Kurt Vonnegut – Quando siete felici fateci caso

Suzanne Valadon autoportrait_1927

 

DAL TESTO

Zio Alex, che è sepolto a Crown Hill insieme a James Whitcomb Riey, mia sorella e i miei genitori, i miei nonni, i miei bisnonni e John Dillinger, pensava che fosse uno spreco terribile essere felici e non rendersene conto.
E io la penso come lui.
Vi hanno chiamato Generazione X. Ma siete una generazione A tanto quanto Adamo ed Eva. Da quanto ho letto nel libro della Genesi, Dio non donò ad Adamo ed Eva un pianeta intero. Gli donò una proprietà di dimensioni gestibili, diciamo, tanto per intenderci, ottanta ettari. E io consiglio a voi, Adami ed Eve, di proporvi come obiettivo quello di prendere una piccola parte del pianeta e metterla in ordine, rendendola sicura, sana di mente e onesta. C’è un sacco di pulizia da fare. C’è un sacco di ricostruzione da fare, sia a livello spirituale che materiale.

 

DUE PAROLE

“Quando siete felici fateci caso” è una raccolta dei punti più interessanti dei “commencement speech”, i discorsi universitari di avvio alla fase adulta della vita, tenuti da Kurt Vonnegut fra il 1978 e il 2004. Come al solito, con il suo umorismo e il suo personalissimo modo di vedere il mondo, Vonnegut riesce a catechizzare i ragazzi senza fare troppe morali. Sdrammatizzando il ruolo della responsabilità senile e responsabilizzando, con una calorosa iniziezione di fiducia, la generazione emergente di giovani che si stanno per affacciare al mondo del lavoro o alla vita non accademica. Un esempio di consiglio celia, tanto per farvi capire il personaggio. “E immagino che tutti voi desideriate, fra le altre cose, fare i soldi e trovare il vero amore. Ve lo dico io come fare i soldi: lavorate molto sodo. Ve lo dico io come trovare l’amore: vestitevi bene e sorridete sempre. Imparate le parole di tutte le canzoni appena uscite. Che altri consigli posso darvi? Mangiate tanta crusca in modo che la vostra dieta abbia il necessario apporto di fibre. L’unico conisglio che mio padre mi abbia mai dato è stato questo: “Non ti ficcare niente nelle orecchie”. Dentro le orecchie ci sono le ossa più piccole di tutto il corpo umano, lo sapete?, e anche il senso dell’equilibrio. Se vi maltrattate le orecchie, rischiate non solo di diventare sordi, ma anche di cadere per terra in continuazione. Quindi lasciatele in pace.”

 

INFO UTILI

105 pagine, 2 ore di lettura circa

 

ORIGINI

Quando siete felici fateci caso – Kurt Vonnegut – 2015, ISBN 9788875216320

Suzanne Valadon –  Autoportrait – 1927

 

Samuel Beckett – Malone muore

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DAL TESTO

La mia situazione è molto delicata. Quante belle cose, quante cose importanti, rischio di perdere per paura, paura di ricadere nell’antico errore, paura di non finire in tempo, paura di godere, un’ultima volta, d’un ultimo fiotto di tristezza, d’impotenza e di odio. Le forme sono varie dove l’immutabile si consola d’essere informe. Eh sì, sono sempre andato soggetto ai pensieri profondi. Dopotutto importa poco finire, devo averlo già detto. La velleità in se non ha nulla di particolarmente disonorevole. Ma è di questo che si tratta? Ci sono buone probabilità. Io voglio solo che il mio ultimo pensiero si esprima fino all’estremo istante, devo aver cambiato idea. Tutto qui, mi capisco. Se la vita venisse a mancare, lo sentirò.

