Frank Herbert – Il messia di Dune


Tu hai certi… poteri — continuò Stilgar. — Non potresti localizzare l’Intesa di Tupile, malgrado la Gilda? Poteri? disse Paul, tra sé. Perché Stilgar non diceva, semplicemente: Tu sei un veggente. Non puoi rintracciare un sentiero, nel futuro, che ci conduca a Tupile? Paul fissò la superficie dorata del tavolo. Sempre lo stesso problema: come esprimere i limiti dell’inesprimibile? Doveva parlare ad essi della frammentazione, il destino naturale di ogni potere? Sarebbe stato possibile, per qualcuno che non aveva mai sperimentato i mutamenti indotti dalla spezia nella prescienza, concepire una consapevolezza priva di uno spaziotempo localizzato? L’assenza d’un vettore d’immagini personale, d’un corrispondente organo sensoriale?

DUE PAROLE 

Sebbene si sia già detto quasi tutto negli appunti del primo romanzo (qui), la seconda costola della saga – Messiah – aggiunge la consapevolezza della passività degli eventi anche all’Uomo-Dio. Paul è consapevole di subire le scelte del destino, imprigionato nel suo ruolo di divinità terrena, e proprio per questo motivo cerca di misconoscere la sua sorte. Il tema del libero arbitrio viene quindi visto e affrontato da un’altra angolazione. “Era possibile, si chiese, che l’oracolo non predicesse il futuro, bensì lo determinasse?” Allo stesso modo, specularmente, la conquista del futuro che era pilastro e forza del primo tomo, nonché caratteristica distintiva dello Kwisatz Haderach, si trasforma ora in un ossessivo tentativo di conquistare e controllo del passato. Il fantasma di Idaho è l’incarnazione di questa ossessione vestita da incubo che, in extremis, si incarna (facendolo letteralmente, tornando alla vita). I sogni di preveggenza diventano spettrali memorie. Se Dio è colui che controlla il futuro, l’uomo è colui che coltiva il passato. Paul, colpito da cecità, riesce comunque a vedere il presente, ovvero sia quella realtà che è stata determinata dell’intreccio di tutti i possibili futuri. Usando le sue parole “Ho vagato fra tutti i futuri possibili che io potevo creare, finché, alla fine, essi hanno creato me”. Persa la speranza (Chani), ovverosia compiuto il destino che egli così bene aveva già intravisto, Muad’dib torna nelle tenebre del buio. Sembra dunque che la perdita della vista non sia un incidente inaspettato, bensì la scelta dello stesso Lisan Al-Gaib di poter morire da uomo e non da Dio avvalendosi della legge Fremen per cui i ciechi debbano essere abbandonati nel deserto e “offerti” a Shai-Hulud. Il Messia di Dune è un degno seguito del primo tomo. Sviluppa la saga con discreta originalità dando vita a nuove tematiche riflessive. La mercificazione della religione (dove l’idolatria passa dalla concretezza della spezia come materia al culto del nuovo imperatore onnipotente) “Sono stato battezzato nella sabbia, diceva, e ciò mi è costato la mia capacità di credere. Chi mai commercerà più la fede? Chi la comprerà? Chi la venderà?” per toccare temi tecno-genetici con l’introduzione delle arti del Bene Tleilax. “Noi Tleilaxu consideriamo che in tutto l’universo esista soltanto un appetito insaziabile di materia. L’energia è l’unico, vero solido. E l’energia impara. Ascoltami bene, Principessa: l’energia impara. Questo, noi lo chiamiamo potere”. Infine, i costrutti della legge e l’arbitrarietà del potere “L’involuto vocabolario del legalismo è nato dalla necessità di nascondere ai nostri occhi la violenza che intendiamo usare fra noi. Privare un uomo di un’ora della sua vita… privarlo di tutta la sua vita: è soltanto una differenza di sfumature. In ambedue i casi gli abbiamo usato violenza, abbiamo sperperato le sue energie. Elaborati eufemismi possono nascondere la vostra volontà di uccidere, ma ogni impiego della forza contro un altro individuo si traduce sempre nell’ultima presunzione: «Mi nutro della tua energia. »”