Georgi Gospodinov – Cronorifugio


Un giorno, quando il lavoro si sarà avviato, continuò Gaustin, faremo cliniche del genere in vari paesi. Il passato è anche una questione locale. Ci saranno ovunque case di altri anni, piccoli quartieri, un giorno avremo anche cittadine e magari perfino un intero stato del passato. Per pazienti con la memoria che svanisce, Alzheimer, demenza senile, quello che vuoi. Per tutti quelli che già vivono nel presente del loro passato. E per noi, disse alla fine dopo una breve pausa, lasciando uscire una lunga scia di fumo. Non è casuale questo affluire di tanta gente senza memoria, oggi… Sono qui per dirci qualcosa. E credimi, un giorno, molto presto, molti cominceranno a scendere nel passato da soli, a “perdere” la memoria di propria volontà. Si profila un tempo in cui sempre più persone vorranno nascondersi nella loro grotta e tornare indietro. E non da una bella situazione, in ogni caso. Dobbiamo essere pronti con rifugi antiaerei del passato, Chiamali pure, se vuoi, “cronorifugi”. In quel momento non capii cosa avesse in mente. Come non ero mai sicuro di quando scherzasse e se stesse davvero scherzando. Secondo Gaustin per noi il passato è passato e, anche quando vi entriamo, sappiamo che la porta all’indietro è aperta e possiamo tornare facilmente. Per chi è stato abbandonato dalla memoria quella porta è sbarrata per sempre. Per loro non è il passato un paese straniero, ma il presente, il passato è la loro patria. L’unica cosa che possiamo fare in questo caso è creare uno spazio in sincronia con il loro tempo interiore. E se dentro di me c’è il 1965, diceva Gaustin, quando avevo 20 anni e vivevo in affitto in una soffitta a Parigi, a Cracovia o alle spalle dell’università di Sofia, facciamo in modo che anche fuori, almeno nell’ambito di una stanza, sia il 1965. Quanto possa essere una cura, e se ripari i neuroni, non so dirlo. Ma queste persone conquistano il diritto alla felicità, al ricordo.

