienti del marito, tale Edgard Stark, un instabile e pericoloso uxoricida.  È lei, e lei solamente, la vera luce del romanzo. Tutto, a somme tirate, arriverà a dimostrarsi povero e sterile a suo fianco. Come un sentimento troppo alto per essere compreso, come una divinità troppo potente per commuoversi di fronte alla propria crudeltà, la donna accetta la propria indole stoicamente, aliena da ogni forma di umanità. A termine del romanzo, nonostante la scabrosità dei suoi gesti, lei, e solo lei, sarà l’unica presenza del racconto a sopravvivere moralmente. Gli altri, i vili (tutti uomini, fra l’altro) saranno mietuti di fronte all’immensità femminile, feticcio stesso dell’incomprensibilità dell’amore.

Lettera al padre + Egon Schiele

egon shicele dead mother 1910

DAL TESTO

L’aspetto essenziale era invece che tu restavi al di fuori del tuo stesso consiglio, eri un uomo sposato, un uomo puro, superiore a quelle cose: per me, a quel tempo, la questione era forse ulteriormente accentuata dal fatto che anche il matrimonio mi appariva una cosa indecente, e non potevo certo applicare ai miei genitori ciò che avevo sentito dire sull’argomento. Così tu diventavi ancora più puro, ti elevavi ancora più in alto. Non riuscivo a concepire che, prima di sposarti, tu avessi potuto dare a te stesso un consiglio simile. Così alla tua persona non restava addosso praticamente neppure un granello di sporcizia terrena. E proprio tu, con poche parole esplicite, mi spiengesti dento a quella sporcizia, come se io vi fossi stato destinato. Per la mente mi frullava un’idea che mi piaceva molto: se al mondo ci fossimo stati soltato tu ed io, allora con te finiva la purezza e, grazie al tuo consiglio, con me iniziava la sporcizia. Di per sè, risultava incomprensibile perché tu mi condannassi a quel modo; potevo spiegarmelo soltanto con antiche colpe e con il tuo più profondo disprezzo. E così ero di nuovo colpito, e con grande durezza, nel più profondo del mio essere.

 

ORIGINI

Lettera al padre – Franz Kafka – 1952

Egon Schiele – Dead Mother – 1910

 

DUE PAROLE

Tra le mie ultime letture, soltanto un paio di testi avevano affrontato con paritetica forza d’urto il delicato complesso che si instaura fra ogni genitore ed il proprio figlio. Queste erano “morte a credito” di Louis Ferdinande Céline, e “lessico famigliare” di Natalia Ginsburg. Come al solito Kafka mi sorprende per la sua precisione inesorabile nel racconto, per il suo senso di analisi quasi alieno nei confronti dei sentimenti umani e per la lucidità con la quale maneggia gli stessi. La lettera, che ancora richiama dubbi sulla natura di una possibile stesura romanzata, è un gesto di coraggio enorme e smisurato, che scardina la serratura freudiana e ci regala, forse, qualche spiegazione in più sui conflitti che resero lo scrittore boemo quel fragile essere che conosciamo. Il gesto è crudele, non solo per la perentorietà insita nello scrivere, ma anche per le immagini utilizzate a sostegno di ogni tesi. L’accusa efferata che Franz conduce nei confronti di Hermann non può permettersi falle. Il giovane Kafka sa che l’unico territorio agibile per uccidere il genitore è quello della letteratura (che, non a caso, non consente agevole replica). Con maestria, altrettanto irreprensibilmente, ogni parola concorre a distruggere l’immagine dell’uomo che ha cresciuto l’autore. Un rigurgito bilioso covato anni. Espulso, accumulato, selezionato e infine minuziosamente riassemblato in questo brevissimo mosaico di rivalsa passato alle stampe come “Lettera al padre”.

