Miyamoto Musashi – Il libro dei cinque anelli

Georges Mathieu, Flamence Rouge

 

DAL TESTO

La mia vita di Heiho è un metodo valido per mirare alla vittoria combattendo contro cinque e anche contro dieci avversari, adempiendo al principio se uno vince contro dieci, mille possono vincere contro diecimila uomini. M anche praticando da solo puoi comprendere la strategia per vincere diecimila avversari, allenandoti a indovinare la strategia del nemico, intuendo la forza del suo attacco e i punti deboli della sua tattica. Se tu cercherai di essere il migliore al mondo nel comprendere il mio Heiho, se ti dedicherai giorno e notte perfezionandoti sempre di più, ti sentirai trascinare al di là di te stesso verso la libertà e realizzerai una straordinaria capacità. Realizzerai i “poteri”. Questa è in pratica il punto finale dello Heiho

 

DUE PAROLE

Per anni, Miyamoto Musashi ha praticato l’arte della spada in prima persona. Spadaccino di fama divina, tanto geniale quanto spietato, coltivò la sua vita con il solo obiettivo della vittoria. Il suo primo incontro mortale fu vinto all’età di tredici anni. Da quel momento in avanti, il giovane samurai acquisì sempre più fama e rispetto, vivendo vagabondo per il Giappone alla ricerca di duelli sempre più degni della sua statura. L’attitudine che Musashi pose nella sua arte fu senza pari. Le sue tecniche non si limitavano infatti alla sola tecnica spadaccina, ma anche alla contemplazione di tutti i fattori favorevoli ad una vittoria (destabilizzare l’avversario giungendo in ritardo ai tenzoni era uno dei tanti). Giunto all’età di cinquant’anni, miracolosamente vivo e, si dice, privo di sconfitta, Musashi abbandonò la via della spada per dedicarsi ad arti umanistiche. Poco prima dei sessanta (età assai longeva per il tempo) si ritirò infine nella meditazione per scrivere il libro dei cinque anelli. Un trattato tattico filosofico e attitudinale che ispirerà parecchi principi di strategia generale. I cinque anelli del titolo, detti anche elementi, sono, in ordine, terra, acqua, fuoco, vento, vuoto, dove l’autore raccolse e categorizzò i cardini della sua dottrina.
INFO UTILI

140 pagine, un’ora e mezza di lettura circa.

 

ORIGINI

Miyamoto Musashi – Il libro dei cinque anelli – 1642 – Piccoli Saggi Oscar Mondadori (ISBN 9788804374343)

Georges Mathieu, Flamence Rouge

Il piacere – Gabriele D’Annunzio

Virgilio socrate achille funi - nudo con drappeggio 1940

 

DAL TESTO

Un fenomeno assai frequente, nelle società moderne, è il contagio del desiderio. Un uomo che sia stato amato da una donna di pregi singolari, eccita nelle altre l’immaginazione; e ciascuna arde di possederlo, per vanità e per curiosità, a gara. Il fascino del Don Giovanni è più nella sua fama che nella sua persona. (…) La gente volgare non immagina quali profondi e nuovi godimenti l’aureola della gloria, anche pallida o falsa, porti all’amore. Un amante oscuro, avesse anche la forza di Ercole e la bellezza d’Ippolito e la grazia d’Ila, non mai potrà dare all’amata le delizie che l’artista, forse inconsapevolmente, versa in abbondanza negli ambiziosi spiriti femminili. Gran dolcezza dev’essere per la vanità di una donna poter dire: In ciascuna lettera ch’egli mi scrive è forse la più pura fiamma del suo intelletto a cui mi riscalderò io sola, in ciascuna carezza egli perde una parte della sua volontà e della sua forza; e più alti sogni di gloria cadono nelle pieghe della mia veste, ne’ cerchi che segna il mio respiro!

 

