Fulvio Tomizza – Materada


Ai miei figli che cosa lascio, un giorno?” “Non avete da preoccuparvi per i figli. Per loro ci penserà il Potere popolare, come pensa per tutti.” “Scusate, ma preferirei pensarci io stesso. Almeno finché sono in vita.” Da serio com’era scoppiò a ridere forte. “Voi contadini siete tutti uguali” disse. Prese a camminare per la stanza a lunghi passi. Poi, d’improvviso, mi guarda e mi fa: “E se io vi trovassi una stanzia ancora più grande e più bella di quella che tiene ora vostro zio, a Dàila per esempio o nella valle del Quieto, ci andreste a lavorarla?” Sentivo che mi stava studiando. “Di chi è questa stanzia?” “Del Potere popolare.” “Capisco. Ma prima di chi era?” “Di un padrone che l’ha lasciata e ha preferito andarsene via, in Italia.” Pensai un istante, poi dissi secco: “Non ci andrei.” “Perché?” “Perché un giorno potrebbe non essere più mia.” “Non hai dunque fiducia in noialtri? Credi che un giorno potremo cadere anche noi e andarcene via?” Sorrideva. Mi sedetti meglio sulla sedia e risposi: “Sentite, Vanja. Io non so dove diavolo volete arrivare e non me ne intendo troppo di politica. Ma se volete sapere la mia opinione, ebbene ve la dico francamente. Da quando mi ricordo, qui da noi sono venuti dapprima gli austriaci, poi gli italiani, dopo i tedeschi; infine siete venuti voialtri. Tutti se ne sono andati, ed erano più forti di voi. Io stesso ho visto cadere prima l’aquila, poi il fascio e la croce uncinata. Perché un giorno non dovrebbe cadere anche la falce e il martello?” Di nuovo rise; poi mi batté la spalla. “Sei un uomo in gamba, Kozlović. Ma queste cose non dirle a nessuno. Questo tu non lo puoi ancora capire.” Poi mi fece: “Se ti diamo la terra, entreresti nella skupčina?” “No. Credo di no.” Si fermò ancora in mezzo alla stanza e mi guardò di soppiatto. “Se non te la diamo, opteresti anche tu per l’Italia?” Mi lasciò senza fiato, come preso in una morsa. Ma ben presto mi riebbi, e lo colsi io nel suo punto debole (in quello che lui credeva che io non potevo capire). E dissi: “Se mi date la terra non mi fate un regalo. Mi date semplicemente quello che è mio. Fate soltanto giustizia. Non sta scritto su tutti i muri tudje nećemo, svoje ne damo? (Il nostro non diamo, l’altrui non vogliamo?)” Mi batté ancora la spalla e disse: “Sei uno che non si perde, Kozlović”.

DUE PAROLE

Ridimensionato come semplice “scrittore di frontiera”, Tomizza non ha goduto della fama che merita. Egli è, a mio avviso, molto di più. Inizio però immantinente con il dichiararmi assai di parte, poiché i luoghi qui descritti sono non solo a me noti, ma assai cari, e amati, e frequentati praticamente ogni estate da circa dieci anni a questa parte. Un libro tragico, che parla elegantemente dalla disperazione umana e di quando questa viene messa di fronte alle grandi incognite della storia. La purezza dei coloni istriani, qui rappresentati dal protagonista Francesco (Franz) Koslović, vive di un orgoglio e di una limpidezza di principi quasi inscalfibili. La ricerca della giustizia, della Giustizia più alta, è perseguita attraverso la natura contadina e feudale, ovvero quella dei mezzadri: infelici creature destinate a lavorare i frutti di una terra che non posseggono, sfruttati dal padrone di turno che, come si nota in incipit, cambia caleidoscopicamente a seconda dei capricci e delle increspature della storia. Si capisce chiaramente, però, che il nocciolo della questione non sia solo limitato alla natura degli strapazzati zappatori, bensì ai più alti aneliti della natura umana. Riprendo dalle antologie un commento centrato: “vero protagonista della vicenda si deve dire il destino, che offende e sradica e muove questi miseri verso un futuro più cieco che grigio. I contadini di Materada non sono osservati di fuori, ma sentiti di dentro”. Commento chirurgico: più cieco che grigio è il destino di chi non possiede le redini. Se l’uomo, insomma, dovrebbe vivere e sopravvivere di Dio, Patria e Famiglia, si può benissimo capire come i cicloni rivoluzionari e i moti europei del secondo dopoguerra abbiano sconvolto alcuni capisaldi della ruralità. La vicenda di Materada infatti, se vista con la massima semplicità possibile, ci racconta non altro che la tragedia degli esuli istriani, costretti piangendo a lasciare le proprie radici perché soppiantate da un nuovo seme politico-culturale. Lo racconta in maniera poetica, spiccia, sprizzante di vita. E non lo nascondo: se fra le critiche ho letto parallelismi o similitudini con il Verga, o con il Pavese, sono pronto ad affermare che io ci ho trovato altrettante assonanze con uno dei romanzi più belli della letteratura mondiale: Furore di Steinbeck. Non soffrono in fondo delle stesse avversioni naturali queste famiglie? Una severa siccità è più o meno devastante di un trapianto di Nazione? La rivoluzione si innesca quando non è più solo la testa di un paese a staccarsi, bensì quando lo fanno anche le sue budella “Le cittadine dell’Istria si stavano svuotando giorno per giorno, specie quelle della costa, e per noi era ormai diventata un’abitudine vedere in quei giorni i soliti camion traballanti di povere masserizie lasciare Umago e Buje e dirigersi alla volta di Trieste. Ma chi avrebbe mai pensato che alla fine si sarebbe mossa anche la campagna?” o peggio ancora, ma questo si sapeva, è quando il seme del futuro sembra destinato a non dover fiorire nemmeno nel domani “E adesso sentivo solo le parole e niente musica; e pensavo che cos’era un paese senza gioventù e che cosa quella gioventù appena fiorita, e che ha già respirato di questa aria e mangiato di questo pane, senza il suo piccolo paese. E sentivo anch’io di lasciare per sempre da queste parti la mia giovinezza ormai trascorsa, sparsa e consumata un po’ qua e un po’ là, in una siepe, dietro a un pagliaio, nell’aria, ai piedi di uno dei tanti muriccioli che dividono le nostre campagne”. Materada è un capolavoro, un romanzo meraviglioso, che mi ha stregato e commosso con la sua schietta ruralità.