Sotto il vulcano + Albert Marquet

Albert-Marquet-N-poles-El-velero

DAL TESTO

E’ una sera d’estate azzurrina, chiara, illune, ma tardi, forse le dieci, con Venere che arde incandescente nella luce diurna, e dunque ci troviamo certamente molto al nord, e in piedi su questo balcone, quando d’oltre il braccio di mare lungo la costa arriva il rombo sempre più assiduo d’un lungo treno merci trainato da più d’una locomotiva, rombo, perché quantunque ci separi quest’ampia striscia d’acqua, il treno corre verso levante, sotto un cielo terso, meno là dove molto lontano a nord-est, sopra remote montagne di porpora sbiadita, si stende a una massa di nuvole d’un bianco quasi puro, illuminate all’improvviso, come da una luce in una lampada d’alabastro, interamente, da un lampeggiare di folgori dorate, ma non puoi udire tuono alcuno, solamente il rombo del grande treno con le sue locomotive e l’eco del suo sferragliare sugli scambi a misura che avanza dalle colline per entro le montagne; ed ecco, ad un tratto, un peschereccio dall’alta alberatura comparire a tutta forza da dietro la punta, come una giraffa bianca, molto veloce e solenne, lasciandosi a poppa un lungo e argenteo orlo di scia, che non muove visibilmente verso la costa, ma ora avanza pesantemente furtivo, in direzione della spiaggia dove noi siamo, quest’argento orlo traforato di schiuma che colpisce prima la battigia in lontananza, quindi si dilata lungo tutto l’arco sabbioso, il suo rombo e la sua agitazione crescenti sommandosi ora allo scemante fragore del treno, e infine si frange roboante sulla nostra spiaggia, mentre le zattere, perché ci sono zattere d tronchi per tuffarsi, ondeggiano insieme, ogni cosa cozzando e graziosamente sollevandosi, dimenandosi, per l’assillo di questo ondoso argento forbito, poi a poco a poco torna calma, e tu vedi il riflesso delle remote nuvole bianche nell’acqua profonda, mentre il peschereccio stesso con un ricamo dorato delle luci di rotta nella sua scia d’argento svanisce dietro il promontorio, silenzio, ed ecco ancora, entro le bianche bianchissime e distanti alabastrine nuvole temporalesche al di là delle montagne, la dorata folgore senza tuono nella sera azzurra, soprannaturale…
E come restiamo là a guardare ad un tratto ci giunge lo sciaquio di un altro bastimento invisibile, come una grande ruota, i vasti raggi della ruota roteante in fondo alla baia. (Parecchi mescal più tardi). Sin dal dicembre 1937 e sin da quando te ne andasti, e siamo ora, mi dicono, nella primavera del 1938, ho testardamente lottato contro il mio amore per te. Non osavo soggiacervi. Mi sono aggrappato a ogni radice e ad ogni ramo che mi aiutassero a varcare da me questo abisso spalancatosi nella mia vita, ma non posso illudermi oltre. Se devo sopravvivere, ho bisogno del tuo aiuto. Diversamente, prima o poi, precipiterò.

ORIGINI

Sotto il Vulcano – Malcolm Lowry – 1947

Albert Marquet – Napoli, il veliero – 1910 circa

DUE PAROLE

Il lungo e tragico delirio alcolico di un console inglese abbandonato all’ombra di due vulcani messicani assieme alla moglie, ex moglie, ed al fratello Hugh. Un libro molto difficile da leggere, accostabile all’Odissea di Joyce, non solo per complessità. Parecchi sono i rimandi al classico: la durata del ciclo narrativo nella singola giornata, un traghettatore-caronte a nome di Cervantes e molti ancora. La vicenda ripercorre l’ultima giornata di vita di Geoffrey Firmin, alter ego dello stesso Lowry, in un turbinio fittissimo di pensieri. Capace di un sentimentalismo spiazzante, una letteratura altissima, da decriptare, la prosa si srotola fittissima districandosi, come per Joyce, per dialetti locali, flashback, ritrosie, deliri allucinati e bevute, soprattutto bevute. Il Mescal impregna le pagine di Lowry, come l’alcolismo ne distrusse la vita. Imbarazzanti, per bellezza, le ultime pagine. La cosa più vicina al magistrale finale del Moby Dick che mi sia capitato di leggere.