 

DUE PAROLE

Malone è prossimo alla morte nel suo letto, nudo e semi immobile. Con una matita che perde in continuazione inizia a raccontare la volontà della sua fine. Ma il testo non ha a che fare né con il romanzo tradizionale, né con l’arte oratoria, né con il protagonista e nemmeno con il narratore. Malone divaga con il pensiero, ispirato dalla porzione di mondo che vede dall’unica finestra a disposizione e dagli sparuti oggetti che lo circondano (su tutti, un vecchio bastone). La narrazione diventa presto sistematica ed eterea in una perfetta corrispondenza con la camera che lo ospita. Piccola, bianca, asettica, limitata. Una lunga metafora del senso della vita e dalla sua dimensione. Un viaggio esplorativo che ci permette di capire quanto incida il pensiero – la coscienza – in questo breve e limitato tragitto che ci deve accompagnare alla tomba.
INFO UTILI

150 pag – 3 ore e mezza di lettura circa

ORIGINI

Samuel Beckett – Malone meurt (1951)
Morgan Russell – nudo

 

Henry David Thoreau – Disobbedienza civile

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DAL TESTO

Quindi lo stato non si confronta mai volutamente con i sentimenti umani, intellettuali o morali dell’individuo, ma solo con il suo corpo, con i suoi sensi. Non è attrezzato con spirito o onestà superiori, ma con una superiore forza fisica. Non ero nato per essere costretto. Voglio seguire il mio respiro. Vediamo chi è il più forte. Quale forza ha una moltitudine? Possono solo costringermi ad obbedire ad una legge più alta della mia, mi costringono a diventare come loro. Non so di uomini costretti a vivere in questo modo o in un altro da masse di uomini. Che tipo di vita sarebbe quella?

 

DUE PAROLE

La profondissima presa di coscienza di Thoreau parte sempre dall’individuo, dal soggetto e dalla sua intelligenza. Disobbedienza civile è un saggio che insegna a pensare nella massa e non con la massa, distinguendoci per l’unica singolarità cui disponiamo, ovvero la coscienza individuale. È un pensiero non ancora raffinato, che si chiude con un auspicio positivo al futuro, l’attesa di una forma di governo più efficace della democrazia (strumento valido, ma per nulla perfetto). Un dilemma forse irrisolvibile. Thoreau rifiuta l’obbedienza allo Stato in maniera intima e non violenta. In maniera immediata.

(…)

Ma un governo in cui la maggioranza comanda in tutti i casi, non può essere basato sulla giustizia, anche nei limiti in cui gli uomini la comprendono. Non ci può essere un governo nel quale non siano le maggioranze a decidere virtualmente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma la coscienza? Nel quale le maggioranze decidano solo su quelle questioni cui è applicabile la regola dell’opportunità? Deve il cittadino, anche solo per un momento, anche in minima parte, mettere la propria coscienza nelle mani del legislatore? Perché, allora, ogni uomo possiede una coscienza? Penso che bisognerebbe essere prima uomini e poi sudditi. Non è desiderabile coltivare il rispetto per la legge con la stessa intensità con cui si coltiva il rispetto per il giusto. L’unico obbligo che ho il diritto di assumermi è di fare in qualsiasi momento ciò che ritengo giusto.

(…)

È una democrazia, così come noi la conosciamo, l’ultimo miglioramento possibile del governo? Non è possibile fare un ulteriore passo verso il riconoscimento e l’organizzazione dei diritti dell’uomo? Non ci sarà mai uno stato talmente libero ed illuminato, finché lo stato non arriva a riconoscere l’individuo come un potere superiore e indipendente, da cui derivano tutta la sua potenza e la sua autorità, e lo tratta di conseguenza. Mi piace immaginare uno stato che finalmente può permettersi di essere giusto con tutti gli uomini, e di trattare l’individuo con rispetto come un vicino; uno stato che non pensi che si addirittura in contrasto con la propria tranquillità se alcuni decidono di vivere lontano da esso, non immischiandosi con esso, senza farsene sopraffare, avendo adempiuto tutti i loro doveri di vicini e esseri umani. Uno stato che producesse questo genere di frutti e li lasciasse cadere non appena maturi, preparerebbe la strada ad uno stato ancora più perfetto e glorioso, che pure ho immaginato, ma non ho ancora visto in alcun luogo.

