Guy de Maupassant – Bel-Ami

leon-delafosse

 

DAL TESTO

Il fatto è, mio caro amico, che un uomo innamorato, be’, io lo cancello dal novero dei vivi. Diventa cretino, ma anche pericoloso. Per cui smetto istantaneamente qualsiasi rapporto di familiarità con chiunque mi ami o pretenda di amarmi d’amore, innanzi tutto perché mi annoiano, e poi perché ne diffido come di tanti cani idrofobi che potrebbero entrare in crisi da un momento all’altro. Li metto quindi in quarantena morale fino alla guarigione completa. Non lo dimentichi. So bene che per lei l’amore è una specie di appetito, mentre per me sarebbe invece una specie di… di… comunione delle anime, cosa che non rientra nella religione degli uomini! Lei, ne comprende la lettera, io, lo spirito.

 

DUE PAROLE

Scopro, dalla piccola nota in calce, che fu Turgenev a far scoprire Mauspassant al grande Tolstoj. Quest’ultimo dice una cosa molto interessante in riferimento alle tre fondamentali caratteristiche che un bravo scrittore dovrebbe avere: Il rapporto morale con l’opera; il talento, e la sincerità di ciò che descrive. Senza ripetere la sua stessa analisi, concordo nel riconoscere a Maupassant un talento innato, una facilità di prosa incredibile e affascinante, fresca, ariosa. La stessa, però, è a mio avviso leggermente artefatta e visibilmente tornita. Pur riconoscendo il talento dunque, mi è parso di trovare in Maupassant un lato artigianale, di un narratore più dotato di mestiere che di genio. Il protagonista del suo romanzo, Georges Duroy, è l’arrampicatore sociale per antonomasia. Partito dalla miseria, sfruttando li buon viso d’un vecchio compagno d’armi (al quale poi soffierà la moglie), il giovano squattrinato entra nell’alta società parigina attraverso il giornalismo. Mira in alto. La sua ascesa si basa su due caratteristiche. Quello della mignatta, ossia la sanguisuga, che si unisce all’entità più sane e dotate fino a succhiar loro l’ultima goccia di sangue, ed infine, a sostituirvisi. E la menzogna, forse anche ingenua menzogna, fornita da un cieco arrivismo. Privo d’ogni scrupolo. Maupassant fa così confessare il suo personaggio “Sarei un bel cretino a farmi cattivo sangue. Ciascuno per sé. La vittoria è degli audaci. E tutto è solo egoismo. Ma l’egoismo per l’ambizione e il successo vale certo più di quello per le donne e per l’amore”. Duroy, in realtà, non è che un’icona. Mai sembra accorgersi e prendere coscienza di quello che gli accade. Nelle poche volte che il giovane si rende conto dei progressi fatti, il procedimento avviene, passivamente, sempre di fronte ad uno specchio. Come se, senza aiuto esterno, egli fosse totalmente privo di dimensione di se stesso. La sua caratterizzazione infatti non è altro che un simbolismo. Come in una scena critica del romanzo, Duroy viene paragonato, per somiglianza visiva, al Gesù che cammina sulle acque raffigurato in un costosissimo quadro dell’epoca. Egli ne rappresenta un sottile parallelismo, ne richiama la finissima irrealtà. Blasfemia? Affatto. Il mito di Cristo, la sua misericordia, hanno gli stessi tratti dello spietato giovane che, effettivamente, incarna valori totalmente antitetici. Questo è il punto più profondo dell’opera e il grande messaggio di questo romanzo. La spietatezza, l’avarizia, l’arroganza, hanno la stessa intoccabile eternità della sofferenza e della misericordia. Sono insiti nella natura umana. Meteore pronte a ripresentarsi in ogni tempo ed in ogni società.

 

SINOSSI SCARNA (Sconsigliata per chi non avesse letto il romanzo)

