Casa di bambola – Henrik Ibsen

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DAL TESTO

Nora: “Eccoci al punto. Non mi hai mai compresa. Avete commesso, Torvald, gravi errori a mio danno, prima il babbo, poi tu.”
Helmer: ”Come? Noi due? Noi che ti abbiamo amata più di ogni cosa al mondo!”
Nora: “Sì, Torvald, proprio così. Quando ero a casa col babbo, egli mi comunicava tutte le sue opinioni, sicché avevo le medesime opinioni. Ma se qualche volta ero d’opinione diversa, glielo nascondevo, perché ciò non gli sarebbe andato a genio. Mi chiamava la sua bambola e giocava con me come io giocavo con le mie bambole. Poi entrai in casa tua…
Helmer: “Che parola adoperi per il nostro matrimonio?”
Nora (imperterrita): “Voglio dire che passai dalle mani del babbo nelle tue. Tu regolasti ogni cosa sul tuo gusto e io ebbi lo stesso gusto tuo. Ma fingevo soltanto: non so più con sicurezza… Forse era l’uno e l’altro: ora così, ora cosà. Se adesso ci ripenso, ho l’impressione di essere vissuta qui come una mendica… dal naso alla bocca. Vivevo qui presentandoti atti di bravura. Ma eri tu che volevi così. Tu e il babbo vi siete resi gravemente colpevoli nei miei confronti. Vostra è la colpa se non sono riuscita a niente.

 

DUE PAROLE

Scritto nel 1879, questo testo teatrale (in tre atti) è un importane manifesto di rivoluzione culturale. Una vera presa di coscienza del ruolo della donna e del suo ruolo nella società. La protagonista Nora, uccellino ingabbiato in una matrimonio tanto felice quanto soffocante, spezza le catene della tutela rivendicando la sua indipendenza al mondo. Una ribellione intellettuale, un’epifania interna che grida libertà, ma soprattutto uguaglianza. Ibsen, uomo, ancor prima che pensatore, confeziona con profonda sensibilità un tema ancora molto attuale, che vale, e varrà, per ogni futura anima soggetta all’oppressione del pensiero. Non soltanto quella femminile. A differenza di Anna Karenina, infatti, Nora sembra badare con ben altra freddezza alla perdita di ciò che una donna ha di più caro al mondo: la sua maternità. Se nella Karenina, infatti, è l’incontrollabilità dell’amore con tutta la sua incombenza fatale a sconvolgere una famiglia, in “Casa di bambola” è la coscienza, e soltanto la coscienza dell’individuo, a rivendicare così prepotentemente una scelta tanto difficile.

 

INFO UTILI

Pag. 104, un’ora e mezza di lettura circa.
Letture affini: Anna Karenina, L. Tolstoj

 

ORIGINI

Casa di bambola – Henrik Ibsen – 1879 (Oscar Mondadori)
Rousseau – L’Enfant à la poupée – 1906

L’amante – Marguerite Duras

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DAL TESTO

Bisognerebbe avvertire tutti di tali eventi. Comunicare loro che l’immortalità è mortale, che può morire, che è successo, che continua a succedere, che essa non si palesa mai in quanto tale, che è la duplicità assoluta. Che non esiste nel particolare, ma soltanto in linea di principio. Che certe persone possono celarne la presenza, a condizione che lo ignorino, e che certe altre possono svelarne la presenza nelle prime, alla stessa condizione, ignorando di poterlo fare. Che la vita è immortale mentre è vissuta, mentre è in vita. Che l’immortalità non è una questione di tempo, non è una questione di immortalità, è qualcosa di ignoto. Che è falso dire che non ha principio né fine, come è falso dire che comincia e finisce con la vita dello spirito, poiché partecipa dello spirito e del trascorrere sulle orme del vento. Guardate le sabbie morte dei deserti, i corpi morti dei bambini: l’immortalità non passa di lì, si ferma e li evita.