 

INFO UTILI

90 pag, 1h e mezza di lettura circa (compreso testo di Marco Denti)

 

ORIGINI

Civil disobbedience – 1849 – mattioli1885 – ISBN 9788862612821
Jasper Johns – American Flag

Giuseppe Tomasi di Lampedusa – Il Gattopardo

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DAL TESTO 

Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semi-desti; da ciò che il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane; le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l’incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto.

 

DUE PAROLE

Il sonno, la morte l’immobilità e l’oblio. Il macabro fascino della decadenza, della polvere, del lento tentativo di fermare il tempo nella sua eternità. Tomasi di Lampedusa dipinge perfettamente la malia siciliana in un romanzo tanto provinciale quanto caratteristico e profetico. Un monito a qualsiasi paese restio al progresso. La semplicità della riflessione, la portanza di una frase tanto banale quanto incisiva, in quel “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Un concetto talmente eterno da trovare sbocco ad ogni livello pratico. Si pensi ai lavaggi di immagine, alle campagne pubblicitarie, alle rivoluzioni apparenti nella storia dell’umanità. Con vivo ricordo al finale del capolavoro di Orwell, 1984, penso all’obiettivo ultimo di ogni élite governativa: il sostentamento della sua eterna continuazione. Il mantenimento del suo potere. Lo sa benissimo Don Fabrizio, già bramoso di morte. Il pretesto è dei più caratteristici, uno scontro generazionale fra il nuovo che avanza (Tancredi, Angelica, Garibaldi e l’Italia stessa) ed il sistema che vuole mantenersi (la Sicilia culturale, non geografica). La catarsi si compie, effettivamente. Non è importante chi deterrà il potere. È fondamentale che il potere stesso venga costantemente prolungato. Alla fine del romanzo, effettivamente, tutto è cambiato, il gattopardo morto, la nuova nazione creata. Ma come il cane Bendicò, tornato polvere ammucchiata, riposa nell’oblio, anche il nuovo paese e la nuova società, dovranno fare i conti con la loro non eterna esistenza. Specialmente con la loro medesima fine.

 

INFO UTILI

280 pag, 9 ore di lettura circa
opere affini: Simonetta Agnello Hornby, La monaca

 

ORIGINI

Giuseppe Tomasi di Lampedusa – Il gattopardo – 1958
Pompeo Mariani

Knut Hamsun – Fame

Osvaldo Licini, “Amalasunta occhio giallo”, 1950

 

 

DAL TESTO

Perché mi preoccupavo di ciò che dovevo mangiare, di ciò che dovevo bere, del modo di vestire questo miserabile sacco di vermi che chiamano corpo mortale? Non ci aveva già pensato forse il mio Padre celeste come per i passeri del cielo, e non mi aveva forse fatto la grazia di indicare con la Sua mano, me, Suo umile servo? Dio aveva messo un dito nella rete dei miei nervi portando delicatamente un po’ di disordine fra tutti quei fili. Poi aveva ritirato il dito e, guarda un po’, vi erano rimaste attaccate alcune piccole fibre, pezzettini di nervi, di radici. E quel dito aveva lasciato anche il buco aperto, ed era il dito di Dio e a quel dito erano dovute anche le ferite del mio cervello. Ma dopo avermi toccato col dito Dio mi lasciò, non mi toccò più e non mi fece più alcun male; mi lasciò andare in pace col buco aperto. E nulla di male mi verrà da Lui, da Lui che è il signore per tutta l’eternità…

 

