Le libere donne di Magliano – Mario Tobino

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DAL TESTO

Questi matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà, ma hanno la nostra immagine (anche se non precisa), mia e tua, o lettore. Ma quello che è più misterioso domani potranno avere, guariti, la perfetta immagine, poi di nuovo tornare astratti, solo parole, soltanto deliri. Dunque è il nostro incerto equilibrio che pencola, e in superbiamoci e insieme siamo umilissimi, che siamo soltanto uomini capaci delle opposte cose, uguali, nel corso delle generazioni, alla rosa dei venti.

 

DUE PAROLE

In un immaginario paesino, o frazione, nei dintorni di Lucca, si trova, lontano dal mondo reale, un manicomio -cioè una casa di matti- fra i tanti che caratterizzarono l’Italia post fascista. Vere e proprie enclavi di internamento per soggetti non più adatti alla “realtà”, alla borghesia comune.
Dall’alto della sua posizione, si staglia la figura del dottore-narratore, con una prosa clinica e frammentaria. Piccoli ritratti dei personaggi che popolano quel microcosmo difficile da raccontare. Scorci di vite mai narrate, perse nell’eco infinto ed incompreso che l’uomo si ostina chiamare “follia”.

 

SINOSSI SCARNA

Diario non numerato, sequenza di eventi.
Racconto personaggio per personaggio.

 

INFO UTILI

130 pagine, meno di 3 ore di lettura.
Letture simili – Follia Mc grath – Elogio della follia. E. Rotterdam.

 

ORIGINI

Mario Tobino – Le libere donne di Magliano (edizione famiglia cristiana, collezione)
Jeno Gyarfas – sconosciuto

Casi – Daniil Charms

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DAL TESTO

“Non per vantarmi, ma posso dire che quando Volodja mi ha colpito sull’orecchio e mi ha sputato in fronte, io gliene ho date tante che non se le dimenticherà di sicuro. È stato soltanto dopo che l’ho colpito col fornelletto a petrolio, mentre col ferro da stiro l’ho colpito la sera. Per cui non è affatto morto subito. Non è una prova il fatto che la gamba gliel’abbia mozzata ancora nel pomeriggio. Allora era ancora vivo. Andrjusa invece l’ho ammazzato solo per inerzia, e non posso certo farmene una colpa. Perché mi sono venuti tra i piedi, Andrjusa ed Elizaveta Antonova? Che bisogno avevano di saltar fuori da dietro la porta? Mi accusano di ferocia, dicono che ho bevuto sangue, ma non è vero: sì, ho leccato via le pozze e le macchie di sangue, ma non è che la naturale esigenza umana di distruggere le prove del proprio delitto, seppure insignificante. Così come non ho violentato Elizaveta Antonova. Per prima cosa non era già una vergine, in secondo luogo avevo a che fare con un cadavere, per cui lei non ha proprio da lamentarsi. Che c’entra fosse lì lì per partorire? Il bambino l’ho appunto tirato fuori io. E il fatto che lui non sia più di questo mondo non è certo colpa mia. Non è che io gli abbia staccato la testa, la colpa è di quel suo collo così sottile. Non era fatto per questa vita. È vero che ho spiaccicato sul pavimento con lo stivale il loro cagnolino. Ma questo poi è puro cinismo, farmi la colpa dell’uccisione di un cane quando proprio lì, si può dire, sono state distrutte tre vite umane. Il bambino non lo conto. D’accordo, posso convenire, in tutto ciò si può riscontrare una certa crudeltà da parte mia. Ma considerare un delitto il fatto che io mi sia accovacciato e abbia defecato sulle mie vittime, questo, scusate, è assurdo. Defecare è un’esigenza del tutto naturale e, di conseguenza, niente affatto delittuosa. Pertanto comprendo l’apprensione del mio difensore, ma spero comunque nella piena assoluzione.”
10 luglio 1941

 