Disastri + Paul Klee

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DAL TESTO

Adesso racconto come sono nato, come sono cresciuto e come si sono manifestati in me i primi segni del genio. Io sono nato due volte. E’ successo così.
Mio babbo ha sposato mia mamma nel 1902, ma io miei genitori mi hano messo al mondo solo alla fine del 1905, perchè mio babbo voleva assolutamente che suo figlio nascesse il primo gennaio. Il babbo aveva calcolato che il concepimento dovesse aver luogo il primo di aprile, e solo quel giorno si è avvicinato alla mamma al fine di concepire un bambino.
La prima volta si è avvicinato alla mamma il primo aprile del 1903. La mamma aspettava da tempo questo momento, e se ne è molto rallegrata. Ma il babbo, si vede, era proprio in vena di scherzi, e non si è trattenuto e ha detto alla mamma – Pesce d’Aprile!
La mamma si è offesa moltissimo, e per quel giorno non ha permesso al babbo di avvicinarsi. E’ toccato aspettare l’anno successivo.
Il primo aprile 1904 il babbo ha ricominciato ad avvicinarsi alla mamma con lo stesso fine. Ma la mamma, ricordando il caso precedente, ha detto che non voleva fare più la figura della stupida, e di nuovo non ha permesso al babbo di avvicinarsi. Per quanto il babbo si agitasse, non c’è stato nienta da fare.
E è stato soltanto l’anno dopo che il mio babbo è riuscito a vincere le resistenze di mia mamma e a concepirmi.
Così il mio concepimento ha avuto luogo il primo di aprile del 1905.
Tutti i conti del babbo, però, sono andati a farsi benedire, perchè io sono risultato prematuro e sono nato quattro mesi prima del previsto.
Il babbo si è infuriato talmente che la levatrice che mi aveva preso si è spaventata e ha cominciato a rificcarmi nel posto da dove ero uscito.
Uno studente dell’accademia medico-militare che assiteva al parto ha dichiarato che a rificcarmi dentro non ci sarebbero riusciti. Tuttavia, nonostante le parole dello studente,  a rificcarmi dentro ci sono riusciti, ma, per la fretta, non nel posto giusto.

 

ORIGINI

Disastri – Daniil Charms (?)

Paul Klee – Ghost of a Genius – 1922

 

DUE PAROLE

Diceva Daniil Charms “A me piacciono solo le giovani donne sane e formose. Per gli altri rappresentanti dell’umanità nutro diffidenza”. E così di solito ragioniamo un po’ tutti, sottendendo superiorità e selezione, sentendoci sempre migliori degli altri, senza contare quella certezza di portare del genio in nuce ad ogni affermazione fuori dagli schemi. Ne ho un altro esempio, sempre di suo pugno:  “Io non penso di essere molto intelligente, però anche così devo dire che sono il più intelligente di tutti”. E’ la classica spacconata letteraria d’impatto, accostabile, coi dovuti paragoni, al buon vecchio Charles Bukowski. In anni di letture sono arrivato a prendere le distanze da scrittori di questo tipo, ma riscoprire l’irriverenza è sempre eccitante. E con Charms mi sono prontamente ricreduto. Ho scoperto questo autore straordinario grazie al validissimo lavoro di Paolo Nori, innamorandomene immediatamente. Si scoprirà infatti, addentrandosi nella lettura, come la megalomania e l’ego smodato qui sbandierati siano solo una sfaccettatura altamente ironica del personaggio. “Disastri” è una collezione personale di storie brevissime e surreali che non risparmiano nessuno. Rimaste nella valigia dello scrittore sotto forma di fogli sparsi, salvati e miracolosamente ordinati e portati alla stampa. Aprire quella valigia, per il sottoscritto, è stato come scovare un vero tesoro.