DUE PAROLE

La fame di Hamsun è un campanello che suona ogni volta che l’uomo prova ad elevarsi, il costante richiamo alla terra e alla nostra natura mortale di esseri soccombenti. Il peregrinare per Christiania (l’attuale Oslo) del protagonista in preda a personali deliri dettati dal freddo e dalla mancanza di cibo viene raccontato in maniera lisergica e deviata, in costante colloquio con la più lucida follia. “Fame” parla, più che dell’assenza di cibo, di una reale mancanza di speranza intellettuale. “Fame” è una percezione, uno stato di esistenza. Percepibile con il corpo ma sviluppabile dal pensiero. È il nostro privilegio e la nostra croce, una visione leopardiana della vita, giustificata in quei miseri sprazzi di bellezza dal dolore e dalla sofferenza. Lo spiega lo stesso autore in un passaggio illuminante: “Ecco, le cose stanno in questo modo: la mia povertà ha acuito in me certe facoltà al punto che talvolta mi provocano vere sofferenze. Sì, vi assicuro, vere sofferenze, purtroppo. Ma anche questa sensibilità ha i suoi vantaggi. In certe situazioni mi è di aiuto. Il povero intelligente è un osservatore assai più sottile che non il ricco intelligente. A ogni passo che fa, il povero si guarda attorno e tende l’orecchio diffidente da tutte le parole di color che incontra. Ogni suo passo presenta, per così dire, un compito, una fatica ai suoi pensieri e sentimenti. Egli ha l’udito acuto e sensibile, è esperto e ha l’anima segnata da cicatrici”.
Il privilegio di soffrire porta consapevolezza.

 

INFO UTILI

Pag 180, 4 ore e mezza di lettura circa
Letture affini : Max Blecher – Accadimenti nell’irrealtà immediata

 

ORIGINI 

Knut Hamsun – Fame (Sult) – Gli adelphi edizione
Osvaldo Licini, “Amalasunta occhio giallo”, 1950

Harper Lee – Il buio oltre la siepe

mary cassatt Portrait of mrs curry

 

DAL TESTO

“Facciamo un bambino di neve, Jem?”
“No, un vero uomo di neve. Però dobbiamo lavorare sodo!”
Jem corse in cortile, prese la zappa e cominciò a scavare in fretta dietro la catasta della legna, scansando tutti i tarli che trovava. Entrò in casa, ne uscì con il cesto per il bucato, lo riempì di terra e lo portò in giardino.
Quando avemmo a disposizione cinque cesti pieni di terra e due pieni di neve, Jem disse che eravamo pronti e potevamo cominciare.
“Ma non credi che verrà fuori un grande pasticcio?” chiesi.
“Ti sembra adesso”, rispose, “ma non lo sarà, dopo!…”
Radunò una bracciata di terra e, battendola contro le mani, ne fece un monticello sul quale aggiunse altra terra ancora finché non ebbe costruito una specie di tronco umano.
“Jem non ho mai sentito parlare di un pupazzo negro”, dissi.
“Adesso è nero, ma poi vedrai!” borbottò.

 

DUE PAROLE

Romanzo ambientato nell’Alabama degli anni 30. Harper Lee si avvale dello sguardo di Scout, una bimba di nove anni, voce e testimone della narrazione. Nella sua precoce astuzia, accompagnata dal fratello Jem, Scout seguirà le gesta di suo padre, l’avvocato Atticus Finch, alle prese con la difesa di un uomo di colore accusato di stupro. Il microcosmo che racchiude la vicenda è la cittadina di Maycomb dalle tradizioni assai radicate e dal pregiudizio irremovibile. Pilastro della riflessione è il titolo originale dell’opera (come spesso accade, completamente stravolto nella traduzione italiana) “uccidere un usignolo”. Ovvero l’interrogazione sulla natura degli esseri viventi, e sul giudizio che la società, dettata dalla morale, esercita su di loro. La metafora è innescata verso la metà de l romanzo, quando ai due bambini viene regalato un fucile giocattolo con il quale avrebbero la possibilità di uccidere piccoli animali e friguelli. Tutte le quattro figure principali, nel romanzo, arrivano ad affrontare la natura ferale dell’uomo. Lo fa il padre, Atticus, che da giovane fu il migliore tiratore della contea e che da adulto ripudia ogni forma di violenza. Lo fa la piccola Scout, forte della sua innocenza, nel momento in cui tranquillizza il padre per la morte del suo aggressore. Lo fa il signor Ewell, nel rifiuto della sua colpevolezza e nella brutale aggressione ai ragazzini indifesi. Lo fa Tom Robinson, quando quasi vicino alla sua improbabile assoluzione decide di scappare dal carcere perdendo la vita e la remota possibilità di lavare l’accusa che portava tutta la sua comunità. Il messaggio è semplice: sono spesso gli innocenti a rimetterci quando la bestialità e l’istinto primitivo vincono sul nostro intelletto. E il pregiudizio razziale è, purtroppo, ancora  un imprevedibile riflesso da curare.