DUE PAROLE

La raccolta, o piccola antologia di Charms, “Casi”, curata da Rosanna Giacquinta, comprende, a specchio più ampio, l’insieme di opere, racconti brevi, lettere, teorie e pensieri di Charms dal 1933 al 1939. Dico a specchio più ampio, poiché l’altra raccolta “disastri” (che trovate recensita qui) è sicuramente più efficace e ritagliata. In questo libro compaiono infatti, oltre a i “casi” che danno il titolo all’opera e facevano parte dei suddetti disastri, anche il racconto lungo “la vecchia”, “Racconti di anni diversi”, “materiali pseudo autobiografici”, le “lettere”, i “diari” e gli astrusi “scritti teorici” vero grattacapo del non senso.
Dalla lettura così differenziata di tutto ciò che è stato il personaggio Charms, così bizzarro e così geniale, si estrae una stupenda medaglia, con le due facce, lontanissime tra loro, di un uomo scrittore. Tanto truce surreale cinico e lontano dall’umanità come in calce, quanto in alcune semplici considerazioni rubate qua e là al testo. Come questa ingenua ammissione, ad esempio, che un po’ ce lo spiega: “a me interessano solo le sciocchezze, solo ciò che non ha alcun significato pratico. La vita mi interessa solo nel suo manifestarsi assurdo. Eroismo pathos, ardimento, moralità, commozione e azzardo sono parole e sentimenti che mi sono odiosi. Ma comprendo perfettamente e ammiro: entusiasmo ed esaltazione, ispirazione e disperazione, passione e riservatezza, dissolutezza e castità, tristezza e dolore, gioia e riso.” Un vero alieno della letteratura comica e cinica, neanche paragonabile al suo maestro ‘Gogol. Quasi offeso nel capirci, noi, stupidi umani con le nostre emozioni. Lode a Daniil Charms.

 

NOTA PERSONALE

Come “Ubik”, letto e recensito in ospedale, durante operazione bimascellare. Divertente e ironico, trovare il racconto della vecchia cui viene frantumato il mento.
INFO UTILI

Pagine : 330, tempo 6 h circa
Letture affini : Disastri, Charms – Il cappotto, ‘Gogol
ORIGINI

Casi – Daniil Charms – (Gli Adelphi)

(In breve cosa penso dei viaggi: quando si viaggia non bisogna andare troppo lontano, perché si possono vedere cose tali che poi sarà impossibile dimenticarle. E quando qualcosa rimane troppo ostinatamente nella memoria, l’uomo dapprima comincia a sentirsi a disagio, poi gli diventa molto difficile conservare la propria forza d’animo. D.C.)

Ubik – Philip K. Dick

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DAL TESTO

Io sono Ubik. Prima ancora che l’universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita di luoghi che esse abitano; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamo Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò eterno.

 

DUE PAROLE

La risposta teorica a alla domanda sulla natura di Ubik, Dick ce la fornisce in chiusura di romanzo. Quella tecnica, riportata nella forma-oggetto del romanzo è questa ““Cos’è Ubik?” chiesse Joe. Non voleva che se ne andasse.
Una bomboletta spray di Ubik” rispose la ragazza “è uno ionizzatore di ioni negativi portatile, con un’unità automa ad alto voltaggio e basso amperaggio alimentata da una batteria all’elio ad alta efficienza. Gli ioni negativi subiscono una rotazione in senso antiorario in una camera di accelerazione completamente polarizzata, che imprime loro una forza centripeta tale che essi tendono ad agglomerarsi piuttosto che a dissiparsi. Un campo di ioni negativi diminuisce la velocità degli anti-protofasoni presenti normalmente nell’atmosfera. Non appena la loro velocità diminuisce, essi cessano di essere anti-protofasoni e, in base al principio di parità, non si possono più unire ai protofasoni che irradiano da persone in congelamento rapido; cioè, le persone in semivita.
“Ubik”, dice in un’altra riga, deriva da “ubiquità”. Questa sua natura divina si sposa con le caratteristiche di questo lavoro assolutamente visionario, dove lo scrittore (che considerava il romanzo speciale, nonostante non fosse nemmeno nei suoi otto preferiti) decide di aggirarsi completamente nel mondo del potere mentale. Tempo, luoghi e dimensioni continuano a contorcersi. Una angosciante lotta per il futuro che si sposta fra mondi reali e persone, attraverso le loro stesse immaginazioni. Un salto cosmico che rifiuta la realtà e si stende come manifesto di un mondo virtuale sempre più concreto che Dick aveva visto, facendosi eternamente angosciare, già molti anni fa.

