
“Il giorno del mio disonore sarà anche l’ultimo in cui vedrò Vostra Altezza.”
Ma il principe era ostinato come tutti i deboli: il suo orgoglio di uomo e di principe era offeso dal rifiuto della sua mano: pensava a tutte le difficoltà che gli sarebbe stato necessario e che ad ogni modo era deciso di vincere, per far accettare quel matrimonio. superare. Per ben tre ore gli stessi argomenti furono ripetuti da entrambe le parti, qualche volta con frasi assai vivaci. Il principe esclamò: “Dunque volete che io creda che non avete senso dell’onore! Se io avessi avuto tante incertezze il giorno in cui il generale Conti avvelenava Fabrizio, oggi voi pensereste a erigergli un sepolcro in una chiesa di Parma”.
“Dunque, signora duchessa, partite!” riprese il principe più irritato che mai. «Partite, e portate con voi il mio disprezzo.”
Ma poiché lui se ne andava, lei gli disse a bassa voce: “Venga qui alle dieci stasera nel più stretto incognito, e faccia, poiché desidera così, un cattivo affare. Mi vedrà per l’ultima volta. Io avrei speso la vita per farla felice, quanto può essere felice un principe assoluto in questo secolo di giacobini. E pensi a quel che sarà la sua Corte quando non ci sarò più io a liberarla dalla volgarità e dalla malvagità che le sono solite”.
“Voi, dal canto vostro, rifiutate la corona di Parma; anzi, più della corona, perché non sareste stata una delle solite principesse sposate per ragioni politiche e non amate: il mio cuore è vostro; e voi sareste stata sempre padrona assoluta delle mie azioni e del mio governo.”
Per tre quarti d’ora furono botte e risposte taglienti. Il principe, che in fondo era d’animo delicato, non sapeva né far vale- re il suo diritto, né lasciar partire la duchessa. Gli avevano detto che, dopo la prima concessione, comunque ottenuta, le donne ritornano.
DUE PAROLE
Il prestigioso romanzo si sviluppa in due libri che hanno, in fondo, due distinti caratteri: se nel primo si sviluppano prima le idee rivoluzionarie, proprie della gioventù, nel secondo si intrecciano quelle romantico-sentimentali, proprie dell’uomo maturo, capace di comprendere come la materia dell’esperienza sia in grado di mischiare e confondere l’amore con le ideologie. (Per dirla in altri termini: anche l’amore è un’ideologia). Le due sfere di questo pianeta accendono entrambe dall’impeto dell’uomo che vuole dominare gli eventi. E la Certosa di Parma parla di questo: della tremenda condanna dell’uomo debole che soccombe ai voleri del destino. Iniziamo dalla fine, dal luogo che, sebbene dando il titolo al romanzo, compare di sfuggita una sola volta -e nelle ultime pagine – del testo. Questo contesto inesistente, questo non-luogo è già la prima delle tante dichiarazioni forti dell’autore. L’abbandono del romanzo storico a favore di un realismo filosofico. Stendhal dichiara chiaramente che “i fatti” e “la storia” non sono il teatro della coscienza, non sono il timone e nemmeno la vela, sono un contesto che ognuno di noi deve saper dominare. Il destino è forgiato dalle nostre scelte. E su queste fondamenta crea qualcosa di veramente notevole, regalandoci un insieme di ritratti minuziosi e cangianti che, gravitando attorno al giovane protagonista Fabrizio Del Dongo, ci mostrano la complessità della questione. Il fallimento continuo nel rispettare una propria ambizione, una promessa, un impegno, un debito o un sogno, sono la costante essenza di tutti loro. Ogni personaggio è costantemente in balia dei propri fallimenti e questi ultimi non sono generati da nient’altro che dal proprio ego, dalla propria passione o dalla volontà di sopraffare il prossimo. L’egoismo degli intenti è un concerto collettivo che, di primo acchito, appare cacofonico, ma che con il tempo si dipana in una lunga ed inesorabile tragedia dove tutti sono destinati a perire. L’ottusità dei vinti è palese e sublimemente mostrata con la comica e macroscopica trovata della battaglia di Waterloo, per fare un esempio. Fabrizio, che viveva praticamente solo per quel motivo, che sembrava voler ripetere l’estasi di quel Goethe che vide con i propri occhi “lo spirito del mondo a Cavallo” sfilargli davanti, finisce per tangere leggerissimamente l’agone – il centro dell’Universo – schivandolo come una meteora. Il fine di quella sovrumana volontà, non sembrava coincidere con quello del giovane Del Dongo. I destini dei tanti e il destino del singolo, divergono. Egli non solo non assiste alla battaglia, non vi partecipa, ma non capisce nemmeno di aver assistito allo svolgersi del futuro d’Europa. La mancanza di incisività, possiamo dire di “identità”, si nota spesso nel camaleontico percorso del giovane protagonista. Prima rivoluzionario, poi aristocratico, poi ecclesiastico, narciso, prigioniero, predicatore, carnefice e seduttore amoroso e, infine, vittima. E lo si nota, ovviamente anche in tutti gli altri personaggi. Prima su tutte la straordinaria figura della zia Marchesa Del Dongo. Prendendo questo ultimo esempio, forse il più riuscito (a detta di Calvino IL più riuscito della letteratura), l’incestuoso e insano amore morboso provato dalla Sanseverina per il nipote ben rappresenta l’incertezza totale delle idee (ripeto: delle ideologie!), della propria classe dirigente. Si dice spesso che i classici sanno parlare nel tempo. Sebbene la Certosa risulti agli atti e ai fatti un romanzo datato, con ambientazioni lontane, lo spirito di fondo emerge non solo come attuale, ma come disturbante per la precisione nell incarnare quell’incapacità di incasellare e auto-definirsi dell’uomo moderno. Dal Principe al Conte Mosca, alla Marchesa Raversi, tutti soffrono della postmodernista malattia dell’incoerenza del proprio ruolo. Della morte dei propri idoli. Della morte delle proprie promesse e convinzioni. Con Del Dongo muore anche quell’idea rivoluzionaria che stava per cambiare l’Europa. La morte di Fabrizio è la statalizzazione dell’impeto napoleonico nel seno di una monarchica Europa che non gradisce cambiar verste. è il grido strozzato dei giacobini che inghiottono la rivoluzione affinché tutto torni normale. è l’urlo del ribelle: “Con le sue grida continue, questa repubblica ci impedirebbe di godere della migliore delle monarchie”. La distanza da Julien Sorel e dal dualissimo Rosso e Nero viene subito agli occhi. Dove le idee erano chiare l’uomo rampante vinceva, aggrediva, scalava. Se quindi l’altro immenso romanzo appare più vivace, non è solo per la trama e per l’occhio di riguardo strizzato al mai sazio lettore, bensì alla semplicità di intendere le dicotomie che permeano entrambi i capolavori. Napoleone e restaurazione, noia e passione, Rivoluzione e Stato, Libertà e Prigionia ed – infine – vita o morte. La Chartreuse è quindi più caleidoscopica nell’intendere la cecità umana a queste eterne lotte. Le risposte sono più imperscrutabili e di difficile lettura. Il testo sembra quindi più raffinato, proprio come un vino capace di regalare più profumi allo stesso sorso. Per costruire questo complesso scenario, Stendhal si avvale dunque del (già) suddetto non-luogo parmense, dove corti e costumi non appartengono pienamente né al diciannovesimo secolo, né a quello precedente. Dove l’uomo si perde nel silenzio della propria piccolezza.