 

(Si noti che, nei giorni in cui scrivo, il dibattito razziale è quanto mai acceso in America in seguito ai numerosi casi di violenza, abuso e omicidio verso persone di colore da parte della polizia di stato. Solo per citarne alcuni: nel febbraio 2012, un ragazzo di colore disarmato di 17 anni è stato ucciso dalla polizia. l’8 Agosto 2014 un ragazzo di 18 anni di colore non armato è stato ucciso con numerosi colpi di arma da fuoco a Ferguson, ne è scaturita una rivolta cittadina. il 2 marzo 2015 è stato ucciso un senzatetto dalla polizia nel mezzo di una strada di Los Angeles. il 20 marzo  un uomo è stato ucciso sulla porta di casa dalla polizia a Dallas; il 10 Aprile 2015 un poliziotto bianco ha ucciso per sbaglio un uomo nero, senza apparente motivo; Il 28 aprile a Detroit, un ragazzo di colore sospettato di rapina è stato ucciso da un poliziotto. Sempre in Aprile, Baltimora è stata messa a ferro e fuoco da una rivolta cittadina dopo la morte di un ragazzo di colore deceduto a seguito del suo arresto con la spina dorsale spezzata)

 

INFO UTILI

290 pag. – 7 ore e mezza di lettura circa

 

ORIGINI

To kill a mockingbird – Harper Lee – 1960
Mary Cassatt – Portrait of Mrs Curry

Georges Simenon – L’uomo che guardava passare i treni

il treno - fortunato depero 1926

 

DAL TESTO

“Quale motivo ho di continuare a vivere in questo modo?” “Sì, quale? E magari lei si porrà la stessa domanda, magari molto suoi lettori se la porranno. Quale motivo? Nessuno! Ecco quanto ho scoperto riflettendo semplicemente, freddamente, su cose che non si affrontano mai se non da un punto di vista sbagliato.” “Insomma, ho continuato a essere procuratore per abitudine, marito di mia moglie e padre dei miei figli per abitudine, perché non so chi ha deciso che così doveva essere e non altrimenti.”

 

DUE PAROLE

Kees Popinga è un borghese dei più tipici. Lavoro d’ufficio, allegra famigliola, poche ambizioni. Il giorno in cui il capo dell’azienda per cui lavora gli rivela l’imminente fallimento della società e la sua relativa fuga, Kees decide di ribellarsi a quelle leggi non scritte che per così tanti anni hanno dominato la sua esistenza. Finirà con l’amara lezione del fallimento, o della verità, ovvero la consapevolezza (scoperta ironicamente quando rinchiuso in manicomio) del dover sempre e comunque essere dominati da una regola, da un’etica, da dei cardini. Poiché la vita stessa non è che un imposizione. La raffinatezza con cui Simenon solletica questa idea sta nel periodo bravo e ramingo di Popinga, quando braccato dalla polizia per l’omicidio commesso, in un forse troppo scontato richiamo ad una partita di scacchi, il protagonista si accorge di dover venir meno alle sue abitudini quotidiane. Ennesima privazione al favore di una finta libertà. Non è un caso che di punto in bianco, derubato e senza speranza, non riesca nemmeno a cambiarsi il vestito per “diventare” un clochard. L’abito borghese, la maschera, la sua vera prigione. Nemmeno la morte, sua unica scelta ponderata, gli consentirà di esprimere una volontà, visto il goffo sbaglio di binario. Fatidico il commento alle sue memorie. Il vuoto lasciato ne “la verità sul caso Popinga” parla chiaro. La verità è uno spazio incolmabile, ma forse l’unico che possiamo provare a riempire di nostre scelte.