Nota personale: arrivato a finire il libro il giorno prima di un’operazione chirurgica abbastanza invasiva, ho vagato, nei deliri di dolore e medicinali abbondanti, visualizzando mentalmente alcune scene del libro in prima persona. Ricordo benissimo (qui scrivo pochi giorno dopo le dimissioni) un mare lisergico giallo che mi teneva a galla. Ed una totale empatia con Joe Chip nel momento in cui, salendo l’ultima rampa di scale, si trovava a corto di Ubik.
Altra nota curiosa il salto sul Riccardo III. Arrivando da “Domani nella battaglia pensa a me”, ritrovo una frase di Shakespeare nel testo presa da Dick : “deforme, incompiuto, anzitempo inviato in questo spirante mondo, appena plasmato a mezzo / E pur questo in modo così monco e contraffatto che i cani latrano di me quando io zoppico accanto a loro”.


SINOSSI SCARNA (SCONSIGLIATA SE NON ANCORA LETTO)

Nel 1992 in America scappa un telepate, Joe Chip viene incaricato di risolvere.
Runciter, il capo dell’organizzazione, cerca di tornare in contatto con la moglie in semi-vita, Ella. Viene disturbato da un’entità eterea chiamata Jody.
Viene organizzato un gruppo di anti-psi. A Joe viene presentata una telepate super talentuosa. Pat, che pare possa modificare il passato percepito nei pensieri altrui.
In un imboscata ai danni del gruppo anti-psi, muore il mandante Runciter.
Joe cerca di capire l’evoluzione degli eventi, chi ha tradito e come, inizia un viaggio nel tempo mentale. Senza volere, e a tratti, scorre dal presente al 1939.
Sembra che tutto sia organizzato dalla mente di Pat, che vuole fare morire anche lui.
Joe ritrova Runciter in camera, salvandosi, che gli consegna ubik e spiega come la realtà sia invertita: Runciter è vivo, ed è Joe ad essere in semi-vita.
La realtà di Joe è un mondo mentale costruito su misura per lui da Jody. Nello stesso mondo sta anche Ella, che presto lo abbandonerà per reincarnarsi e lasciare a Joe il suo ruolo di antagonista alla potenza mentale Jody.
Joe ribalta per l’ennesima volta la realtà prendendo posto di Runciter.

 

INFO UTILI

Tempo di lettura:  4 ore e 30 circa. (210 Pagine)
ORIGINI

Ubik – Philip K. Dick (Fanucci Editore)
Paul Klee – Clouds Over bor – 1940

Domani nella battaglia pensa a me – Javier Marías

Roger de la fresnaye - the cuirassier - 1910

 

DAL TESTO

O sono le scorciatoie e i contorti cammini del nostro sforzo quelli che ci modificano e finiamo per credere che sia il destino, finiamo per vedere tutta la nostra vita alla luce di ciò che è accaduto per ultimo o di ciò che è più recente, come se il passato fosse stato soltanto preparativi e lo stessimo capendo man mano che si allontana da noi, e lo capissimo del tutto alla fine. Crede la madre che avrebbe dovuto essere madre e la zitella nubile, l’assassino assassino e la vittima vittima, come crede il governante che le sue azioni lo condussero sin dall’inizio a disporre di altre volontà e si indaga l’infanzia del genio quando si sa che è un genio; il re si convince che gli toccava di essere re se regna e che li toccava ergersi martire del proprio lignaggio se non ci riesce, e quello che arriva alla vecchiaia finisce per ricordare se stesso per tutto il tempo come un lento progetto di anziano: vede la vita passata come una macchinazione o come un semplice indizio, e allora la falsifica e la deforma.

 

DUE PAROLE

“Domani nella battaglia pensa a me, e cada la tua spada senza filo: dispera e muori”. Il mantra shakespeariano di Mariàs ritorna con costanza a riassumere la vicenda che inizia, vigorosamente, da una morte imprevista per finire nelle medesime circostanze. La scrittura fitta, farcita da parentesi di più profonda riflessione, a prima vista caotica, porta in realtà ad una chiara visione del pensiero del protagonista, primo spettatore impassibile del teatro della vita, là dove il vero atto shakespeariano ha luogo. Paragonabile al virtuosismo sfoggiato da Hemingway ne “il vecchio e il mare”, lo stile narrativo sembra distruggere, con incredibile facilità compositiva, lo scoglio della riflessione ossessiva attorno ad un semplice accadimento. Il verboso mare di parole speso ad analisi dell’ovvietà è efficace quanto l’insistenza delle onde. Leggendo “domani nella battaglia pensa a me” si ha questo senso di impotenza ed impassibilità che si provano soltanto di fronte ad un oceano. L’insistenza dell’onda è costante e implacabile, la memoria torna a cancellare il disegno lasciato poco prima sulla spiaggia bagnata, ritirandosi nuovamente in mare. Dice l’autore “Quanto poco è rimasto di me in questa casa, di quanto poco resta traccia”. Spettatori. Impassibili. Ed è ironico come, poco dopo la fine della lettura del libro, sia capitato su questa poesia di Nino Pedretti.

