
Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli –. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla più che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dall’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto.
DUE PAROLE
La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo questo libro è la differenza fra il dottor Destouche/Céline e l’autore-protagonista Carlo Levi. Entrambi medici, entrambi artisti, si raffrontano con la povertà e la miseria umana, immergendosi fino al collo in quella tragica disgrazia, raccontandoci da dove l’uomo moderno arriva e dove esso può “fermarsi”. Ma i piani osservativi sono diametralmente opposti. Mentre Céline vive allo stesso livello dei suoi malati, anzi, risultando a volte persino sentimentalmente molto più gretto e più misero, Carlo Levi si pone sul piedistallo dell’evoluto, di colui che condivide sì antropologicamente quasi tutte le coordinate degli esseri che incontra, ma che ne prende larga distanza rimarcando inconsciamente quanto quella grezzissima forma popolare sia lui lontana. Non mi si fraintenda, non voglio per forza di cose insinuare come l’autore pratichi uno snobismo intellettuale (che tanto, troppo, ha già rappresentato il peccato capitale dell’ipocrisia della sinistra italiana) ma rimarcare quanto questo romanzo non mi sia sembrato un testo di calda vicinanza bensì di fredda osservazione antropologica. Ho citato Céline in quanto uno dei pochissimi a predicare e razzolare alla stessa maniera di umanità. Vivendo cioè la miseria dei poveri da un gradino ancora più basso del loro, che non è quello economico, bensì quello propriamente umano. La bruttura, la fame, la sporcizia, l’estrema ignoranza. Levi è ben distante da questi uomini-bestia lucani. Ne esce quindi un insieme di ritratti, propri del pittore qual era. Un lungo album fotografico che incasella e incastra decine di diapositive. O di usanze. Un breviario dell’apotropaica magia popolare, delle sue mistiche credenze, della forma più pura (e quindi alta) di ignoranza. Sul fondo della fotografia ci sono i contadini, le persone che riescono a porsi all’ultimo gradino sociale. Più sotto ancora dei già disgraziati abitanti di Grassano. Lo si evince già da questo testo meraviglioso che la morale strizza l’occhio alle parabole evangeliche e agli atteggiamenti francescani: un viaggio in mezzo ai lebbrosi. Ribadisco, però, non ci si trova affatto di fronte a un missionario, né ad un predicatore. Levi somiglia più a un David Livingstone e alla sua scoperta di indigeni. Il Cristo che si è fermato ad Eboli non è il protagonista, bensì un’entità che sta lentamente scomparendo (e che, pensando a Pasolini, anch’egli aveva provato qualche anno dopo a cercare nelle borgate romane): una forma di umano puro nella sua semplicità. Un uomo animale che accetta la vita come una bestia al pascolo, che accetta ogni sopruso in quanto parte essenziale della natura che l’ha generato “Ma i contadini sono ostinati e diffidenti. Non vanno dal medico, non vanno alla farmacia, non riconoscono il diritto. E la malaria, giustamente, li ammazza”. Solo quando l’usurpazione arriva dall’uomo – e visibilmente – questo essere può pensare a ribellarsi. Ma è raramente il caso. In questa cornice Levi ci sembra dire che, macroscopicamente, lo stesso meccanismo si è verificato fra la borghesia e il fascisimo, dove stuoli di uomini-bestie moderni hanno accettato il sopruso con l’obnubilo di un ruminante in un prato. Questo è ciò che mi ha lasciato un libro pur pieno di decine e decine di situazioni agghiaccianti per la loro ruralità (fra tutte cito la più incisiva castrazione delle scrofe del “sanaporcelle” che sbudella i capi estraendo gli intestini e ricacciandoglieli in corpo), una più ampia riflessione su cosa sia l’umano e su quanto di Cristo rimane a questo mondo.