 

SINOSSI SCARNA

  • Kees Popinga trova il capo della sua azienda, Coster Jr., ubriaco al bancone. Quest’ultimo gli confessa l’imminente fallimento della stessa e gli annuncia la sua dipartita fraudolenta fingendo un suicidio.
  • Dopo una giornata domestica isterica, Popinga abbandona la famiglia e scappa su un treno per Amsterdam.
  • Fermandosi a casa della bramata amante del ex capo, rifiutato da quest’ultima, ne commette l’omicidio e scappa per Parigi.
  • Braccato dalla polizia comincia un periodo di vagabondaggio, dormendo spesso con prostitute (senza andarci a letto). Incontra Jeanne Rozier, che lo introduce ad una banda criminale che ne aiuta la latitanza.
  • Rifiutato anche da Jeanne, l’aggredisce sfiorando quasi un secondo omicidio. Solo ed errante per Parigi, scrive alla polizia lettere anonime cercando un’esasperata notorietà.
  • Derubato da una borseggiatore in un bar americano, privo di soldi e speranze, decide di suicidarsi buttandosi sotto un treno, ma fallisce sbagliando binario.
  • Trovato dalla polizia viene prima arrestato e poi trasferito in un manicomio olandese dove apprenderà che moglie e figli, lentamente, cercano di tornare alla vita normale.

 

INFO UTILI

Pag. 203, 3 ore e mezza di lettura circa
opere affini: Corri coniglio, Updike – Il fu mattia pascal, Pirandello – Sostiene Pereira, Tabucchi.

 

ORIGINI

L’uomo che guardava passare i treni – George Simenon – Adelphi (ISBN 9788845908361)
il treno – Fortunato Depero – 1926

Carlo Rovelli – Sette brevi lezioni di fisica

 


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DAL TESTO

Che posto abbiamo noi, esseri umani che percepiscono, decidono, ridono e piangono, in questo grande affresco del mondo che offre la fisica contemporanea? Se il mondo è un pullulare di effimeri quanti di spazio e di materia, un immenso gioco di incastri di spazio e di particelle elementari, noi cosa siamo? Siamo fatti anche noi solo di quanti e particelle? Ma allora da dove viene quella sensazione di esistere singolarmente e in prima persone che prova ciascuno di noi? Allora cosa sono i nostri valori, i nostri sogni, le nostre emozioni, il nostro sapere? Cosa siamo noi, in questo mondo sterminato e rutilante?

 

DUE PAROLE

Un’ottantina di pagine di pura meraviglia. Rovelli spiega, con estrema semplicità, le leggi della fisica che governano l’universo attraverso un viaggio di sette stazioni, dalle galassie ai quanti, ostacolato (ma anche sospinto) dalla nostra fame di sapienza. Un pensiero altissimo, che porta il lettore ad una visione caleidoscopica del tutto, del microscopico e del macroscopico, verso la completa consapevolezza della nostra fragilità. La fermata più delicata del viaggio è proprio la riflessione sull’uomo e sull’umanità. Sul nostro passaggio. Un libro stupendo che mostra quanto la filosofia sia in perfetta simbiosi con la scienza e quanto, sempre di più, la nostra vera ambizione sia quella di porci domande per l’eternità.

 

INFO UTILI 

pag 84, 1 ora e mezza di lettura circa

 

ORIGINI

Carlo Rovelli – Sette brevi lezioni di fisica – 2014 – Adelphi (isbn: 9788845929250)
Vassily Kandinskji – Circles in circle – 1923

 

Antonio Tabucchi – Sostiene Pereira

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DAL TESTO

Ebbene, disse Pereira, è una sensazione strana, che sta alla periferia della mia personalità, e è per questo che io la chiamo limitrofa, il fatto è che da una parte io sono contento di aver vissuto la vita che ho fatto, sono contento di aver fatto i miei studi a Coimbra, di aver sposato una donna malata che ha passato la sua vita nei sanatori, di aver tenuto la cronaca nera per tanti anni in un grande giornale e ora di aver accettato di dirigere la pagina culturale di questo modesto giornale del pomeriggio, però, nello stesso tempo, è come se avessi voglia di pentirmi della mia vita, non so se mi spiego.