 

Che abbiamo vissuto,
che abbiamo toccato le strade
coi piedi che andavano allegri,
non lo saprà nessuno.
Che abbiamo visto il mare
dai finestrini dei treni,
che abbiamo respirato
l’aria che si posa
sulle sedie dei bar,
non lo saprà nessuno.
Siamo stati
sulla terrazza della vita
fintanto che sono arrivati gli altri.

 

INFO UTILI
280 pag, circa 8 ore di lettura – (edizione Einaudi super ET)
Letture affini: il vecchio e il mare, E. Hemingway

 

SINOSSI GREZZA (non leggere se non si è letto il romanzo)

Victor sta per scoparsi Maria e questa muore nelle sue mani
Victor abbandona il cadavere in casa ed inizia a elucubrare
Victor allaccia i contatti con la famiglia di Maria
Victor confonde sua moglie con una prostituta
Victor incontra Deàn il marito di Maria
Deàn confessa di aver assistito alla morte di Eva, l’amante di Deàn.

COPERTINA

Roger De La Fresnaye – The Cuirassier – 1910

Trilogia della città di K. – Agota Kristof

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DAL TESTO

Esercizio di irrobustimento dello spirito

Nonna ci dice:
– Figli di cagna!
La gente ci dice:
– Figli di una strega! Figli di puttana!
Altri dicono:
– Imbecilli! Mascalzoni! Mocciosi! Asini! Maiali! Porci! Canaglie! Carogne! Piccoli merdosi! Pendagli da forca! Razza di assassini!
Quando sentiamo queste parole, il nostro volto diventa rosso, le orecchie ronzano, gli occhi bruciano, le ginocchia tremano. Non vogliamo più arrossire né tremare, vogliamo abituarci alle ingiurie e alle parole che feriscono.
Ci sistemiamo al tavolo della cucina uno di fronte all’altro e, guardandoci negli occhi, ci diciamo delle parole sempre più atroci:
Uno:
– Stronzo! Buco di culo!
L’altro:
– Vaffanculo! Bastardo!
Continuiamo così finché le parole non entrano più nel nostro cervello, non entrano nemmeno nelle nostre orecchie. Ci esercitiamo in questo modo una mezz’ora circa ogni giorno, poi andiamo a passeggiare per le strade. Facciamo in modo che la gente ci insulti e constatiamo che finalmente riusciamo a restare indifferenti. Ma ci sono anche le parole antiche.
Nostra madre diceva:
– Tesori miei! Amori miei! Siete la mia gioia! Miei bimbi adorati!
Quando ci ricordiamo di queste parole, i nostri occhi si riempiono di lacrime. Queste parole dobbiamo dimenticarle, perché adesso nessuno ci dice parole simili e perché il ricordo che ne abbiamo è un peso troppo grosso da portare. Allora ricominciamo il nostro esercizio in un altro modo: Diciamo:
– Tesori miei! Amori miei! Vi voglio bene… Non vi lascerò mai… Non vorrò bene che a voi… Sempre… Siete tutta la mia vita…
A forza di ripeterle, le parole poco a poco perdono il loro significato e il dolore che portano si attenua.

 

DUE PAROLE

Primo libro : Il grande quaderno

La prosa arida, una baraggia narrativa costruita attorno ad uno scenario macabro e inquietante come quello di una guerra di frontiera fra paesi mai nominati. Un breve romanzo di lontano carattere formativo, redatto in seconda persona singolare, costante tempo presente. Ambientato in un luogo-non-luogo dominato dall’innata cattiveria umana e dalla sterilità emotiva. Assoluta assenza di fronzoli, in perfetto accordo con il punto di vista dei prodigiosi narratori: due piccoli gemelli, bambini di irreale intelligenza, spogli di ogni emozione, implacabili. Una fiaba oscura dotata di ritmo frenetico e tagliente. Un completo abbandono della vergogna. Una prova narrativa originale ed avvincente, che arriva fino al nocciolo del cinismo letterario per regalarci un’utopia nera, pronunciabile soltanto dalla bocca di bambini svuotati dall’infanzia.