 

DUE PAROLE

Un collage di memorie autobiografiche adolescenziali, una complicata storia d’amore destinata a durare per l’eternità. L’autrice  si racconta collegando immagini sparse nei suoi ricordi. Ripercorrendo gli albori di una tormentata relazione fra una bimba di quindici anni con un ricco uomo d’affari cinese. Una prosa classica, piacevole  fino ai limiti della stucchevolezza. Ben lontana, seppur assai simile esteriormente, dalla sceneggiatura di “Hiroshima mon amour”, che la Duras scrisse una dozzina di anni prima della pubblicazione de “L’amante”. Se nel film si scontrano antiteticamente, attorno alla violenza dell’amore, tutti i temi sociali del dopoguerra (vedi il rapporto uomo/donna, oriente/occidente, amore/guerra, gioventù/vecchiaia, saggezza/scelleratezza, scienza/passione), nel romanzo questi ultimi vengono riproposti in tinte assai più tenui. Il protagonismo ne oscura sensibilmente  il confronto, alleggerendo di conseguenza anche il peso morale dell’opera che, nonostante l’alta leggibilità, risulta a mio avviso poco incisiva.

 

INFO UTILI

Pag. 123 – 2 ore di lettura circa.

ORIGINI

Marguerite Duras – L’amante – 1984 (Feltrinelli)
Moise Kisling – Ofelia

 

VIDEO

I sette pazzi – Roberto Arlt

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DAL TESTO

Riguardo a quei tempi Erdosian mi diceva: “Pensavo che l’anima mi fosse stata data per godere delle bellezze del mondo, la luce della luna sopra l’orlo arancione di una nuvola, la goccia di rugiada che trema sopra una rosa. Non solo, quando ero piccolo ho sempre creduto che la vita mi riservasse un avvenimento sublime. Ma via via che prendevo in esame la vita degli altri scoprivo che vegetavo nel tedio, abitanti di un paese sempre sotto la pioggia, dove le cataratte d’acqua depositano sul fondo delle pupille un velo che impedisce di vedere la realtà. E capivo che le anime si muovevano sulla terra come pesci prigionieri in un acquario. Dall’altra parte dei muri di vetro verdastri c’era la bella vita, altissima, nella quale tutto sarebbe stato diverso, forte, molteplice e dove i nuovi esseri umani, figli di una creazione superiore, avrebbero saltellato in un’atmosfera elastica.” Erdosian mi diceva anche: “È inutile, devo fuggire da questa terra”.

 

DUE PAROLE

Un collage apocalittico, lisergico e ipnotico. Una prosa complessa, spezzata, vorticosa, che passa attraverso dolorosi ricordi, totalitarie ambizioni ed oniriche proiezioni del protagonista, Remo Erdosian, l’uomo confuso dell’era moderna. Tutto ha inizio con un’accusa di furto nei suo confronti, presso l’azienda ove impiegato, per una valore di seicento pesos. Umiliato e reietto, spinto a cercarsi un motivo per ripagare un crimine commesso, ed anche un senso della vita, Erdosian sprofonda in una serie di incontri e elucubrazioni personali al limite della follia. Dalle velleità omicide nei confronti del genero, che pare abbia lui rubato la moglie, alle vanagloriose e assai improbabili tesi complottiste dei suoi interlocutori, tutto appare irrimediabilmente impalpabile. Al centro delle incomprensioni, la rosa metallica progettata dallo stesso Erdosian, inventore fallito e bizzarro, che rimane progetto inespresso di una personalissima utopia realizzativa. Fuori dalla rosa, anche il mondo impazzisce con lui, chiede ordine. I personaggi satellite, capitanati dalla più carismatica figura dell’Astrologo, progettano un complotto segreto di taglio rivoluzionario. Tramite una rete di bordelli, forti dei soldi estorti alle puttane, il branco sconnesso di lenoni argentini, i sette pazzi appunto, progetta la costituzione di un nuovo ordine mondiale.

 

INFO UTILI

Pag. 250 – 6 ore di lettura circa
Letture affini : L’uomo che fu giovedì, G.K. Chesterton – Un oscuro scrutare, P.K. Dick

 

ORIGINI

Roberto Arlt – I sette pazzi – 1929 (Einaudi)
Pablo Picasso – Portrait of Ambroise Vollard – 1910

 

