Emilio De Marchi – Il cappello del prete


Regola generale, per un giornalista un misfatto esiste sempre e specialmente quando si accorge che non esiste. Questo processo del prete ha troppo interessato i nostri buoni lettori perché si possa ora disgustarli con un non farsi luogo a procedere. Noi abbiamo bisogno di galvanizzare il nostro morto, di farlo vivere oggi per ammazzarlo dimani, seppellirlo dopo, esumarlo più tardi, e ciò almeno fino alle prossime elezioni politiche, cioè fino a nuovi assassini politici. E perché non faremo tutto ciò con un morto, se lo facciamo sempre coi vivi? 

DUE PAROLE

“Vedi Carlo Darwin”: vince il più forte nella testa del protagonista del romanzo, il Barone Carlo Coriolano di Santafusca. Egoismo sociale che viene chiamato legge. Il barone è il classico personaggio autoreferenziale e egoista, pensa solo a sé stesso senza avere coscienza della collettività (uccide per mano l’istituzione delle credenze comuni). C’è inoltre una lotta fra quello che rappresentano vittima e assassino. La borghesia decadente del fine 900 italiano, la fine di quella debole nobiltà, opposta alla ruralità – un po’ ingenua – della chiesa. Entrambe le figure spiccano per cupidigia e bramosia d’intenti, per totale spietatezza d’interessi e di beni terreni. Ma il barone di Santafusca è sconfitto due volte: prima dalla divina provvidenza (chi altro comanderebbe l’estrazione del terno se non l’Onnipotente? Perché sì, è vero che don Cirillo dava numeri un po’ a tutti, ma quelli vincenti finiscono proprio nelle mani del cappellaio) e poi dalla sua stessa coscienza, animata da un forte egocentrismo e dagli incontrollabili rimorsi.Chi compra la fortuna, vende l’anima. (Faust docet)

“Nulla si può distruggere di ciò che esiste” è la tesi difensiva del Barone. C’è quindi una forte connessione fra il pragmatismo darwinista de O’ Bbarone e la semplice fede dell’uomo che si limita alla sua dimensione. Si badi, non siamo davanti all’audacia o all’altezza di un Ulisse dantesco, che sfida il divino per curiosità e impeto d’intelletto. Siamo di fronte alla grettezza umana, a quella avidità bestiale (“da omo omini lupus a omo omini canis” chiosa il prelato in fine romanzo). De Marchi solca la prime tracce del genere giallo italiano, con questo romanzo d’appendice che può a tutti gli effetti ormai considerarsi un classico.