Secondo libro : La prova

Come un tronco, biforcato in ramo, seguiamo ora le vicende di un solo gemello, ignorando completamente gli sviluppi di quello scomparso oltre l’oblio del confine. Si sviluppa qui una storia dettata dalla continua ricerca di mancanze. Amori, ambizioni e desideri, sembrano guidati più dalla miseria e dalle necessità, piuttosto che da scelte volute. Nell’eterna speranza di un futuro ed improbabile ritrovo con la sua metà, il gemello Lucas porta avanti la casa di nonna, si crea una famiglia adottando moglie e figlio disabile e arriva a guadagnarsi persino un’amante e un’attività commerciale. Fino all’atteso giorno, tanto temuto. L’incontro con suo fratello Claus.

Terzo libro : La terza menzogna

L’anello mancante di una trilogia tessuta da altissimi canoni compositivi. La chiave mancante, o il tassello, necessario a spiegarsi tale velleità linguistica e tale arsura emotiva. Nella quasi inconcepibile differenza presente nella distorsione dei nomi, nel loro anagramma, Lukas, Lucas, Claus, Klaus, si specchia l’intera essenza della composizione. Ripercorrendo le vicende dei primi due volumi, tramite elementi chiave del ricordo, si sgretola la creatività del gemello scrittore, si rivela così l’essenza del primo romanzo “il grande quaderno”, ovvero, la prima grande bugia, nata dalla mente di un fratello succube delle decisioni crudeli e insostenibili, che la vita ha tristemente deciso di imporgli.

 

INFO UTILI

380 pag. Volume unico contente i  3 romanzi. (Einaudi Editore)
7 ore di lettura circa

Casa di bambola – Henrik Ibsen

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DAL TESTO

Nora: “Eccoci al punto. Non mi hai mai compresa. Avete commesso, Torvald, gravi errori a mio danno, prima il babbo, poi tu.”
Helmer: ”Come? Noi due? Noi che ti abbiamo amata più di ogni cosa al mondo!”
Nora: “Sì, Torvald, proprio così. Quando ero a casa col babbo, egli mi comunicava tutte le sue opinioni, sicché avevo le medesime opinioni. Ma se qualche volta ero d’opinione diversa, glielo nascondevo, perché ciò non gli sarebbe andato a genio. Mi chiamava la sua bambola e giocava con me come io giocavo con le mie bambole. Poi entrai in casa tua…
Helmer: “Che parola adoperi per il nostro matrimonio?”
Nora (imperterrita): “Voglio dire che passai dalle mani del babbo nelle tue. Tu regolasti ogni cosa sul tuo gusto e io ebbi lo stesso gusto tuo. Ma fingevo soltanto: non so più con sicurezza… Forse era l’uno e l’altro: ora così, ora cosà. Se adesso ci ripenso, ho l’impressione di essere vissuta qui come una mendica… dal naso alla bocca. Vivevo qui presentandoti atti di bravura. Ma eri tu che volevi così. Tu e il babbo vi siete resi gravemente colpevoli nei miei confronti. Vostra è la colpa se non sono riuscita a niente.

 

DUE PAROLE

Scritto nel 1879, questo testo teatrale (in tre atti) è un importane manifesto di rivoluzione culturale. Una vera presa di coscienza del ruolo della donna e del suo ruolo nella società. La protagonista Nora, uccellino ingabbiato in una matrimonio tanto felice quanto soffocante, spezza le catene della tutela rivendicando la sua indipendenza al mondo. Una ribellione intellettuale, un’epifania interna che grida libertà, ma soprattutto uguaglianza. Ibsen, uomo, ancor prima che pensatore, confeziona con profonda sensibilità un tema ancora molto attuale, che vale, e varrà, per ogni futura anima soggetta all’oppressione del pensiero. Non soltanto quella femminile. A differenza di Anna Karenina, infatti, Nora sembra badare con ben altra freddezza alla perdita di ciò che una donna ha di più caro al mondo: la sua maternità. Se nella Karenina, infatti, è l’incontrollabilità dell’amore con tutta la sua incombenza fatale a sconvolgere una famiglia, in “Casa di bambola” è la coscienza, e soltanto la coscienza dell’individuo, a rivendicare così prepotentemente una scelta tanto difficile.