VIDEO – Roberto Arlt, il padre della scrittura urbana

La vita agra – Luciano Bianciardi

Maurice Utrillo

DAL TESTO

In questo, diciamo la verità, io sono sempre stato regolare. Ogni mattina entro le undici vado di corpo. Mi porto in bagno il giornale e profitto del quarto d’ora di seduta per scorrerlo di nuovo, ed è proprio allora che scopro tante notiziole curiose sfuggite alla prima occhiata: un’evasione fiscale, uno sfruttatore di donne arrestato, un aborto procurato. La lettura aiuta questa funzione corporale, anche se mio padre diceva il contrario. Mio padre, lo ricordo benissimo, dava grande importanza alla seduta mattutina in gabinetto, diceva che in quei minuti bisognava non pensare ad altro, concentrarsi bene, farla tutta, e non capiva perché noialtri ragazzi avessimo sempre bisogno di portarci dietro il giornalino.
Per me è vero il contrario, però rispetto le idee e il ricordo di mio padre, alto e magro, con il suo pigiama rosa-grigio, quando entrava ciabattando nel gabinetto, e ad andarci dopo di lui sentivi un odore forte e virile, commisto di tabacco, un odore di babbo, che ti accoglieva come un’ombra, come una nuvola protettrice. Io invidiavo a mio padre quest’odore, perché capivo appunto che soltanto un uomo fatto, con moglie e figli, può odorare così.
E perciò ora dovrei essere contento, anche orgoglioso, quando m’avvedo dall’odore forte, commisto di tabacco, d’essere diventato io un uomo fatto, un babbo con moglie e figlioli. Invece no. Invece anzi mi sgomento, perché la mia non è un’ombra, una nuvola grande e protettrice. No, io del babbo ho soltanto questo, il puzzo.

 

DUE PAROLE

Romanzo largamente autobiografico dalla prosa forbita e tagliente. Uno stile preciso, che conferisce a Bianciardi una personalità letteraria distinta, dalle sfumature debosciate. Di piacevole lettura, la vita agra, è lo sfogo del protagonista-scrittore che, approfittando delle sue difficoltà, porta al lettore una riflessione sociale sulla mutevole Italia dello sviluppo industriale. In particolare su quello spaccato lombardo che Bianciardi sceglie come luogo di fuga dalla sua vecchia vita, certo più comoda, della campagna toscana, ove lascia moglie e figlio alla volta di Milano.
Nella grande città, lentamente, lo spirito rivoluzionario scema, l’uomo è sempre più connivente al nuovo ambiente. Seppure insopportabile, il protagonista è consapevole del lento ed inarrestabile processo che lo porterà ad integrarsi con quella società tanto diversa quanto ripudiata. Deboli, a mio avviso, gli slanci di previsione futura dove Bianciardi, con brevi visioni oniriche, predice i cardini della nuova società. Efficace invece il respiro complessivo. Più delle difficoltà economiche, più dei sacrifici e del sudore, agra è la certezza di sapersi cambiato (come mutato è il paese). Agra è l’arresa al nuovo che avanza. Agra l’assenza dell’individuo. Il concetto si schiude con esattezza in una piccola frase nascosta verso il finale del libro. Una triste, minuscola, verità inaudita: “debbo lavorare per restare come sono”.

 

INFO UTILI

199 pag. – 4 ore di lettura circa.
Letture affini : La cognizione del dolore, C.E. Gadda

 

ORIGINI

La vita agra – Luciano Bianciardi – 1961/62 (Feltrinelli)
Pablo Picasso – Portrait of Maurice Utrillo

 

VIDEO
da “La vita agra” di Carlo Lizzani, 1964. 

Pedro Páramo – Juan Rulfo

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DAL TESTO

Sentivo il ritratto di mia madre, che tenevo nel taschino della camicia, scaldarmi il cuore, come se anche lei sudasse. Era un vecchio ritratto, smangiucchiato ai bordi; ma era l’unico che conoscevo. L’avevo trovato nell’armadio della cucina, dentro una casseruola piena di erbe: foglie di melissa, erba di Castiglia, rametti di ruta. Da allora l’avevo tenuto. Era l’unico. Mia madre non aveva mai voluto farsi ritrarre. Diceva che i ritratti erano roba da stregoneria. E così pareva essere; dato che il suo era pieno di buchi come di spillo, e dalle parte del cuore ce n’era uno molto grande in cui ci si poteva entrare il dito del cuore, il medio.

 

DUE PAROLE

Pedro Paramo è un romanzetto che contiene – e detta – i canoni di quel realismo magico che prenderà poi piede nella letteratura di consumo grazie a scrittori come Gabriel Garcia Marquez. Se “Cent’anni di solitudine” è la Bibbia, il suo punto più alto d’espressione, Pedro Paramo ne è la genesi. La storia, come nelle più classiche tradizioni sudamericane, parla del ritorno alla terra e alle origini del protagonista, il quale, ripercorrendo luoghi suggestivi attraverso racconti popolari, si mette alla scoperta del Padre. Qui, in embrione, possiamo trovare quella splendida rielaborazione della realtà mischiata a misticismo, superstizione e leggenda capace di trasformare la cronaca in racconto fiabesco. Ne riporto degli esempi, parallelismi talmente evidenti da farmi credere che Marquez non solo fosse rimasto affascinato dalla prosa di Juan Rulfo, ma persino d’averne approfittato a piene mani. Oltre all’incipit, praticamente parafrasato, richiamo un altro paio d’estratti.