L’uomo che fu giovedì + Odilon Redon

Odillon redon - figure

 

DAL TESTO

-Io mi sono chiesto spesso – disse il Marchese dando un morso a una fetta di pane con marmellata – se non sarebbe meglio per me fare ciò con un pugnale. Moltissime delle migliori imprese sono state condotte a termine così. E sarebbe una nuova emozione immergere nel presidente di Francia un coltello, rigirandolo poi nella ferita.
– Avete torto – ribattè il segretario corrugando le sopracciglia. – Il coltello è soltanto l’espressione d’un vecchio rancore personale con un determinato tiranno. La dinamite, invece, non è solo il nostro migliore strumento, ma anche il nostro miglior simbolo: è per noi un simbolo perfetto come è l’incenso nelle preghiere dei cristiani. Si espande; distrugge soltanto perchè s’allarga. E pur così il pensiero distrugge perchè si allarga: il cervello d’un uomo è una bomba! – gridò lasciando improvvisamente sfogo alla sua strana passione e battendosi il capo con violenza. – Il mio cervello sento che è una bomba, notte e giorno! Deve espandersi! Deve espandersi! Il cervello d’un uomo deve espandersi anche se mette in pezzi l’universo.

 

ORIGINI

L’uomo che fu giovedì (The man who was thursday) – Gilbert Keith Chesterton – 1908

Odilon Redon – Figure – 1876

 

DUE PAROLE

Chesterton era letto e stimato da Borges, motivo più che sufficiente per spingermi alla scoperta dello scrittore inglese. Ho trovato un libro eclettico, capace di riassumere diversi piani di lettura in un romanzo che potrebbe essere qualsiasi cosa, da un classico per bambini, ad una critica esegesi, al romanzo d’avventura, fino alla totale burla letteraria. La trama principale, che si dirama principalmente per le vie di Londra, vede opporsi poliziotti filosofi ad un circolo di anarchici insurrezionalisti che vogliono distruggere il mondo. Chi e cosa sia il mondo, gli stessi anarchici, gli stessi poliziotti, cosa siano i pensieri dell’individuo e della società, cosa li guidi e perchè, sono tutte cose da scoprire in un inerminabile susseguirsi di colpi di scena. Si ribaltano le identità, i punti di vista, le certezze. Gli stessi personaggi cascano nella totale sorpresa di scoprirsi ciò che non sono. Citando lo stesso uomo che voleva essere giovedì la domanda vien concreta: “C’era qualcuno che fosse realmente qualcosa?”.

Al culmine della disperazione + Andrew Wyeth

andrew wyeth Winter-1946

DAL TESTO

“Ci sono due modi di sentire la solitudine: sentirsi soli al mondo o avvertire la solitudine del mondo. Chi si sente solo vive un dramma puramente individuale; il sentimento dell’abbandono può sopraggiungere anche in una splendida cornice naturale. In tal caso interessa unicamente la propria inquietudine. Sentirti proiettato e sospeso in questo mondo, incapace di adattarti ad esso, consumato in te stesso, distrutto dalle tue deficienze o esaltazioni, tormentato dalle tue insufficienze, indifferente agli aspetti esteriori – luminosi o cupi che siano –, rimanendo nel tuo dramma interiore: ecco ciò che significa la solitudine individuale. Il sentimento di solitudine cosmica deriva invece non tanto da un tormento puramente soggettivo, quanto piuttosto dalla sensazione di abbandono di questo mondo, dal sentimento di un nulla esteriore. Come se il mondo avesse perduto di colpo il suo splendore per raffigurare la monotonia essenziale di un cimitero. Sono in molti a sentirsi torturati dalla visione di un mondo derelitto, irrimediabilmente abbandonato ad una solitudine glaciale, che neppure i deboli riflessi di un chiarore crepuscolare riescono a raggiungere. Chi sono dunque i più infelici: coloro che sentono la solitudine in se stessi o coloro che la sentono all’esterno? Impossibile rispondere. E poi, perché dovrei darmi la pena di stabilire una gerarchia della solitudine? Essere solo non è già abbastanza?”