 

INFO UTILI

Pag. 104, un’ora e mezza di lettura circa.
Letture affini: Anna Karenina, L. Tolstoj

 

ORIGINI

Casa di bambola – Henrik Ibsen – 1879 (Oscar Mondadori)
Rousseau – L’Enfant à la poupée – 1906

L’amante – Marguerite Duras

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DAL TESTO

Bisognerebbe avvertire tutti di tali eventi. Comunicare loro che l’immortalità è mortale, che può morire, che è successo, che continua a succedere, che essa non si palesa mai in quanto tale, che è la duplicità assoluta. Che non esiste nel particolare, ma soltanto in linea di principio. Che certe persone possono celarne la presenza, a condizione che lo ignorino, e che certe altre possono svelarne la presenza nelle prime, alla stessa condizione, ignorando di poterlo fare. Che la vita è immortale mentre è vissuta, mentre è in vita. Che l’immortalità non è una questione di tempo, non è una questione di immortalità, è qualcosa di ignoto. Che è falso dire che non ha principio né fine, come è falso dire che comincia e finisce con la vita dello spirito, poiché partecipa dello spirito e del trascorrere sulle orme del vento. Guardate le sabbie morte dei deserti, i corpi morti dei bambini: l’immortalità non passa di lì, si ferma e li evita.

 

DUE PAROLE

Un collage di memorie autobiografiche adolescenziali, una complicata storia d’amore destinata a durare per l’eternità. L’autrice  si racconta collegando immagini sparse nei suoi ricordi. Ripercorrendo gli albori di una tormentata relazione fra una bimba di quindici anni con un ricco uomo d’affari cinese. Una prosa classica, piacevole  fino ai limiti della stucchevolezza. Ben lontana, seppur assai simile esteriormente, dalla sceneggiatura di “Hiroshima mon amour”, che la Duras scrisse una dozzina di anni prima della pubblicazione de “L’amante”. Se nel film si scontrano antiteticamente, attorno alla violenza dell’amore, tutti i temi sociali del dopoguerra (vedi il rapporto uomo/donna, oriente/occidente, amore/guerra, gioventù/vecchiaia, saggezza/scelleratezza, scienza/passione), nel romanzo questi ultimi vengono riproposti in tinte assai più tenui. Il protagonismo ne oscura sensibilmente  il confronto, alleggerendo di conseguenza anche il peso morale dell’opera che, nonostante l’alta leggibilità, risulta a mio avviso poco incisiva.

 

INFO UTILI

Pag. 123 – 2 ore di lettura circa.

ORIGINI

Marguerite Duras – L’amante – 1984 (Feltrinelli)
Moise Kisling – Ofelia

 

VIDEO

I sette pazzi – Roberto Arlt

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DAL TESTO

Riguardo a quei tempi Erdosian mi diceva: “Pensavo che l’anima mi fosse stata data per godere delle bellezze del mondo, la luce della luna sopra l’orlo arancione di una nuvola, la goccia di rugiada che trema sopra una rosa. Non solo, quando ero piccolo ho sempre creduto che la vita mi riservasse un avvenimento sublime. Ma via via che prendevo in esame la vita degli altri scoprivo che vegetavo nel tedio, abitanti di un paese sempre sotto la pioggia, dove le cataratte d’acqua depositano sul fondo delle pupille un velo che impedisce di vedere la realtà. E capivo che le anime si muovevano sulla terra come pesci prigionieri in un acquario. Dall’altra parte dei muri di vetro verdastri c’era la bella vita, altissima, nella quale tutto sarebbe stato diverso, forte, molteplice e dove i nuovi esseri umani, figli di una creazione superiore, avrebbero saltellato in un’atmosfera elastica.” Erdosian mi diceva anche: “È inutile, devo fuggire da questa terra”.

 

DUE PAROLE

Un collage apocalittico, lisergico e ipnotico. Una prosa complessa, spezzata, vorticosa, che passa attraverso dolorosi ricordi, totalitarie ambizioni ed oniriche proiezioni del protagonista, Remo Erdosian, l’uomo confuso dell’era moderna. Tutto ha inizio con un’accusa di furto nei suo confronti, presso l’azienda ove impiegato, per una valore di seicento pesos. Umiliato e reietto, spinto a cercarsi un motivo per ripagare un crimine commesso, ed anche un senso della vita, Erdosian sprofonda in una serie di incontri e elucubrazioni personali al limite della follia. Dalle velleità omicide nei confronti del genero, che pare abbia lui rubato la moglie, alle vanagloriose e assai improbabili tesi complottiste dei suoi interlocutori, tutto appare irrimediabilmente impalpabile. Al centro delle incomprensioni, la rosa metallica progettata dallo stesso Erdosian, inventore fallito e bizzarro, che rimane progetto inespresso di una personalissima utopia realizzativa. Fuori dalla rosa, anche il mondo impazzisce con lui, chiede ordine. I personaggi satellite, capitanati dalla più carismatica figura dell’Astrologo, progettano un complotto segreto di taglio rivoluzionario. Tramite una rete di bordelli, forti dei soldi estorti alle puttane, il branco sconnesso di lenoni argentini, i sette pazzi appunto, progetta la costituzione di un nuovo ordine mondiale.