“E la tua anima? Dove credi che sia andata?”
“Starà vagando sulla terra come tante altre; cercando vivi che preghino per lei. Forse mi odia perché l’ho trattata male; però questo non mi preoccupa più. Mi sono liberata dal vizio dei suoi rimorsi. Mi amareggiava persino quel poco che mangiavo, e mi rendeva insopportabili le notti riempiendole di pensieri paurosi con immagini di condannati e cose del genere. Quando mi sedetti a morire, lei mi pregò di alzarmi e di continuare a trascinare la vita, come se ancora aspettasse qualche miracolo che mi lavasse via le colpe. Non ci provai nemmeno: “Qui termina la strada”, le dissi, “non ho più forze per altro”. E aprii la bocca perché se ne andasse. E se ne andò. Lo capii quando nelle mie mani cadde il filino di sangue con cui era legata al mio cuore.”

Evidentemente simile alla scena in cui il Colonnello Buendia di Cent’anni aspetta il passaggio della sua morte sul patio. Oppure:

All’alba la gente venne svegliata dal rintocco delle campane (…) Ma il rintocco durò più del dovuto. Ormai non suonavano soltanto le campane della chiesa maggiore, ma anche quelle delle Sagre de Cristo, della Cruz de Verde e forse quelle del Santuario. Giunse mezzogiorno e il rintocco non cessava. Giunse la notte. E giorno e notte le campane continuarono a suonare, tutte allo stesso modo, sempre più forte, finché quello diventò un lamento fragoroso di suoni (..) Dopo tre giorni erano tutti sordi. Era impossibile parlare con quel ronzio di cui era piena l’aria.

Anche qui la “piaga” delle campane che sembrano non voler smetter più di suonare richiama la pioggia infinita o l’improvvisa assenza di memoria che cadono su Macondo.
Insomma, un libretto di non facile lettura, che perde in scorrevolezza a causa dei continui salti narrativi. Un incastro temporale e generazionale che, come per la sua storia, coniuga confusamente futuro e passato di personaggi talmente legati intrinsecamente alla loro terra, da condividerne il triste destino.

 

INFO UTILI

Pag. 141 – 2 ore e mezza circa.
Letture affini: Cent’anni di solitudine, G.G. Marquez – Eva Luna, I. Allende

 

ORIGINI

Pedro Páramo – Juan Rulfo – 1955
Paul Gauguin – Self Portrait

L’avversario + James Wang

james wang

 

DAL TESTO

Per i credenti l’ora della morte l’ora in cui si vede Dio, non più in modo oscuro, come dentro ad uno specchio, ma faccia a faccia. Perfino i non credenti credono in qualcosa di simile: che nel momento del trapasso si veda scorrere in un lampo la pellicola della propria vita, finalmente intelligibile. Per i vecchi Romand, questa visione, anziché rappresentare il pieno coronamento, aveva segnato il trionfo della menzogna e del male. Avrebbero dovuto vedere Dio e al suo posto avevano visto, sotto le sembianze dell’amato figlio, colui che la bibbia chiama Satana: l’Avversario.

 

DUE PAROLE

Romanzo cronaca tratto dall’agghiacciante vicenda di Jean-Claude Romand, che nel 1993 uccise a sangue freddo la moglie, i due figlioletti, i genitori ed il cane; epilogo di un’insostenibile vita di bugie protratte per quasi vent’anni. Romand diceva di essere un esimio ricercatore dell’OMS. Passava invece le giornate in macchina o facendo lunghe passeggiate. Si faceva affidare soldi per finanziamenti inesistenti e, alla minima difficoltà, annunciava di avere il cancro per suscitare pietà. Ha iniziato a mentire all’università, la quale ha finto di frequentare per dodici anni, ed ha proseguito con il lavoro, il matrimonio, gli amici. Quando, all’apice della disperazione, la situazione economica non riuscì più a reggere il peso della menzogna, vedendo crollare tutte le finzioni che aveva costruito, decise di porre termine a tutto. Uccise l’intera famiglia e incendiò la casa. Ma sopravvisse. Emmanuel Carrère, entrato in contatto con l’assassino dopo i fatti compiuti, tramite una semplice lettera, decide di raccontare con il suo stile alternante fra sfera privata dell’autore e fatti oggettivi (stile che perfezionerà poi in “Limonov”), uno dei casi di cronaca nera più sconvolgenti di sempre. Un uomo o un mostro talmente svuotato dal proprio io interiore, da non aver mai trovato se stesso. Nemmeno dopo la redenzione. O presunta tale.