 

ORIGINI

Al culmine della disperazione – Emil Cioran – 1933

Winter – Andrew Wyeth – 1946 (http://www.andrewwyeth.com/)

 

DUE PAROLE

Leggere Cioran è spesso pericoloso, si deve essere in buona forma mentale per affrontarlo, non tanto per la complessità del testo, quanto per la profondità degli argomenti. Il “teorico del suicidio”, colui che meglio di tutti ha fatto i conti con la morte, può sembrare pessimista e privo di ogni speranza di salvezza. Non è soltanto così, e questo scampolo rubato ad uno dei suoi scritti preferiti riassume perfettamente la parte più brillante del suo pensiero. E’ la consapevolezza a guidare la ragione. In Cioran, è vero, tutto passa dalla rovina e dalla distruzione attraverso una macabra ironia. Il mondo è visto dalla fine, da un grumo di cinismo che ci spoglia da ogni cosa superflua. Rimane lo scheletro dell’umanità a farci da faro, le nostre poche ed uniche certezze: la morte, gli stati d’animo ed il pensiero. Così dalle macerie dell’essenzialità Cioran salva -non una speranza- ma un delicato filo di sopravvivenza.

La morte di Ivan Il’ic + LS Lowry

Head of a Man (with Red Eyes) LS LOWRY

DAL TESTO

“La fanciulla Praskov’ja Fedorovna era di buona stirpe nobile, graziosa; aveva un piccolo patrimonio. Ivan Il’ic avrebbe magari potuto aspirare a un partito più brillante, ma anche questo dopotutto era un buon partito. Ivan Il’ic aveva i suoi assegni; lei, sperava, avrebbe portato altrettanto. Buona nascita; donna affettuosa, leggiadra e assolutamente ammodo. Dire che Ivan Il’ic si sposò perchè amava la sua fidanzata e trovava in lei piena rispondenza alla sua maniera di considerar la vita, sarebbe altrettanto inesatto quanto dire che si sposò perchè la gente della sua società approvava l’unione. Ivan Il’ic si sposò per tutte e due le ragioni: faceva cosa grata a se stesso, prendendosi una tal moglie, e nel medesimo tempo faceva quanto era giudicato bene dalla gente altolocata.
E Ivan Il’ic si sposò.”

“Sì, la vita c’era, ed ecco che adesso se ne va, se ne va e non posso tattenerla. Sì, perchè illudersi? Forsechè non appare evidente a tutti, fuori che a me stesso, che io sto morendo e che ormai si tratta solo di sapere quante settimane, quanti giorni durerò ancora? E forse è per subito. C’era la luce, ed ora c’è la tenebra. Ero qui, ed ora son là! Là dove? Un gelo lo prese, gli si mozzò il respiro. Non udiva che i battiti del suo cuore. Io non ci sarò più, e che ne sarà allora? Niente ci sarà. E dove sarò io quando non ci sarò più? La morte dunque? No, non voglio. Balzò su, voleva accender la candela, la cercò a tentoni con mani tremanti, sicchè fece cadere a terra candela e candeliere, e di nuovo si rovesciò indietro sul cuscino. “Perchè? Ma poco importa perchè” si disse guardando con gli occhi spalancati nel buio. “E’ la morte, sì, la morte. E loro non sanno nulla e non vogliono sapere, e non hanno compassione. Loro si divertono. (S’udivano da lontano, d’oltre due porte chiuse, stese di voci e ritornelli). A loro non glie ne importa nulla, ma moriranno anche loro. Banda d’idioti! Io prima, ma dopo loro: anche a loro la stessa cosa. E loro si divertono. Bestie!” La rabbia lo soffocava. E sentì una pena straziante, intollerabile. Non è possibile che tutti siano per sempre condannati a questo orrore. Si levò.”