  • Georges Duroy, squattrinato operaio delle ferrovie parigine, incontra Forestier, un suo vecchio commilitone ora diventato giornalista che lo introduce in redazione.
  • Dopo essersi licenziato dal vecchio lavoro, aiutato dalla moglie di Forestier, scrive il suo primo articolo per il giornale
  • Inizia una relazione adulterina con la signora Clotilde de Marelle, amica di famiglia
  • Non sazio, Duroy si dichiara alla signora Forestier, moglie del suo amico, che lo rifiuta e gli suggerisce di corteggiare la moglie del loro capo redazione, la signora Walter
  • Pubblicamente offeso, Duroy regola a duello, uscendone illeso. Litiga e riallaccia con l’amante de Marelle.
  • Gravemente malato, muore il suo amico Forestier. Ancor prima del funerale, si dichiara nuovamente alla vedova Forestier, Madeleine, che dopo alcuni mesi di indecisione, accetta l’offerta e lo sposa. Cambia nome nel finto e più nobiliare cognome di “Du Roy”
  • Duroy prende in tutto e per tutto il posto di Forestier. Seduce la signora Walter, la più casta del gruppo. Tutti cominciano a schernirlo per la somiglianza con il defunto marito della moglie.
  • Il vecchio Vaudrec, amico intimo di Madeleine, che lascia una cospicua eredità alla coppia. Duroy insiste per farsene riconoscere metà del totale e l’ottiene.
  • Stufato velocemente della relazione con la Walter trova espedienti per chiudere la storia. Intanto sviluppa interesse per la figlia dei Walter, Suzanne, alla quale si dichiara. Nel mentre i Walter, in seguito a grossi cambiamenti politici nel paese, diventano incredibilmente ricchi.
  • Fiutando che Madeleine lo tradisse, organizza un’imboscata covata per mesi. Trova in flagrante la moglie e il ministro degli esteri e li denuncia. In un colpo solo ottiene le dimissioni dell’odiato ministro e il divorzio dalla moglie.
  • Consapevole della contrarietà dei Walter (specie della sua ex amante) alla sua relazione con Suzanne, Duroy rapisce la giovane. Per non creare scandalo e gettare disonore sulla figlia, il sig. Walter accetta di dare Suzanne in sposa a Duroy, pur consapevole della sua scaltrezza.
  • Duroy e Suzanne si sposano in pompa magna benedetti dal Vescovo.

 

ORIGINI

Guy de Maupassant – Bel-Ami – 1885 (Osca Mondadori, ISBN 9788804480563)
John Singer Sargent – Léon Delafosse

 

INFO UTILI

330 pagine , 6 ore e mezza di lettura circa
Opere affini : il rosso e il nero, Stendahl

Beppe Fenoglio – La favola delle gue galline

La favola delle due galline - Fenoglio

 

DAL TESTO

Quella stessa notte, quello stesso lupo a cui Chica era sfuggita con tanta abilità e fortuna, era ritornato sui suoi passi e aveva scoperto la casetta del fico selvatico. Con una zampata la staccò dal tronco e la rotolò in mezzo alla radura. Con gli artigli e coi denti la schiodò, la sfondò, mente Tuja di dentro urlava e invocava la sorellina Chica. Un’ultima scardinata e Tuja fu fuori, alla mercé del lupo. Il quale fece “Oh!” e la divorò.

 

DUE PAROLE

Micro libretto con due fiabe per bambini. La prima, introdotta dalla figlia Margherita, parla di due sorelle galline molto umane. Tuja e Chica. Quest’ultima, cacciata da Tuja, scappa alle fauci di un lupo che, tristemente, sarà poi il carnefice della gallina sicura e arrogante. Una diluita morale cristiana, una legge del taglione morale, propria per l’istruzione dei bambini.
La seconda fiaba. Un bimbo, Paolo, sorrido, dedito a rubare spicci ai genitori.
Un bel regalo per la piccola Margherita da parte del grande scrittore di Alba.

 

ORIGINI

La favola delle due galline – Beppe Fenoglio – (einaudi tascabili – Isbn: 9788806193287)
Illustrazione presente nel romanzo di Alessandro Sanna

 

INFO UTILI

30 minuti di lettura circa, 50 pag

D. H. Lawrence – L’amante di Lady Chatterley

oscar ghiglia ritratto di gioconda papini

 

DAL TESTO

E le sembrò di essere come il mare, nient’altro che onde buie che si sollevavano e s’agitavano, s’agitavano fino a gonfiarsi, finché tutta l’oscurità che era in lei entrò in movimento, e si sentì come l’oceano che faceva ondeggiare la sua massa buia e muta. E in fondo, dentro di lei, gli abissi si dividevano e rotolavano via separatamente in lunghe ondate che fuggivano lontano, e sempre, nella parte più viva di lei, gli abissi si dividevano e rotolavano via, dal centro di quel dolce sprofondare, e mentre chi la faceva sprofondare andava sempre più giù, più in basso, lei si dischiudeva sempre di più, sempre di più, e più alti erano i cavalloni che rotolavano via verso qualche spiaggia lontana, scoprendola, e più intimamente la penetrava il palpabile ignoto, sempre più distanti da lei rotolavano le onde del suo sé, abbandonandola, finché all’improvviso, in una dolce rabbrividente convulsione, il vivo del suo plasma fu toccato, si sentì toccata, erano al culmine, e si dissolse. Si era dissolto, non era più, ed era nata: una donna.