 

INFO UTILI

Pag. 250 – 6 ore di lettura circa
Letture affini : L’uomo che fu giovedì, G.K. Chesterton – Un oscuro scrutare, P.K. Dick

 

ORIGINI

Roberto Arlt – I sette pazzi – 1929 (Einaudi)
Pablo Picasso – Portrait of Ambroise Vollard – 1910

 

VIDEO – Roberto Arlt, il padre della scrittura urbana

La vita agra – Luciano Bianciardi

Maurice Utrillo

DAL TESTO

In questo, diciamo la verità, io sono sempre stato regolare. Ogni mattina entro le undici vado di corpo. Mi porto in bagno il giornale e profitto del quarto d’ora di seduta per scorrerlo di nuovo, ed è proprio allora che scopro tante notiziole curiose sfuggite alla prima occhiata: un’evasione fiscale, uno sfruttatore di donne arrestato, un aborto procurato. La lettura aiuta questa funzione corporale, anche se mio padre diceva il contrario. Mio padre, lo ricordo benissimo, dava grande importanza alla seduta mattutina in gabinetto, diceva che in quei minuti bisognava non pensare ad altro, concentrarsi bene, farla tutta, e non capiva perché noialtri ragazzi avessimo sempre bisogno di portarci dietro il giornalino.
Per me è vero il contrario, però rispetto le idee e il ricordo di mio padre, alto e magro, con il suo pigiama rosa-grigio, quando entrava ciabattando nel gabinetto, e ad andarci dopo di lui sentivi un odore forte e virile, commisto di tabacco, un odore di babbo, che ti accoglieva come un’ombra, come una nuvola protettrice. Io invidiavo a mio padre quest’odore, perché capivo appunto che soltanto un uomo fatto, con moglie e figli, può odorare così.
E perciò ora dovrei essere contento, anche orgoglioso, quando m’avvedo dall’odore forte, commisto di tabacco, d’essere diventato io un uomo fatto, un babbo con moglie e figlioli. Invece no. Invece anzi mi sgomento, perché la mia non è un’ombra, una nuvola grande e protettrice. No, io del babbo ho soltanto questo, il puzzo.

 

DUE PAROLE

Romanzo largamente autobiografico dalla prosa forbita e tagliente. Uno stile preciso, che conferisce a Bianciardi una personalità letteraria distinta, dalle sfumature debosciate. Di piacevole lettura, la vita agra, è lo sfogo del protagonista-scrittore che, approfittando delle sue difficoltà, porta al lettore una riflessione sociale sulla mutevole Italia dello sviluppo industriale. In particolare su quello spaccato lombardo che Bianciardi sceglie come luogo di fuga dalla sua vecchia vita, certo più comoda, della campagna toscana, ove lascia moglie e figlio alla volta di Milano.
Nella grande città, lentamente, lo spirito rivoluzionario scema, l’uomo è sempre più connivente al nuovo ambiente. Seppure insopportabile, il protagonista è consapevole del lento ed inarrestabile processo che lo porterà ad integrarsi con quella società tanto diversa quanto ripudiata. Deboli, a mio avviso, gli slanci di previsione futura dove Bianciardi, con brevi visioni oniriche, predice i cardini della nuova società. Efficace invece il respiro complessivo. Più delle difficoltà economiche, più dei sacrifici e del sudore, agra è la certezza di sapersi cambiato (come mutato è il paese). Agra è l’arresa al nuovo che avanza. Agra l’assenza dell’individuo. Il concetto si schiude con esattezza in una piccola frase nascosta verso il finale del libro. Una triste, minuscola, verità inaudita: “debbo lavorare per restare come sono”.

 

INFO UTILI

199 pag. – 4 ore di lettura circa.
Letture affini : La cognizione del dolore, C.E. Gadda

 

ORIGINI

La vita agra – Luciano Bianciardi – 1961/62 (Feltrinelli)
Pablo Picasso – Portrait of Maurice Utrillo

 

VIDEO
da “La vita agra” di Carlo Lizzani, 1964. 