 

ORIGINI

LS Lowry – Head of a man (with red eyes)

La morte di Ivan Il’ič – Leo Tolstoj – 1886

 

DUE PAROLE

La morte di Ivan Il’ic è la personale apocalisse di Tolstoj. Così come il testo biblico di Giovanni snocciola l’essenza di una rivelazione assoluta e quasi banale, questo breve romanzo, che evita volontariamente la sorpresa, ricostruisce il percorso del protagonista verso la più ovvia delle nozioni. Nella vita non si vince e, cosa ancor peggiore, si muore. L’amara delusione di cedere la propria quotidianità in modo inaspettato, ma soprattutto quel vuoto esistenziale di essersi lasciati ben poco alle spalle (di non aver fatto e di non poter fare nulla) sconvolge Ivan Il’ic nel momento più alto della sua carriera di “inutile fra gli inutili”. Non è un caso che il romanzetto inizi rivelando l’interezza della vicenda. L’azione è dunque quella dello svelare, rimuovere letteralmente i panni e le vesti che coprono ciò che in fondo conosciamo già. Una riflessione amara, una domanda difficile e una risposta, come spesso accade, impalpabile. Tolstoj -arrivato in tarda età a giustificare il senso dell’esistenza con la fede- suggerisce che l’unico spazio per riempire quel vuoto sia la spiritualità. Fa trovare al suo personaggio una risposta nel perdono pochi attimi prima della fine effettiva, la seconda nel libro, affinché il lettore interrompa quel senso di critica borghese ferocissima che accompagna tutta la vicenda e torni, precipitosamente, all’incipit, quando la morte torna a essere una semplice notizia, una riga a margine, una nota ferma, immobile e imparziale su un giornale letto, da pochissimi ricordato.

Cuore di Cane + Picasso

boy-with-a-dog-1905

DAL TESTO

L’indomani misero a Pallino un largo e scintillante collare. In un primo momento si amareggiò moltissimo, infilò la coda fra le zampe e si ritirò in bagno a meditare su come strapparsi il collare, strofinando contro un baule o contro una cassa. Ma capì ben presto che era una idiota. Zina lo portò a passeggio con il guinzaglio. Lungo il vicolo Obuchov il cane avanzava come un forzato, bruciando di vergogna, ma mentre percorreva la Precistenka fino alla chiesa del Salvatore, comprese perfettamente che cosa significasse un collare nella vita. Dallo sguardo dei cani che incontrava traspariva un’invidia furibonda, e nei pressi del vicolo Mertvyj un bastardo, uno spilungone con la coda mozza, gli abbaiò contro “fetente aristocratico” e “tirapiedi”.
Quando attraversò le rotaie del tram, il vigile diede un’occhiata rispettosa e compiaciuta al collare, e al ritorno avvenne il fatto più inaudito: il portiere Fedor, aprì con le sue stesse mani la porta d’ingresso per far entrare Pallino, osservando in quel mentre, rivolto verso Zina:
“Però che cane s’è preso Filipp Filippovic, che bel pelo folto che ha! Ed è incredibilmente grasso!”
“Altrochè! Mangia per sei!” spiegò Zina, fattasi ancor più bella per il gelo che le imporporava il viso.
“Portare un collare è proprio come avere una cartella di pelle” pensò argutamente il cane, e raggiunse il piano padronale, ancheggiando, come un vero barin.