 

INFO UTILI

pag. 169 – 3 ore di lettura c.ca
opere affini : E. Carrère, “Limonov” – T. Capote, “A sangue freddo”.

 

ORIGINI

James Wang – nn
L’Avversario – Emannuel Carrère – 2000

Auto da fé + Paul Klee

Gaze of Silence, a 1932 painting by Klee that took abstraction even further.


DAL TESTO

La scienza aveva fitto loro in testa la fede delle cause. Essendo persone di mondo, si attenevano fedelmente alle usanze e alle opinioni maggiormente diffuse nel loro tempo. Amavano il piacere e spiegavano tutto e tutti col desiderio di conseguire il piacere; era la mania del momento, una mania che dominava tutte le teste e dava ben scarsi risultati. Naturalmente essi intendevano per piacere i vizi tradizionali che, da quando esistono le bestie, il singolo ha sempre praticato con infame assiduità.
Quando alla ben più profonda ed essenziale molla della storia – l’impulso che spinge gli uomini a collocarsi in una specie di animale superiore, la massa, e a perdersi così completamente in essa come se un singolo uomo non fosse mai esistito -, loro non ne sapevano proprio niente. Questo perché erano persone colte, e la cultura è un salvagente dell’individuo contro la massa che è in lui.
Noi conduciamo la cosiddetta lotta per l’esistenza non solo per soddisfare la fame e l’amore, ma anche per soffocare in noi la massa. In determinate circostanze essa diventa così forte da costringere l’individuo a compiere azioni disinteressate o addirittura contrarie al suo interesse. L’umanità esisteva, come massa, già molto prima di venire inventata – e annacquata – in sede concettuale. Essa ribolle in noi tutti, animale mostruoso, selvaggio, focoso e turgido di umori, nel fondo del nostro essere, più profonda delle madri. Nonostante la sua età l’animale più giovane, la creatura essenziale della terra, la sua meta e il suo avvenire. Di essa noi non sappiamo nulla, viviamo ancora come presunti individui. A volte la massa ci si riversa addosso, una tempesta muggente, un unico oceano fragoroso, nel quale ogni goccia vive e vuole la stessa cosa di tutte le altre. Per il momento essa tende ancora a dissolversi di nuovo, e allora noi torniamo ad essere noi stessi, dei poveri diavoli solitari. Nel ricordo non riusciamo a concepire l’idea di essere mai stati tanto numerosi, tanto grandi e tanto uniti. “Una malattia” dichiara uno, afflitto da troppa intelligenza. “La bestia nell’uomo” fa eco conciliante l’agnello dell’umiltà, senza sospettare quanto vicina al vero sia la sua errata definizione. Frattanto, dentro di noi, la massa si separa a un nuovo assalto. Un giorno, magari dapprima in un solo paese, non tornerà a dissolversi, e da questo dilagherà poi ovunque, finché nessuno potrà dubitare di essa, non essendoci più nessun io, tu, lui, bensì soltanto lei, la massa.

 