 

DUE PAROLE

Indubbiamente il romanzo “rosa” più bello e profondo che abbia letto. All’apparente superficialità dei sentimenti di ribellione e passione viscerale, con l’intrigo classico di una delle più scontate e conosciute storie d’amore – il tradimento – si intesse una prosa elegantissima capace di elevare il testo ad un punto di puro piacere narrativo. A differenza della maggior parte delle grandi storie di infedeltà (paragoniamo, tra gli esempi eclatanti, la Karenina o la Bovary), “l’amante di Lady Chatterley” sposta il fulcro d’analisi emotiva (la lente con cui leggere il codice) dal sentimento alla pornografia, scrutando la complessità dei sentimenti e dello stesso animo umano ad un livello sottostante, ugualmente profondo ed efficace. Quando dico “romanzo rosa” mi riferisco dunque a questa finta superficialità d’impatto, più volte ribadita dal guardiacaccia Mellors durante i riposi post-orgasmici. Il motivo, a mio avviso, è il volontario ritorno alle quelle origini cui tutta la società del primo novecento, sommersa dalle grottesche ideologie politiche, e avviata alla devastante alienazione dell’umanità dettata dall’industrializzazione, stava andando incontro. In un passaggio fondamentale, Lawrence esplicita questo concetto tramite il guardiacaccia Mellors, virile e fragile simbolo del verace-vecchio uomo sconfitto. “Non hanno più spina dorsale. Le macchine, il cinema e gli aeroplani gli stanno succhiando via quel poco che gli rimane. Credimi, ogni generazione ne crea una più smidollata, con gomma al posto dell’intestino e gambine e visini di tolla. Gente di tolla. È una specie di bolscevismo continuo che uccide l’umanità e ti fa adorare le macchine. Denaro, denaro, denaro! Tutto il mondo attuale gode solo nell’uccidere i sentimenti dell’uomo e fare polpette di Adamo ed Eva. Sono tutti uguali. Il mondo è tutto uguale: uccide la realtà umana, una sterlina per ogni prepuzio. Due sterline per ogni paio di coglioni. Che cos’è la figa se non una macchina per chiavare! È tutto uguale. Si paga per tagliare via il cazzo al mondo. Paghiamo, paghiamo perché succhino via il midollo spinale all’umanità e non rimangano che macchine che girano a vuoto.”
Non è un caso che Clifford, il signor Chatterley appunto, sia un arricchito paralitico guadagna, direi meglio si alimenta, di due fonti principali: lo sfruttamento dei minatori delle midlands e la letteratura. Egli può deambulare soltanto grazie ad una sedia a rotelle meccanica a motore (avanguardistica per i tempi) e, ovviamente, è biodo, pallido ed impotente. È così che Connie, ingenua schiava dell’umanità, sceglie di spezzare le sue catene con lo stereotipo opposto. Non tanto l’uomo che per caratteristiche risulta la perfetta antitesi del marito, quanto l’uomo capace di evirarsi quel corrosivo cancro delle nuove generazioni, la perdita di istinto primordiale, che così chiosa: “Io sono per la consapevolezza della fisicità tra gli esseri umani e per il contatto della tenerezza. E lei è la mia compagna. Ed è una lotta contro il denaro, le macchine e gli ideali insensibili e bestiali del mondo. E lei mi aiuterà nella lotta. Grazie a Dio ho una donna.”

 

SINOSSI SCARNA (sconsigliata se non si è letto il romanzo)

Connie (Lady Chatterley), vive con il marito Clifford, ricco e infermo.
Connie inizia una breve relazione fedifraga con Michaelis, amico di Clifford e scrittore teatrale.
Clifford preme per avere un figlio da Connie, anche se impossibilitato.
Connie conosce il guardiacaccia della tenuta Chatterley: il signor Mellors.
La signora Bolton viene assunta per aiutare Connie nella cura del marito paralitico.
Mellors e Connie scopano per la prima volta.
La signora Bolton scopre la loro relazione.
Hilda, sorella di Connie, prepara un viaggio a Venezia con lei. Fa anche la conoscenza di Mellors.
Mentre Hilda e Connie sono a Venezia. La moglie abbandonata di Mellors, Bertha, torna pretendendo di rimettersi con lui.
Scoppia confusione nella tenuta. Mellors viene additato di tradimento e viene licenziato.
Connie, in dolce attesa di Mellors, torna da Venezia e comunica a Clifford di volerlo abbandonare.
Clifford inizia una relazione platonica con signora Bolton.
Clifford e Connie si spiegano. Lei dice di essere incinta e che aspetta un bimbo da Mellors, fugge in Scozia.
Mellors scrive una lettera a Connie in attesa dei futuri sviluppi.

 

ORIGINI 

Oscar Ghiglia – Ritratto di Gioconda Papini
David Herbert Lawrence – L’amante di Lady Chatterley (grandi tascabili Newton – isbn: 9788854119208)

 

INFO UTILI

303 pagine, 7 ore e mezza di lettura, circa.
Opere affini: Madame Bovary, Flaubert – Anna Karenina, Tolstoj