DUE PAROLE

La viziosità della nobiltà romana di fine 800 è il perimetro in cui si sviluppano le vicende del Conte Andrea Sperelli. Dopo un’intensa (e ovviamente fedifraga) relazione con Elena Muti, nobildonna di rara bellezza e voluttà, il giovane protagonista cerca di soffocarne il ricordo coltivando l’amore per Donna Maria Ferres, moglie del ministro del Guatemala. Distrutto dall’inarrestabile sentimento ancora provato per la prima, invischiato in una serie sempre più gravosa di bugie nei confronti della seconda, e a se stesso, lo Sperelli trasforma frustrazione e dolori sentimentali in un trascendente corteggiamento capace di condurre all’abbandono completo di Donna Maria nei suoi confronti. Devastato dall’amore non corrisposto della Muti, diventata in seguito signora Heathfield, che scoprirà poi essersi concessa persino ad un suo amico, Andrea Sperelli arriva a rovinare l’idillio con la Ferres gridando il nome della reale desiderata durante un momento di profonda intimità. Mentre davanti ai suoi occhi Roma scorre, assieme a tutta la sua bellezza, l’uomo rimane vuoto, empio, succube: solo. In un pallido parallelismo con la “Fosca” di Tarchetti, anche in questo romanzo il protagonista è portato a comprendere il senso della dualità attraverso il corpo della donna. Le profondità psicologiche de “il Piacere”, però, non sono così profonde ed ancestrali, sebbene il richiamo del constante duello fra sacro e profano (si pensi alla figura liliale della Ferres contrapposta a quella laida della Heathfield) richiami l’eterna lotta intestina tra il bene e il male che gorgoglia in ognuno di noi. A scontrarsi, qui, sono la borghesia e la nobiltà. Quest’ultima, tradita e forse distrutta per sempre dall’arrembante voluttà della borghesia perirà nella più profonda delle delusioni. Un miraggio tanto facile da conquistare quanto sfuggevole, passeggero e mercenario. Una chimera, una bandiera al vento, la peggiore di tutte le puttana.

 

INFO UTILI

325 pagine, circa 7 ore di lettura.

 

ORIGINI

Il Piacere – 1889 – Corriere della sera i grandi romanzi italiani (ISBN 9771129085155)

Virgilio Socrate Achille Funi – Nudo con drappeggio – 1940

Samuel Beckett – Finale di partita

burdened children paul klee

 

DAL TESTO

Nella mia casa. Un giorno sarai cieco. Come me. Sarai seduto in qualche luogo, un piccolo pieno perduto nel vuoto, per sempre, nel buio. Come me. Un giorno dirai a te stesso, sono stanco, ho fame, ora mi alzo e mi preparo da mangiare. Ma non ti alzerai. Dirai a te stesso, ho fatto male a sedermi, ma visto che mi sono seduto resterò seduto ancora un poco, poi mi alzerò e mi preparerò da mangiare. Ma non ti alzerai e preparerai da mangiare. Guarderai il muro per un poco, poi dirai a te stesso, ora chiuderò gli occhi, forse dormirò un poco, dopo andrà meglio, e li chiuderai. E quando li riaprirai il muro non ci sarà più. Intorno a te ci sarà il vuoto infinito, tutti i morti di tutti i tempi non basterebbero, risuscitando, a colmarlo, e sarai come un sassolino in mezzo alla steppa. Sì, un giorno saprai cosa vuol dire, sarai come me, solo che tu non avrai nessuno, perché tu non avrai avuto pietà di nessuno e non ci sarà più nessuno di cui aver pietà.

 

DUE PAROLE

Nella classica aridità scenografica, nell’ostentato rifiuto del superfluo (non solo per l’unico atto della commedia, ma anche per l’incisività delle battute) tre personaggi provano a portare in scena una riflessione, o metafora, della nostra esistenza. In un rapporto edipico proprio del gioco degli scacchi il padre/re Hamm cerca ottusamente di convincere il figlio/pedone Clov. La cecità, ancor più del non senso, regola ogni tipo di risposta. Solitudine, dolore, dubbio, sono la nostra piccola stanza dove viviamo e mettiamo in scena la nostra tragedia. Il nostro stesso mondo che, ostinatamente, non vogliamo abbandonare.

 

INFO UTILI

50 pagine circa, 1 ora scarsa di lettura.

 

ORIGINI

Samuel Beckett – Finale di partita (Fin de partie)  – Einaudi collezione di teatro
(ISBN 9788806116880)

Paul Klee – Burdened children

Nikolai Černyševskij – Che fare?

august egg

 

DAL TESTO

È noto come un tempo si risolvessero queste situazioni. Un angelo di ragazza in una famiglia detestabile; le si mette per forza alle costole un arnesaccio ch’ella non può sopportare; a poco a poco, l’arnesaccio diventa un uomo passabile, né buono né cattivo; la ragazza si avvede un bel giorno che tra una famiglia come la sua e un adoratore di quella fatta, il minore dei mali è costui, e si decide a farlo felice. Sulle prime, è presa dalla nausea, quando viene a sapere che cosa voglia dire la felicità senza amore; ma il marito è obbediente, l’abitudine attutisce le sdegnose ribellioni, ed ella diventa una buona signora, vale a dire, una donna, per se stessa non cattiva ma che è venuta a patti con la turpitudine. Si adatta, non protesta più, vive e lascia vivere. Così accadeva un tempo, quando non c’era abbondanza di gente per bene.
Ma oggi questa sorta di gente cresce di anno in anno, si conosce, s’intende, e verrà un giorno in cui s’intenderà anche meglio, visto che tutto il mondo ne sarà popolato. Allora, la vita sarà poco meno che felice.
Ed è proprio per questo che io narro la vita di Vera, cioè di una donna che fu delle prime a trovarsi in tali condizioni. I primi casi hanno sempre un interesse storico.

