Paolo Villaggio – La vera storia di Carlo Martello


Un cavaliere della prima fila: «Bolan!» Drogone: «Eroin!»
Capocuoco: «Flan!»
Kabanella: «E siamo a Flan, c’è qualcuno che offre di meglio?» 
Matamoros, il capo dei cavalieri: «Anita!» Pipino: «Che cazzo dici!» 
Matamoros: «Scusate, ero sovrappensiero». Silenzio. 
Ancora silenzio. 
«Allora?» spronò Kabanella. «Che succede? Ci siamo incartati?»
Melisenda: «Solo non chiamiamolo Pipino, per carità, che è un nome orribile. Che ne dite di Carlo Magno?» 
«No plincipessa», intervenne Paulus Hatràm, «non anticipiamo i tempi. Chiamiamolo semplicemente Callo.» Kabanella: «Solo Carlo? Mi sembra poco per un animale così pericoloso! Aggiungiamoci anche qualcosa di guerresco! Tipo… Pugnale! Lancia!»
Un soldato:« Falce!» 
Grimoaldo: «Falce e Martello!» 
Pipino: «Cretino!» 
Hatràm: «Scegliamo: Falce o Maltello?» 
Melisenda: «Io dico Martello!»
Il cavallo, in ultima fila, fece uno sfaglio e lanciò un potente nitrito. 
Kabanella: «Miracolo! È un segnale divino! Ehi, signor monaco, hai sentito?»
Quello non rispose, si era addormentato. Il suo respiro pesante rimbombava nell’armatura. 
Una pietra di torrente scagliata da un fromboliere lo colpì su una spalla metallica facendola risuonare. L’Abbé Jean sobbalzò. 
«Già le cinque? Portatemi subito una tazza di latte e una fetta di pane con la marmell… Oh scusate, mi ero leggermente assopito. Dunque, che nome gli diamo?» 
Melisenda: «Carlo Martello, stronzo!» 
L’abate: «Anche stronzo?» 
Il cavallo si alzò sugli zoccoli posteriori. Pipino: «Carlo Martello basta e avanza». 
Un applauso indimenticabile echeggiò nel troiaio, dopodiché la cerimonia si concluse e gli invitati uscirono a festeggiare, approfittando della magnifica giornata di sole. 
L’Abbé Jean fu dimenticato. Tre notti dopo alcuni volontari recuperarono prudentemente l’armatura dalla gabbia. Era pressoché vuota. Del monaco restavano due tibie, un femore e il cranio ripulito. 

DUE PAROLE

L’irriverenza di uno dei comici più intelligenti e importanti del XX secolo italiano. Un libro che, non per caso, sfoggia la copertina del premio nobel Dario Fo. Un libro romanzo beffardo, una lunga piece teatrale che richiama quasi il grammelot, che pesca a piene mani da tutto il repertorio Villaggiano di comicità disperata, tragicomica. è un libro che cavalca l’assurdo, l’iperbole, la sboccataggine, la volgarità e il ritmo, la musica. Le parolacce che si ripetono ostentatamente come se lo scrittore fosse colto da raptus di sindromi tourettiane dà un ritmo meticoloso al testo. Un romanzo comico, popolare, triviale. Che della sua semplicità e sfacciataggine ha saputo regalarmi molte risate e qualcosa di indiscutibilmente originale.