Daniele Benati – Opere complete di Learco Pignagnoli

Theo_van_Doesburg_Composition_VII_(the_three_graces) 1917

DAL TESTO

Opera n.119

Una cosa da mettersi bene in testa è che con l’autore Learco Pignagnoli c’è poco da farsi tante idee sbagliate. Che non ci confondiamo con Moravia. Con Learco Pignagnoli voi vi mettete lì, non leggete niente, non voltate pagina, ma almeno lo sapete che non state leggendo niente e che semmai, se vi salta il ticchio di voltar pagina, lo fate solo per far piacere all’autore. Poveretto! Chissà dov’è? Chissà chi è e cosa fa? È un atteggiamento diverso, più umano. Leggerlo o non leggerlo, chi se ne importa? Ha scritto roba corta, roba lunga, chi se ne importa? Ha scritto un romanzo, non l’ha scritto, chi se ne importa? Tutto quello che ha fatto è in queste poche pagine? Chi se ne importa? Non è Alessandro Manzoni? Chi se ne importa? Bisogna ragionare così. Leggere, non leggere, chi se ne importa? È Alessandro Manzoni? Non lo è? Chi se ne importa? Bisogna ragionar così. È così che ci si accosta a un libro di questo genere.

 

DUE PAROLE

Raccolta di operette, o pensieri, o aforismi: ben ducentoquarantacinque. Di cui la centodiciannove, che un po’ spiega tutto, un po’ spiega niente. Poi un romanzo di tre o quattro pagine. Infine Una manciata di poesie. Nell’insieme, come spiega il titolo, le opere complete di Learco Pignagnoli, Luther Blisset emiliano (credo) che così viene descritto in calce al testo “nato a Campogalliano e a San Giovanni in Persiceto. Lavora presso la ditta Scoppiabigi e Figli, dove tiene dietro al loro lupo”. Un taglio dada, un’accozzaglia, spassosissima, di pensieri imminenti e fastidiosi. Zeppo di sbeffeggi, privo pietà. I grandi scrittori (grandi scrittori) Moravia, ed Elkan ne andranno matti.

 

INFO

172 pagine, 3 ore di lettura circa
SINOSSI SCARNA

Assente

 

ORIGINI

Daniele Benati – Opere complete di Learco Pignagnoli – 2006, Aliberti Editore (isbn 9788874241590)
Theo van Doesburg – Composition VII (the three graces) – 1917

Accabadora – Michela Murgia

edvard-munch-moonlight

 

DAL TESTO

Quando l’accabadora sollevò il coperchio, dal contenitore si levò un filo di fumo. Nicola Bastìu accolse l’odore acre, non se lo aspettava diverso, e lo inspirò profondamente, mormorando parole sommesse che la vecchie non diede segno di aver udito. L’uomo trattenne dentro ai polmoni quel fumo tossico, chiudendo gli occhi stordito per l’ultima volta. Forse dormiva già quando il cuscino gli venne premuto in viso, perché non sobbalzò né si oppose. O forse non si sarebbe opposto comunque, che non era cosa per lui morire diversamente da come era vissuto, senza respiro.

 

DUE PAROLE

Incuriosito dalla figura dell’accabadora, trovata per caso su un notiziario tempo fa, sono giunto a conoscenza del romanzo della Murgia, suggeritomi da un amico cui avevo riportato la curiosa esistenza di questa macabra figura. Come spiegato in copertina “acabar” deriva dallo spagnolo “finire”. L’accabadora infatti, nel fascinoso immaginario sardo, è una donna chiamata per terminare le vite delle persone terminali o sofferenti. Difficile verificare la reale diffusione della pratica, quanto la veridicità storica. Il romanzo, purtroppo, getta tutte le derive in narrativa. Facendo un verso quasi ridicolo al realismo di Garcia Marquez nelle prime pagine, si abbandona poi ad una forma di intrattenimento letterario che poco lascia alla riflessione, o all’interessantissimo tema morale dell’eutanasia, la profondità che avrebbe meritato. Il peso della responsabilità della vita, paritetico a quello della morte, si ripete, in maniera un po’ scontata, nel passaggio formale e di certo non voluto, del ruolo delle portatrice di libertà eterna fra la vecchia praticante e la figlioccia, romanticamente unite da un destino di consapevolezza. Romanzo vincitore del premio Campiello 2010. Basito, qualora questo dovesse essere lo zenit della narrativa italiana.

 

SINOSSI SCARNA (Sconsigliata se non si è letto il libro)

  • Bonaria Urrai, sarta, adotta Marta
  • Sposalizio sorella Marta
  • Bonaria Urrai viene chiamata per “terminare” un malato
  • Nicola, un giovane del paese, perde la gamba dopo essere stato colpito da un proiettile, disperato, chiede di essere soppresso dall’accabadora.
  • Dopo lunghi tentennamenti, in accordo con la famiglia, Nicola viene ucciso secondo sua volontà
  • Maria scopre chi sia in realtà Bonaria Urrai, un’accabadora. Si allontana dalla Sardegna e passa un periodo a Torino presso la famiglia Gentili
  • Bonaria Urrai si ammala e Maria torna in Sardegna per vegliarla
  • Maria uccide Bonaria Urrai

 