Pedro Páramo – Juan Rulfo

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DAL TESTO

Sentivo il ritratto di mia madre, che tenevo nel taschino della camicia, scaldarmi il cuore, come se anche lei sudasse. Era un vecchio ritratto, smangiucchiato ai bordi; ma era l’unico che conoscevo. L’avevo trovato nell’armadio della cucina, dentro una casseruola piena di erbe: foglie di melissa, erba di Castiglia, rametti di ruta. Da allora l’avevo tenuto. Era l’unico. Mia madre non aveva mai voluto farsi ritrarre. Diceva che i ritratti erano roba da stregoneria. E così pareva essere; dato che il suo era pieno di buchi come di spillo, e dalle parte del cuore ce n’era uno molto grande in cui ci si poteva entrare il dito del cuore, il medio.

 

DUE PAROLE

Pedro Paramo è un romanzetto che contiene – e detta – i canoni di quel realismo magico che prenderà poi piede nella letteratura di consumo grazie a scrittori come Gabriel Garcia Marquez. Se “Cent’anni di solitudine” è la Bibbia, il suo punto più alto d’espressione, Pedro Paramo ne è la genesi. La storia, come nelle più classiche tradizioni sudamericane, parla del ritorno alla terra e alle origini del protagonista, il quale, ripercorrendo luoghi suggestivi attraverso racconti popolari, si mette alla scoperta del Padre. Qui, in embrione, possiamo trovare quella splendida rielaborazione della realtà mischiata a misticismo, superstizione e leggenda capace di trasformare la cronaca in racconto fiabesco. Ne riporto degli esempi, parallelismi talmente evidenti da farmi credere che Marquez non solo fosse rimasto affascinato dalla prosa di Juan Rulfo, ma persino d’averne approfittato a piene mani. Oltre all’incipit, praticamente parafrasato, richiamo un altro paio d’estratti.

“E la tua anima? Dove credi che sia andata?”
“Starà vagando sulla terra come tante altre; cercando vivi che preghino per lei. Forse mi odia perché l’ho trattata male; però questo non mi preoccupa più. Mi sono liberata dal vizio dei suoi rimorsi. Mi amareggiava persino quel poco che mangiavo, e mi rendeva insopportabili le notti riempiendole di pensieri paurosi con immagini di condannati e cose del genere. Quando mi sedetti a morire, lei mi pregò di alzarmi e di continuare a trascinare la vita, come se ancora aspettasse qualche miracolo che mi lavasse via le colpe. Non ci provai nemmeno: “Qui termina la strada”, le dissi, “non ho più forze per altro”. E aprii la bocca perché se ne andasse. E se ne andò. Lo capii quando nelle mie mani cadde il filino di sangue con cui era legata al mio cuore.”

Evidentemente simile alla scena in cui il Colonnello Buendia di Cent’anni aspetta il passaggio della sua morte sul patio. Oppure:

All’alba la gente venne svegliata dal rintocco delle campane (…) Ma il rintocco durò più del dovuto. Ormai non suonavano soltanto le campane della chiesa maggiore, ma anche quelle delle Sagre de Cristo, della Cruz de Verde e forse quelle del Santuario. Giunse mezzogiorno e il rintocco non cessava. Giunse la notte. E giorno e notte le campane continuarono a suonare, tutte allo stesso modo, sempre più forte, finché quello diventò un lamento fragoroso di suoni (..) Dopo tre giorni erano tutti sordi. Era impossibile parlare con quel ronzio di cui era piena l’aria.

Anche qui la “piaga” delle campane che sembrano non voler smetter più di suonare richiama la pioggia infinita o l’improvvisa assenza di memoria che cadono su Macondo.
Insomma, un libretto di non facile lettura, che perde in scorrevolezza a causa dei continui salti narrativi. Un incastro temporale e generazionale che, come per la sua storia, coniuga confusamente futuro e passato di personaggi talmente legati intrinsecamente alla loro terra, da condividerne il triste destino.

 

INFO UTILI

Pag. 141 – 2 ore e mezza circa.
Letture affini: Cent’anni di solitudine, G.G. Marquez – Eva Luna, I. Allende

 

ORIGINI

Pedro Páramo – Juan Rulfo – 1955
Paul Gauguin – Self Portrait