 

DUE PAROLE

Come per casa di bambola di Ibsen, “Che fare?” rappresenta un romanzo cruciale per il moto di indipendenza del genere femminile e per il ruolo della donna nella società. Ironicamente, scritto anch’esso da un uomo. La storia delle passioni e della formazione sentimentale della giovane Vera, prima promessa ad un ricco rampollo di Pietroburgo, poi sposata con il saggio Lopuchov, e infine nuovamente maritata con il miglior amico di quest’ultimo, il medico Aleksandr Kirsanov. A differenza dell’altra donna per eccellenza del 900 russo, la Karenina, la protagonista descritta da Černyševskij non soffre della disgrazia piombatale addosso dal cielo. Gli amori che sviluppa, rasentano sì l’irrazionalità, ma vengono sempre incubati, sviluppati, e soprattutto accettati con successivi gradi di ponderazione. Se la Karenina soffre di una disgrazia infinita, di quella potenza inumana e inarrestabile, Vera somatizza ogni passo dell’amore con precisione scientifica, propria dei compagni che affiancano la sua esistenza. Il riconciliamento finale è una catarsi sociale, non solo personale. Invece del suicidio sotto l’inarrestabile locomotiva del progresso, Černyševskij sceglie il lieto fine per tutti i suoi protagonisti. Un evidente auspicio rivolto al futuro nel voler accettare la natura dell’amore ancora prima di quella della donna.

 

INFO UTILI

258 pagine, 4 ore di lettura circa.
Opere affini/collegate:
Casa di bambola – Ibsen, L’amante di Lady Chatterley – D.H.Lawrence, Anna Karenina – Tolstoj

 

ORIGINI

Černyševskij – Che fare? (Что делать?) – i grandi libri garzanti (ISBN 9788811360520)

Boris Pasternak – Il dottor Živago

1496

 

DAL TESTO

“Ma nel tempo, sempre la medesima vita, incommensurabilmente identica, riempie l’universo, a ogni ora si rinnova in innumerevoli combinazioni e trasformazioni. Ecco, voi vi preoccupate se risorgerete o meno, mentre siete già risorta, senza accorgervene, quando siete nata.
“Sentirete dolore? Sente forse il tessuto la propria dissoluzione? Cioè, in altre parole, che sarà della vostra coscienza? Vediamo. Desiderare coscientemente di dormire è insonnia garantita, tentare coscientemente di avvertire il lavorio della propria digestione è esattamente voler perturbare la sua innervazione. La coscienza è un veleno, un mezzo di autoavvelenamento per il soggetto che la applica su se stesso. La coscienza è luce, proiettata al di fuori e che illumina la strada davanti a noi, perché non si inciampi. La coscienza sono i fari accesi davanti alla locomotiva che corre. Rivolgete la loro luce all’interno e succederà una catastrofe.
“Dunque, che sarà della vostra coscienza? Della vostra. La vostra, voi, cosa siete? Qui sta il punto. Guardiamo meglio. In che modo avete memoria di voi stessa, di quale parte del vostro organismo siete cosciente? Dei vostri reni, del fegato, dei vasi sanguigni? No, per quanto ricordiate, di voi vi siete sempre accorta in un estrinsecazione, in un atto, nelle opere delle vostre mani, in famiglia, fra gli altri. E ora state bene attenta. L’uomo negli altri uomini, ecco che cos’è l’anima dell’uomo. Ecco cosa siete voi, ecco che cosa avete respirato, si è nutrita, si è abbeverata per tutta la vita la vostra coscienza. Della vostra anima, della vostra immortalità, della vostra vita negli altri. E allora? Negli altri siete vissuta, negli altri resterete. Che differenza fa per voi se poi ciò si chiamerà memoria? Sarete ancora voi, entrata a far parte del futuro.
“Un’ultima cosa. Non c’è nulla di cui preoccuparsi. La morte non esiste. La morte non riguarda noi. Ecco, voi avete parlato di talento, questa è un’altra cosa, una cosa nostra, scoperta da noi. E il talento, nella sua nozione più lata, è il dono della vita.

 

INFO UTILI

tempo di lettura 13 ore e mezza circa

 

ORIGINI

Boris Leonidovič Pasternak – Il dottor Živago – 1957
Universale economica feltrinelli (ISBN 9788807883767)

Walter Emerson Baum South Side, Easton – 1946