 

ORIGINI

Pablo Picasso – Boy with a dog – 1905

Michail Afanas’evič Bulgakov – Cuore di cane – 1928

 

DUE PAROLE

Questo romanzo può essere considerato a tutti gli effetti come una ripresa del capolavoro di Mary Shelley, farcito da una sottilissima satira politica e critica sociale. Uno scienziato, un imborghesito dottore moscovita, impianta in un cane randagio e morente, appositamente accudito, l’ipotalamo e i testicoli di un uomo. Ne nascerà una bestia difficile da governare, un mostro -insomma- ben più ironico del noto Frankenstein, meno gotico, meno ampio, meno brutale. Lo spauracchio che anima l’intera storia non è il trascendere dalla scienza, non è l’aver creato vita dalla morte o intelligenza da materia. Non è la perdita di controllo sul proprio creato, non solo. L’identità del cane pallino, diventato poi Sig. Pallinov, sarà il vero quesito drammatico della vicenda. Bulgakov ci pone di fronte al sottile dilemma di cosa sia veramente un individuo e sottolinea come non sia sufficiente “essere intelligenti” per fare parte di una società. Un sistema incapace di creare e sostenere l’individualità puzza sempre di disumano.

 

Cronaca familiare + Famiglia di poveri

lorenzo Viani-famiglia-di-poveri

DAL TESTO

“Mi ricordavo spesso di te, con fastidio, con lo stesso sentimento con cui un ragazzo di sei anni ricorda una cattiva azione, con un senso di colpa irreparabile. Mi veniva quasi da piangere; avrei voluto cancellarti dalla memoria. Mi è difficile ricostruire le analogie di quel sentimento. Era così come ti dico, mentirei cercando di spiegarlo. Io sentivo molto la mancanza della mamma; l’unica associazione che facevo era questa: la mamma era morta per colpa tua. Tutti ripetevano che la mamma era morta per colpa tua; nessuno pensò mai al significato che quelle parole acquistavano dentro di me. Avevo scoperto l’esistenza della mamma dopo la sua morte. Ciascun uomo ha memoria della sua vita da un certo giorno in avanti. Per certuni il primo ricordo è un giocattolo, per certi altri il sapore di un cibo, un ambiente, una parola, un volto, più volti. La prima realtà di cui io ho cognizione esatta è la mamma nel suo letto di morte.”

“Ci si pò assuefare alle persecuzioni, alle fucilazioni, alle stragi; l’uomo è come un albero e in ogni suo inverno levita la primavera che reca nuove foglie e nuovo vigore. Il cuore dell’uomo è un meccasismo di precisione, completo di poche leve essenziali, che resistono al freddo, alla fame, all’ingiustizia, alle sevizie, al tradimento, ma che il destino può vulnerare come un fanciullo l’ala della farfalla. Il cuore ne esce con un battito stanco; da quel momento l’uomo diventerà forse più buono, forse più forte, e forse anche più deciso e cosciente nella sua opera, ma non troverà più nel suo spirito quella pienezza di vita e di umori in cui ogni volta egli sfiora la felicità.”

“Mille cose rivelano un uomo: il passo de l’intercalare, come mastica il cibo, come annoda il laccio delle scarpe, la maniera di impugnare la paletta nel gioco del ping-pong e la posizione abituale nel dormire. Una debolezza, una compiacenza, un risentimento ci appaiono contrddittori quando è ancora incompleta la conoscenza che noi abbiamo dell’individuo, o che l’individuo ha di se stesso, in realtà essi sono sempre logici e naturali, come il grano che seminato fiorisce, sulla buona terra. Tutto vale per rivelarci un uomo: come reagisce a una sciagura, come abborda una prostituta.”

ORIGINI

Cronaca Familiare – Vasco Pratolini – 1947

Lorenzo Viani – Famiglia di poveri – 1900 c.ca

 

DUE PAROLE

Cronaca familiare ha un impatto violento sul lettore. Scritto in seconda persona singolare, è indirizzato ad una sola persona, il fratello dello scrittore prematuramente scomparso. Pratolini, già dal lapidario incipit, indirizza la lettura giustificandone la causa “Questo libro non è un’opera di fantascienza. È un colloquio dell’autore con suo fratello morto.” Espiazione dice, e così indica, una questione privata. Ma come spesso accade, il potere liberatorio dell’arte trascende i confini dell’intimità e questa lunga lettera di rimpianti che ripercorre la storia della famiglia si trasforma in un romanzo incantevole, incisivo, tanto breve quanto diretto. Scrive con il bisturi, Pratolini. Ve ne accorgete nelle poche righe di poco sopra, con quella fredda distanza e lucidità con cui esamina le colpe della morte della madre sviluppatesi nel pensiero di un bambino diventato poi uomo, ed infine scrittore.