DUE PAROLE

Cronorifugio è un testo distopico raccontato coi modi di un romanzo introspettivo e personale, fintamente distaccato dal genere fantascientifico ma assai ancorato a risvolti apocalittici o catastrofisti tipici dell’ambito. Le complicazioni narrative che sovrappone sono somministrate lentamente, tramite le sembianze di un diario-ricordo. è proprio il tema del ricordo e della memoria a ingombrare l’intero arco narrativo, ad esserne fulcro e riflessione totalitaria. Esso viene sviscerato su due assi principali: quella privata-personale e quella sociale-collettiva. Vedremo come e in che differenza. La vicenda racconta di come il non noto protagonista assista alla creazione di una clinica per persone affette da demenza senile (e da tutte le patologie derivate alla perdita dell’uso della memoria e della razionalità temporale). Tutto nasce da un fatidico incontro con un personaggio mistico: il creatore Gaustin, deus ex machina di questa terapia tanto semplice quanto rivoluzionaria; un medico ossessionato dalla volontà di migliorare la vita delle persone che soffrono di disturbi mentali simili o riconducibili all’Alzheimer. Da questa nobile e vivace volontà, egli imbastisce una clinica divisa per piani capace di ricreare per filo e per segno (anche nei minimi dettagli) i vari decenni di questo secolo. Le persone ivi ricoverate possono quindi nuotare nel passato, riviverlo nel vero senso della parola evitando lo spiacevole, fuggevole e incomprensibile presente. (Per garantirsi una certa originalità, l’autore provvede immediatamente a prendere le distanze da esempi simili o ben noti, già visti altrove in cinematografia; cito: “Non è un Truman Show, e neppure un Goodbye, Lenin! o Ritorno al Futuro”, sic). La possibilità di visitare il proprio passato porta ai degenti diversi vantaggi. Oltre a ri-sviluppare aree della memoria impigrite, consente il classico ritorno all’utero materno e la conseguente effimera felicità agognata prima della morte. Cito nuovamente: “Il problema secondo lui (Gaustin, ndr) era proprio che l’ingresso temporaneo in un regime di reminiscenza, visitare un passato dalle due alle cinque del pomeriggio e poi uscire in un ormai sconosciuto presente, risultava troppo brusco e doloroso. Come aprire una porta tra due stagioni e dall’estate trovarsi direttamente nell’inverno. O entrare all’improvviso dal buio alla luce o dalla giovinezza alla vecchiaia, senza passaggi intermedi. Il soggiorno di solo poche ore apre questa finestra sul passato per un tempo troppo breve“. Il romanzo si divide quindi in una narrazione in prima persona che sfora a sua volta diverse aree della memoria e del ricordo (e come potrebbe non esserlo, essendo un romanzo scritto?). Nella prima parte si descrive quindi la fondazione della clinica, l’incontro del protagonista con il mago Gaustin. E’ una parte privata, personale, che si diletta nel dettagliare le evocazioni e le collocazioni dei singoli pazienti. Un poetico e rudimentale modo di raccontare semplici storie: dall’aguzzino-amante alla ex detenuta di Auschwitz, Gosponinov ci racconta il piccolo villaggio della memoria a mo’ di antologia. Nella seconda parte, che narrativamente sembra perdere effetto, il protagonista racconta il suo ritorno in Bulgaria e inizia la rievocazione personalissima del suo passato (così come quello del suo ex paese). Si ripercorrono le lotte politiche della gioventù che, incredibilmente, secondo l’ironia della storia (che ricordiamo, si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa) si mostra ovviamente veggente. Anticipa le lotte politiche del futuro. Ricalca il presente nella sua interezza. E si tracima così nella terza parte, nonché quella finale, in cui si sfocia finalmente nel distopismo. Visto l’enorme successo della clinica, le nazioni intere decidono di assecondare l’esperimento e ridare memoria ristretta ed edulcorata ai propri cittadini, votando il periodo per loro più felice. Lo fanno in forma di rievocazione con il voto del “referendum” (spiegato bene nel testo: da “re-fero”: che deve essere fatto, che deve essere riportato). Esso porta ogni stato (quindi ogni insieme di persone, ogni collettivo) a votare gli anni felici. Ecco che siamo arrivati alla differenza privata contro quella totalitaria. Non sorprenderà l’epilogo finale: la rievocazione del gesto di Gavrilo Princip e la pistolettata all’arciduca Francesco Ferdinando. Lo sviluppo del romanzo passa dall’interiore all’esteriore, per meglio dire: si è compiuto nell’esteriore. Dal privato al pubblico. Il messaggio è chiarissimo, ovvero che la massa sociale si comporta esattamente come l’individuo e, proprio come lui, soffre del più grande male del secolo. Non quello fisico ma quello mentale. L’amnesia. La mancanza di ricordo è la mancanza di razionalità e di lucidità nella valutazione. La mancanza del ricordo è la mancanza della storia e non avere storia significa ripetere gli stessi errori. Non avere coscienza. In sintesi, non poter vivere. Siamo di fronte al paradosso riassunto in incipit a uno dei capitoli finali, una bellissima citazione sulle utopia invertite: “Le utopie sembrano molto più realizzabili di quanto si pensasse un tempo. Ora ci troviamo di fronte a un altro problema allarmante. Come evitare definitivamente la loro realizzazione?” Ora il difficile non è far sì che le utopie accadano ma che non accadano. Per questo l’autore immagina questo futuro, perché l’uomo deve temere e rispettare il passato. Lo deve amare, lo deve studiare ma soprattutto lo deve rispettare. Per usare le parole di Gospodinov: “Devi essere spietato nei confronti del passato. Perché anche il passato è spietato”.