 

DUE PAROLE

Il dottor Pereira è un abitudinario incatenato mentalmente al suo passato, alle sue origini e alle sue ferme credenze. Mangia omelette, beve solo limonata zuccherata, legge scrittori francesi dell’ottocento e si professa cristiano. Non prende mai opinioni partigiane. Si potrebbe associare tranquillamente all’immagine del paese che rappresenta. Un Portogallo vecchio e ben educato, che fatica a scrollarsi di dosso il peso di Salazar. Un portogallo che vuole guardare al futuro, che vorrebbe ribellarsi, ma che fatica schiacciato dal peso della tradizione e della cultura moderata. Pereira infatti non solo richiama costantemente il passato parlando al quadro della moglie defunta, ma sembra persino viverci ancora, nel passato, rappresentandolo e sostenendolo. Pereira è la buona morte, la pacifica borghesia, la seria morale che, seppur candida e innocente, dovrà prima o poi affrontare il peso sociale della ribellione. La personalissima rivoluzione del dottor Pereira nasce dall’incontro di un giovane che il giornalista prenderà molto a cuore, trattandolo infine come il figlio che non ha mai avuto. Assuntolo come coadiuvo alla sua pagina culturale del “Lisboa” per preparare tempestivi coccodrilli di grandi scrittori, Pereira trarrà il giovamento necessario alla propria illuminazione. Ironico e simbolico evento, sarà lo stesso Pereira a scrivere il necrologio del giovane Monterio, denunciando l’omicidio del ragazzo sulle pagine fasciste e conservatrici del giornale. Come a voler rimarcare che l’efficacia di qualsiasi ribellione deve saper giungere al vero cuore di una società, ovvero la sua coscienza più borghese, autorevole, pacifica e indecisa. Così che anche il passato possa finalmente ritrovarsi futuro e la morte, di conseguenza, nuova vita.

 

SINOSSI SCARNA

  • Pereira fa la conoscenza di Monteiro Rossi, giovanotto fresco di studi filosofici, tramite un breve articolo sulla morte pubblicato presso un giornale locale.
  • Monteiro Rossi viene assunto come aiutante per la redazione culturale del Lisboa, scrive un paio di coccodrilli anticipati. Pereira non è soddisfatto di come scrive ma si prende a cuore il ragazzo.
    Monteiro Rossi chiede a Pereira di proteggere e nascondere il cugino rivoluzionario. Pereira, in difficoltà, consiglia una pensione anonima.
  • Su suggerimento del medico, Pereira, cardiopatico, passa una settimana di riposo in una clinica talassoterapica fuori città. Conosce il dottor Cardoso, cui diventerà amico e confidente.
  • Di ritorno dalla clinica, dopo parecchi giorni di assenza, Pereira si ritrova nuovamente in casa Monteiro Rossi, probabilmente fuggito dopo qualche atto sovversivo.
  • Un trio di tangheri armati irrompe in casa di Pereira fiutando il tentativo di nascondere il giovane rivoluzionario. I paramilitari fascisti, esagerando, uccidono il giovane in casa di Pereira.
  • Pereira torna al giornalismo di denuncia. Con un trucco fa pubblicare la notizia dell’assassinio del giovane sul suo giornale evitando la censura e scappa.

 

INFO UTILI

210 pag. 3 ore e mezza di lettura circa.