Le Braci + La signora con crisantemo

DAL TESTO

Ho compreso tutto. Che cosa vuoi che ti dica?…si invecchia un po’ alla volta: in un primo momento si attenua la voglia di vivere e di vedere i nostri simili. A poco a poco prevale il senso della realtà, ti si chiarisce il significato delle cose, ti sembra che gli eventi si ri petano in maniera fastidiosa e monotona. Anche questo è un segno di vecchiaia. Quando ormai ti rendi conto che un bicchiere non è altro che un bicchiere e che gli uomini, qualunque cosa facciano, sono solo creature mortali. Poi invecchia il tuo corpo: non tutto in una volta, certo, invecchiano per primi gli occhi, oppure le gambe, lo stomaco, il cuore. Si invecchia così, un pezzo dopo l’altro. Poi a un tratto invecchia la tua anima: anche se il corpo è effimero e mortale, l’anima è ancora mossa da desideri e ricordi e cerca ancora la gioia. E quando scompare anche questo anelito alla gioia, restano solo i ricordi e la vanità di tutte le cose; a questo stadio si è irrimediabilmente vecchi. Un giorno ti svegli e non sai più perchè ti sei svegliato. Conosci già esattamente quello che il giorno presenterà alla tua vista: la primavera o l’inverno, gli scenari abituali, le condizioni atmosferiche, l’ordine dei fatti. Nulla di sorprendente può ormai accadere: non ti sorprendono più neanche gli eventi inattesi, insoliti o raccappriccianti, perchè conosci tutte le probabilità, hai previsto già tutto e non ti aspetti più nulla, nè in bene nè in male… e questa è la vera vecchiaia. Eppure qualcosa è ancora vivo nel cuore, un ricordo, una qualche speranza vaga e nebulosa, c’è qualcosa che vorresti ancora dire o apprendere. Un giorno, lo sai bene, quel momento arriverà e allora, tutt’a un tratto, apprendere e affrontare la verità non ti sembrerà più tremendamente importante come avevi supposto durante i decenni di attesa. L’uomo comprende il mondo un po’ alla volta e poi muore.

ORIGINI

Le braci – Sándor Márai – 1942

La signora con crisantemo – Lorenzo Viani

 

DUE PAROLE

Due generali, amici di lunga data, si ritrovano dopo quarant’anni di distanza ad affrontare la questione che li ha tenuti separati per così tanto tempo. Come spesso accade, il motivo della loro sofferenza è una donna. Una donna ormai morta, silente, solenne custode dell’unica verità mai detta, quella che forse troverete nelle pagine, nelle stesse braci, quell’impossibile scintilla inespressa che assiste al loro breve e decisivo incontro. “Le braci” è un libro svuotato dalla sua stessa pienezza, votato alla domanda, schivo alle risposte. Una lettura stupenda, nonché il romanzo più famoso di uno dei più grandi narratori Ungheresi del novecento (sebbene Márai sia poi giunto in tarda età a non tesserne le lodi). Viene qui accostato ad un quadro italiano, ugualmente affascinante e misterioso, nonostante l’esasperata ricerca sul web per trovare un dipinto della scuola ungherese (incredibilmente ricca di capolavori ma, a quanto pare, ancora poco diffusa tra i motori di ricerca immagini. Ai più curiosi consigliamo: Kadar Bela, Szinyei Merse Pal, Janos Tornyai… fra i tanti).