INFO UTILI

164 pagine, 3 ore di lettura circa
ORIGINI

Accabadora – Michel Murgia – Einaudi, numeri primi (ISBN 9788866213116)
Edward Munch – Moonlight

Le libere donne di Magliano – Mario Tobino

Jeno Gyarfas1

 

DAL TESTO

Questi matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà, ma hanno la nostra immagine (anche se non precisa), mia e tua, o lettore. Ma quello che è più misterioso domani potranno avere, guariti, la perfetta immagine, poi di nuovo tornare astratti, solo parole, soltanto deliri. Dunque è il nostro incerto equilibrio che pencola, e in superbiamoci e insieme siamo umilissimi, che siamo soltanto uomini capaci delle opposte cose, uguali, nel corso delle generazioni, alla rosa dei venti.

 

DUE PAROLE

In un immaginario paesino, o frazione, nei dintorni di Lucca, si trova, lontano dal mondo reale, un manicomio -cioè una casa di matti- fra i tanti che caratterizzarono l’Italia post fascista. Vere e proprie enclavi di internamento per soggetti non più adatti alla “realtà”, alla borghesia comune.
Dall’alto della sua posizione, si staglia la figura del dottore-narratore, con una prosa clinica e frammentaria. Piccoli ritratti dei personaggi che popolano quel microcosmo difficile da raccontare. Scorci di vite mai narrate, perse nell’eco infinto ed incompreso che l’uomo si ostina chiamare “follia”.

 

SINOSSI SCARNA

Diario non numerato, sequenza di eventi.
Racconto personaggio per personaggio.

 

INFO UTILI

130 pagine, meno di 3 ore di lettura.
Letture simili – Follia Mc grath – Elogio della follia. E. Rotterdam.

 

ORIGINI

Mario Tobino – Le libere donne di Magliano (edizione famiglia cristiana, collezione)
Jeno Gyarfas – sconosciuto

Casi – Daniil Charms

015_Soutine

DAL TESTO

“Non per vantarmi, ma posso dire che quando Volodja mi ha colpito sull’orecchio e mi ha sputato in fronte, io gliene ho date tante che non se le dimenticherà di sicuro. È stato soltanto dopo che l’ho colpito col fornelletto a petrolio, mentre col ferro da stiro l’ho colpito la sera. Per cui non è affatto morto subito. Non è una prova il fatto che la gamba gliel’abbia mozzata ancora nel pomeriggio. Allora era ancora vivo. Andrjusa invece l’ho ammazzato solo per inerzia, e non posso certo farmene una colpa. Perché mi sono venuti tra i piedi, Andrjusa ed Elizaveta Antonova? Che bisogno avevano di saltar fuori da dietro la porta? Mi accusano di ferocia, dicono che ho bevuto sangue, ma non è vero: sì, ho leccato via le pozze e le macchie di sangue, ma non è che la naturale esigenza umana di distruggere le prove del proprio delitto, seppure insignificante. Così come non ho violentato Elizaveta Antonova. Per prima cosa non era già una vergine, in secondo luogo avevo a che fare con un cadavere, per cui lei non ha proprio da lamentarsi. Che c’entra fosse lì lì per partorire? Il bambino l’ho appunto tirato fuori io. E il fatto che lui non sia più di questo mondo non è certo colpa mia. Non è che io gli abbia staccato la testa, la colpa è di quel suo collo così sottile. Non era fatto per questa vita. È vero che ho spiaccicato sul pavimento con lo stivale il loro cagnolino. Ma questo poi è puro cinismo, farmi la colpa dell’uccisione di un cane quando proprio lì, si può dire, sono state distrutte tre vite umane. Il bambino non lo conto. D’accordo, posso convenire, in tutto ciò si può riscontrare una certa crudeltà da parte mia. Ma considerare un delitto il fatto che io mi sia accovacciato e abbia defecato sulle mie vittime, questo, scusate, è assurdo. Defecare è un’esigenza del tutto naturale e, di conseguenza, niente affatto delittuosa. Pertanto comprendo l’apprensione del mio difensore, ma spero comunque nella piena assoluzione.”
10 luglio 1941

 