 

ORIGINI

Charles Pollock – self portrait
Antonio Tabucchi – Sostiene Pereira – 1992

Frank Wedekind – Mine-Haha ovvero Dell’educazione fisica delle fanciulle

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DAL TESTO

Vorrei richiamare alla memoria dei contemporanei i brividi di paura che noi tutte una volta abbiamo sentito per il divertimento di un’umanità rozza, sconsiderata, ebbra di voluttà, anche se le sorti violente e impreviste della vita ci fanno ben presto ripensare a quelle paure solo con un ironico sorriso. Forse la società umana non ha torto quando con l’educazione che ci dà impedisce che siano messe praticamente in opera tutte le nostre energie per poi, con una frenetica festa popolare, trasformarci in pochi giorni in creature del tutto diverse; forse commetto un delitto quando oso dire una parola a favore dei sentimenti più delicati che sono per natura innati in tutte noi. Ma quanto più vecchia e quieta divento, tanto meno posso impedirmi di credere che il mondo potrebbe in effetti essere ordinato in modo meno brutale di quanto in realtà non sia. Non voglio far qui delle proposte di miglioramento; ben difficilmente quel po’ di intelligenza che ho potrebbe bastare, e a che servirebbe? Il mondo, di generazione in generazione, proseguirebbe lo stesso nel suo cammino immutabile, e io verrei soltanto fatta segno dell’oltraggioso sarcasmo di tutti quelli che in vita loro non riflettono mai un istante su quello che essi stessi hanno vissuto. Alla fin fine non sarei sicura che, per risparmiarsi una qualsiasi risposta sensata, vecchia come sono non mi dichiarerebbero pazza e mi chiuderebbero in un manicomio. I miei giudici non mancherebbero di trovare appiglio per far questo già solo nel fatto che negli ultimi anni della maturità il mio destino si è configurato in modo così completamente diverso da quello di tutte le altre donne allevate e cresciute con me. Forse mi riuscirà anche difficile, quando sarò arrivata a descrivere quell’epoca della mia vita, convincere il lettore che nell’ordinamento della nostra società, sotto il dominio delle nostre rigide leggi sociali, i conflitti nei quali mi sono dibattuta potessero per una donna anche soltanto presentarsi. Frattanto, forse proprio attraverso queste situazioni incredibili, sono giunta alla superiore visione del mondo che mi fa apparire oggi tutta quanta la nostra civiltà umana come una conquista piuttosto discutibile.

 

DUE PAROLE

Mine-Haha è una parola indiana che significa “acqua ridente”. È il titolo che una vecchia signora sceglie per sigillare le sue memorie. Il manoscritto, ritrovato da uno scrittore che ne introduce brevemente l’esistenza, è un piccolo capolavoro di purezza. Vi si racconta di un collettivo di bambine, ove l’autrice stessa è stata allevata, e del loro addestramento alla percezione del corpo. L’intera narrazione ruota morbosamente intorno alla loro fisicità, all’osservazione e alla “coltivazione” del suo utilizzo. Come in un bianco e incantato circo paradisiaco, le bambine crescono senza alcuna percezione del mondo esterno in un parco-utero che le contiene e protegge. Lo sguardo della testimone è onirico, offuscato nei contorni ma incredibilmente pungente e preciso nei dettagli. L’erotismo latente batte un lontano ritmo che mai arriva a trascendere nella parola. La quotidianità è occupata da esercizi pratici, dall’apprendimento dell’uso di strumenti musicali, dal ballo, la danza e, soprattutto, dalla comprensione della propria esistenza attraverso una corretta impostazione dei fianchi. La favola di Wedekind sembra porre il problema della consapevolezza dell’essere con estremo candore, sottintesa violenza psicologica. La comprensione, la presa di coscienza è verginale, indicibile. Le giovani infatti vengono (senza mai accennarne il motivo) preparate allo spettacolo che sarà infine ingresso nella vita reale, nel mondo esterno. Passaggio che avverrà attraverso il palcoscenico del teatro del parco. Vero e proprio parto nella confusione, nell’apprezzamento altrui, nella realizzazione e nel giudizio.

 

INFO UTILI

150 pagine. 2 ore e 30 di lettura circa.
opere  affini : il giuoco delle perle di vetro – Hesse;

 

ORIGINI

Balthus – three sisters – 1945
Mine-Haha ; ovvero dell’educazione fisica delle fanciulle – Frank Wedekind – 1975 (Piccola biblioteca Adelphi)