DUE PAROLE

La raccolta, o piccola antologia di Charms, “Casi”, curata da Rosanna Giacquinta, comprende, a specchio più ampio, l’insieme di opere, racconti brevi, lettere, teorie e pensieri di Charms dal 1933 al 1939. Dico a specchio più ampio, poiché l’altra raccolta “disastri” (che trovate recensita qui) è sicuramente più efficace e ritagliata. In questo libro compaiono infatti, oltre a i “casi” che danno il titolo all’opera e facevano parte dei suddetti disastri, anche il racconto lungo “la vecchia”, “Racconti di anni diversi”, “materiali pseudo autobiografici”, le “lettere”, i “diari” e gli astrusi “scritti teorici” vero grattacapo del non senso.
Dalla lettura così differenziata di tutto ciò che è stato il personaggio Charms, così bizzarro e così geniale, si estrae una stupenda medaglia, con le due facce, lontanissime tra loro, di un uomo scrittore. Tanto truce surreale cinico e lontano dall’umanità come in calce, quanto in alcune semplici considerazioni rubate qua e là al testo. Come questa ingenua ammissione, ad esempio, che un po’ ce lo spiega: “a me interessano solo le sciocchezze, solo ciò che non ha alcun significato pratico. La vita mi interessa solo nel suo manifestarsi assurdo. Eroismo pathos, ardimento, moralità, commozione e azzardo sono parole e sentimenti che mi sono odiosi. Ma comprendo perfettamente e ammiro: entusiasmo ed esaltazione, ispirazione e disperazione, passione e riservatezza, dissolutezza e castità, tristezza e dolore, gioia e riso.” Un vero alieno della letteratura comica e cinica, neanche paragonabile al suo maestro ‘Gogol. Quasi offeso nel capirci, noi, stupidi umani con le nostre emozioni. Lode a Daniil Charms.

 

NOTA PERSONALE

Come “Ubik”, letto e recensito in ospedale, durante operazione bimascellare. Divertente e ironico, trovare il racconto della vecchia cui viene frantumato il mento.
INFO UTILI

Pagine : 330, tempo 6 h circa
Letture affini : Disastri, Charms – Il cappotto, ‘Gogol
ORIGINI

Casi – Daniil Charms – (Gli Adelphi)

(In breve cosa penso dei viaggi: quando si viaggia non bisogna andare troppo lontano, perché si possono vedere cose tali che poi sarà impossibile dimenticarle. E quando qualcosa rimane troppo ostinatamente nella memoria, l’uomo dapprima comincia a sentirsi a disagio, poi gli diventa molto difficile conservare la propria forza d’animo. D.C.)

Ubik – Philip K. Dick

clouds-over-bor-1940(1)-klee

DAL TESTO

Io sono Ubik. Prima ancora che l’universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita di luoghi che esse abitano; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamo Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò eterno.

 

DUE PAROLE

La risposta teorica a alla domanda sulla natura di Ubik, Dick ce la fornisce in chiusura di romanzo. Quella tecnica, riportata nella forma-oggetto del romanzo è questa ““Cos’è Ubik?” chiesse Joe. Non voleva che se ne andasse.
Una bomboletta spray di Ubik” rispose la ragazza “è uno ionizzatore di ioni negativi portatile, con un’unità automa ad alto voltaggio e basso amperaggio alimentata da una batteria all’elio ad alta efficienza. Gli ioni negativi subiscono una rotazione in senso antiorario in una camera di accelerazione completamente polarizzata, che imprime loro una forza centripeta tale che essi tendono ad agglomerarsi piuttosto che a dissiparsi. Un campo di ioni negativi diminuisce la velocità degli anti-protofasoni presenti normalmente nell’atmosfera. Non appena la loro velocità diminuisce, essi cessano di essere anti-protofasoni e, in base al principio di parità, non si possono più unire ai protofasoni che irradiano da persone in congelamento rapido; cioè, le persone in semivita.
“Ubik”, dice in un’altra riga, deriva da “ubiquità”. Questa sua natura divina si sposa con le caratteristiche di questo lavoro assolutamente visionario, dove lo scrittore (che considerava il romanzo speciale, nonostante non fosse nemmeno nei suoi otto preferiti) decide di aggirarsi completamente nel mondo del potere mentale. Tempo, luoghi e dimensioni continuano a contorcersi. Una angosciante lotta per il futuro che si sposta fra mondi reali e persone, attraverso le loro stesse immaginazioni. Un salto cosmico che rifiuta la realtà e si stende come manifesto di un mondo virtuale sempre più concreto che Dick aveva visto, facendosi eternamente angosciare, già molti anni fa.

Nota personale: arrivato a finire il libro il giorno prima di un’operazione chirurgica abbastanza invasiva, ho vagato, nei deliri di dolore e medicinali abbondanti, visualizzando mentalmente alcune scene del libro in prima persona. Ricordo benissimo (qui scrivo pochi giorno dopo le dimissioni) un mare lisergico giallo che mi teneva a galla. Ed una totale empatia con Joe Chip nel momento in cui, salendo l’ultima rampa di scale, si trovava a corto di Ubik.
Altra nota curiosa il salto sul Riccardo III. Arrivando da “Domani nella battaglia pensa a me”, ritrovo una frase di Shakespeare nel testo presa da Dick : “deforme, incompiuto, anzitempo inviato in questo spirante mondo, appena plasmato a mezzo / E pur questo in modo così monco e contraffatto che i cani latrano di me quando io zoppico accanto a loro”.


SINOSSI SCARNA (SCONSIGLIATA SE NON ANCORA LETTO)

Nel 1992 in America scappa un telepate, Joe Chip viene incaricato di risolvere.
Runciter, il capo dell’organizzazione, cerca di tornare in contatto con la moglie in semi-vita, Ella. Viene disturbato da un’entità eterea chiamata Jody.
Viene organizzato un gruppo di anti-psi. A Joe viene presentata una telepate super talentuosa. Pat, che pare possa modificare il passato percepito nei pensieri altrui.
In un imboscata ai danni del gruppo anti-psi, muore il mandante Runciter.
Joe cerca di capire l’evoluzione degli eventi, chi ha tradito e come, inizia un viaggio nel tempo mentale. Senza volere, e a tratti, scorre dal presente al 1939.
Sembra che tutto sia organizzato dalla mente di Pat, che vuole fare morire anche lui.
Joe ritrova Runciter in camera, salvandosi, che gli consegna ubik e spiega come la realtà sia invertita: Runciter è vivo, ed è Joe ad essere in semi-vita.
La realtà di Joe è un mondo mentale costruito su misura per lui da Jody. Nello stesso mondo sta anche Ella, che presto lo abbandonerà per reincarnarsi e lasciare a Joe il suo ruolo di antagonista alla potenza mentale Jody.
Joe ribalta per l’ennesima volta la realtà prendendo posto di Runciter.

 

INFO UTILI

Tempo di lettura:  4 ore e 30 circa. (210 Pagine)
ORIGINI

Ubik – Philip K. Dick (Fanucci Editore)
Paul Klee – Clouds Over bor – 1940

Domani nella battaglia pensa a me – Javier Marías

Roger de la fresnaye - the cuirassier - 1910

 

DAL TESTO

O sono le scorciatoie e i contorti cammini del nostro sforzo quelli che ci modificano e finiamo per credere che sia il destino, finiamo per vedere tutta la nostra vita alla luce di ciò che è accaduto per ultimo o di ciò che è più recente, come se il passato fosse stato soltanto preparativi e lo stessimo capendo man mano che si allontana da noi, e lo capissimo del tutto alla fine. Crede la madre che avrebbe dovuto essere madre e la zitella nubile, l’assassino assassino e la vittima vittima, come crede il governante che le sue azioni lo condussero sin dall’inizio a disporre di altre volontà e si indaga l’infanzia del genio quando si sa che è un genio; il re si convince che gli toccava di essere re se regna e che li toccava ergersi martire del proprio lignaggio se non ci riesce, e quello che arriva alla vecchiaia finisce per ricordare se stesso per tutto il tempo come un lento progetto di anziano: vede la vita passata come una macchinazione o come un semplice indizio, e allora la falsifica e la deforma.

 

DUE PAROLE

“Domani nella battaglia pensa a me, e cada la tua spada senza filo: dispera e muori”. Il mantra shakespeariano di Mariàs ritorna con costanza a riassumere la vicenda che inizia, vigorosamente, da una morte imprevista per finire nelle medesime circostanze. La scrittura fitta, farcita da parentesi di più profonda riflessione, a prima vista caotica, porta in realtà ad una chiara visione del pensiero del protagonista, primo spettatore impassibile del teatro della vita, là dove il vero atto shakespeariano ha luogo. Paragonabile al virtuosismo sfoggiato da Hemingway ne “il vecchio e il mare”, lo stile narrativo sembra distruggere, con incredibile facilità compositiva, lo scoglio della riflessione ossessiva attorno ad un semplice accadimento. Il verboso mare di parole speso ad analisi dell’ovvietà è efficace quanto l’insistenza delle onde. Leggendo “domani nella battaglia pensa a me” si ha questo senso di impotenza ed impassibilità che si provano soltanto di fronte ad un oceano. L’insistenza dell’onda è costante e implacabile, la memoria torna a cancellare il disegno lasciato poco prima sulla spiaggia bagnata, ritirandosi nuovamente in mare. Dice l’autore “Quanto poco è rimasto di me in questa casa, di quanto poco resta traccia”. Spettatori. Impassibili. Ed è ironico come, poco dopo la fine della lettura del libro, sia capitato su questa poesia di Nino Pedretti.

 

Che abbiamo vissuto,
che abbiamo toccato le strade
coi piedi che andavano allegri,
non lo saprà nessuno.
Che abbiamo visto il mare
dai finestrini dei treni,
che abbiamo respirato
l’aria che si posa
sulle sedie dei bar,
non lo saprà nessuno.
Siamo stati
sulla terrazza della vita
fintanto che sono arrivati gli altri.

 

INFO UTILI
280 pag, circa 8 ore di lettura – (edizione Einaudi super ET)
Letture affini: il vecchio e il mare, E. Hemingway

 

SINOSSI GREZZA (non leggere se non si è letto il romanzo)

Victor sta per scoparsi Maria e questa muore nelle sue mani
Victor abbandona il cadavere in casa ed inizia a elucubrare
Victor allaccia i contatti con la famiglia di Maria
Victor confonde sua moglie con una prostituta
Victor incontra Deàn il marito di Maria
Deàn confessa di aver assistito alla morte di Eva, l’amante di Deàn.

COPERTINA

Roger De La Fresnaye – The Cuirassier – 1910

Trilogia della città di K. – Agota Kristof

kadar_bela-kadar_zsuzsa_arckepe_1920_korul-kadar_bela_32

DAL TESTO

Esercizio di irrobustimento dello spirito

Nonna ci dice:
– Figli di cagna!
La gente ci dice:
– Figli di una strega! Figli di puttana!
Altri dicono:
– Imbecilli! Mascalzoni! Mocciosi! Asini! Maiali! Porci! Canaglie! Carogne! Piccoli merdosi! Pendagli da forca! Razza di assassini!
Quando sentiamo queste parole, il nostro volto diventa rosso, le orecchie ronzano, gli occhi bruciano, le ginocchia tremano. Non vogliamo più arrossire né tremare, vogliamo abituarci alle ingiurie e alle parole che feriscono.
Ci sistemiamo al tavolo della cucina uno di fronte all’altro e, guardandoci negli occhi, ci diciamo delle parole sempre più atroci:
Uno:
– Stronzo! Buco di culo!
L’altro:
– Vaffanculo! Bastardo!
Continuiamo così finché le parole non entrano più nel nostro cervello, non entrano nemmeno nelle nostre orecchie. Ci esercitiamo in questo modo una mezz’ora circa ogni giorno, poi andiamo a passeggiare per le strade. Facciamo in modo che la gente ci insulti e constatiamo che finalmente riusciamo a restare indifferenti. Ma ci sono anche le parole antiche.
Nostra madre diceva:
– Tesori miei! Amori miei! Siete la mia gioia! Miei bimbi adorati!
Quando ci ricordiamo di queste parole, i nostri occhi si riempiono di lacrime. Queste parole dobbiamo dimenticarle, perché adesso nessuno ci dice parole simili e perché il ricordo che ne abbiamo è un peso troppo grosso da portare. Allora ricominciamo il nostro esercizio in un altro modo: Diciamo:
– Tesori miei! Amori miei! Vi voglio bene… Non vi lascerò mai… Non vorrò bene che a voi… Sempre… Siete tutta la mia vita…
A forza di ripeterle, le parole poco a poco perdono il loro significato e il dolore che portano si attenua.

 

DUE PAROLE

Primo libro : Il grande quaderno

La prosa arida, una baraggia narrativa costruita attorno ad uno scenario macabro e inquietante come quello di una guerra di frontiera fra paesi mai nominati. Un breve romanzo di lontano carattere formativo, redatto in seconda persona singolare, costante tempo presente. Ambientato in un luogo-non-luogo dominato dall’innata cattiveria umana e dalla sterilità emotiva. Assoluta assenza di fronzoli, in perfetto accordo con il punto di vista dei prodigiosi narratori: due piccoli gemelli, bambini di irreale intelligenza, spogli di ogni emozione, implacabili. Una fiaba oscura dotata di ritmo frenetico e tagliente. Un completo abbandono della vergogna. Una prova narrativa originale ed avvincente, che arriva fino al nocciolo del cinismo letterario per regalarci un’utopia nera, pronunciabile soltanto dalla bocca di bambini svuotati dall’infanzia.

Secondo libro : La prova

Come un tronco, biforcato in ramo, seguiamo ora le vicende di un solo gemello, ignorando completamente gli sviluppi di quello scomparso oltre l’oblio del confine. Si sviluppa qui una storia dettata dalla continua ricerca di mancanze. Amori, ambizioni e desideri, sembrano guidati più dalla miseria e dalle necessità, piuttosto che da scelte volute. Nell’eterna speranza di un futuro ed improbabile ritrovo con la sua metà, il gemello Lucas porta avanti la casa di nonna, si crea una famiglia adottando moglie e figlio disabile e arriva a guadagnarsi persino un’amante e un’attività commerciale. Fino all’atteso giorno, tanto temuto. L’incontro con suo fratello Claus.

Terzo libro : La terza menzogna

L’anello mancante di una trilogia tessuta da altissimi canoni compositivi. La chiave mancante, o il tassello, necessario a spiegarsi tale velleità linguistica e tale arsura emotiva. Nella quasi inconcepibile differenza presente nella distorsione dei nomi, nel loro anagramma, Lukas, Lucas, Claus, Klaus, si specchia l’intera essenza della composizione. Ripercorrendo le vicende dei primi due volumi, tramite elementi chiave del ricordo, si sgretola la creatività del gemello scrittore, si rivela così l’essenza del primo romanzo “il grande quaderno”, ovvero, la prima grande bugia, nata dalla mente di un fratello succube delle decisioni crudeli e insostenibili, che la vita ha tristemente deciso di imporgli.

 

INFO UTILI

380 pag. Volume unico contente i  3 romanzi. (Einaudi Editore)
7 ore di lettura circa