DUE PAROLE

Quando Canetti consegnò la prima copia di Die Blendung a Thomas Mann, si aspettava che quest’ultimo la leggesse di filato, immergendosi completamente in essa. Pretesa velleitaria, quasi quanto quella dello stesso Mann quando chiedeva ai suoi fidati lettori di concedersi una seconda lettura de “la montagna incantata” per apprenderne meglio la sua completezza. “Auto da fé” è un libro molto impegnativo, monolitico e sabbioso nonostante la vivacità dei temi ed il suo spiccato umorismo. Opera unica, composta a Vienna intorno agli anni 30, si snocciola in tre parti distinte ed assai prolisse. Il protagonista è il sinologo Peter Kien, dotato di memoria prodigiosa. Fiero possessore di una delle più fornite biblioteche della città, coltivata nel suo appartamento privato persino a discapito delle inutili e troppo fuorvianti finestre. Intorno alla sua figura ruotano i pochi personaggi presenti. La governante, poi moglie, Therese; il nano truffatore e sedicente campione di scacchi Fischerle, che tanto richiama il piccolo Oskar de “il tamburo di latta”; il portiere Pfaff ed infine il fratello di Kien, psicologo, figura esterna alla vicenda, che giunge come una specie di deus ex machina ad osservare gli eventi e giustificare, analiticamente, il senso del romanzo. Proprio dalle pagine finali è stata estratta la parte di lettura sopra riportata.
Come spiega lo stesso Canetti, Auto da fé è e voleva essere un libro sulla massa. La straordinarietà di questo lavoro risiede nella maestria con cui l’autore è riuscito a mantenere, grazie ad un uso più che copioso di luoghi comuni e frasi fatte, una spersonalizzazione dei suoi personaggi. Auto da fé è il punto più lontano ed opposto alla letteratura esistenzialista. Nessuno infatti, all’interno del romanzo, pare realmente umano, dunque pensante. Ogni figura è caratterizzata con l’estremismo della caricatura. Psicologo a parte, nessuno, nemmeno Kien con la sua poderosa intelligenza, risulta pensare in maniera razionale. I ragionamenti sono dettati dal pensiero comune, lo inseguono soggiogati, ed ogni individuo interpreta all’estremo le sue irremovibili idee. Gli uomini sono rappresentazioni, immensi contenitori svuotati dall’interno, vasi vuoti che capaci di far rimbombare ottusamente grette opinioni. Il distacco fra realtà e immaginazione suona come una fastidiosa rottura ogni volta che il senno sembra inevitabilmente rendersi necessario. Non esiste verità, poiché non esiste alcuna relatività oggettiva. Nulla ha senso. Nella massa tutto è ragione, così come tutto è bugia.

 

INFO UTILI

531 pagine : 20 ore di lettura c.ca.
Opere affini : Ulysse – J.Joyce; Il tamburo di latta, G.Grass; La montagna incantata; T.Mann.

 

ORIGINI

Gaze of silence – Paul Klee – 1932
Auto da fé (Die Blendung) – Elias Canetti – 1935

Luca Colombo – Caccia al morto

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DAL TESTO

Funerali ne ho visti parecchi, il primo flashback nitido risale all’età di sei anni: corteo funebre della nonna, in febbraio. Aveva smesso di piovere da poco, io conducevo il mio piccolo ombrellino rosso da gran signore afflitto. In generale, parenti vari morti presto. Un funerale dietro l’altro. Dovetti aspettare gli otto anni perché mio padre mi concedesse di accompagnarlo a scegliere una bara. Era la volta dello zio Ottavio; non mi stava neanche simpatico, quindi la gioia fu doppia.

ORIGINI

Caccia al morto – Luca Tagliabue –  inedito
Richard Gerstl – Laughing Self Portrait – 1904

DUE PAROLE

Recensisco un inedito consegnatomi da Luca Tagliabue – pseudonimo di Luca Colombo – qui alle prese con il suo secondo romanzo. Trovo di grandissima utilità avere l’onore di leggere un (quasi) compaesano e (quasi) coscritto, specialmente per tutto quello che riguarda il paragone con la mia prima, anch’essa inedita, prova letteraria, il romanzetto 22 e 22. Tante le cose in comune, fin troppe, che nella sostanza, credo, riconducono poi ai seguenti capi sommari: un’immaturità artistica, un’innata passione per la letteratura ed un grande desiderio-bisogno formativo. Cercherò di sfruttare questi cardini per sollevare un personale esame di coscienza. Mi permetto dunque di dilungarmi più dell’abituale e persino di arrogarmi una libertà di critica, sebbene consapevole di quanto essa possa non risultare di gradimento all’autore.
La storia di “Caccia al morto” ruota intorno a Filippo, protagonista assoluto e proiezione dell’autore stesso, giovane filosofo irrealizzato, che trova lavoro presso l’azienda funebre del suo paese. Il romanzo si spegne con una poco incisiva retorica sul pregiudizio, un miscuglio di rifiuto sociale e senso di colpa interno. Ciò dà una significativa indicazione sul pre-assemblaggio (pre-concepimento) dell’opera. Proprio nel finale risiede il senso di smarrimento riconducibile al già citato desiderio formativo. Non sapendo chi siamo, risulta più facile non sapere ciò che vogliamo, ed accusare, superficialmente, la società. Non si hanno obiettivi, solo paure. La figura che meno spaventa nel romanzo è la morte. La sua costante presenza, o meglio, del suo significato simbolico, è un brillante esercizio di paragone con tutti i temi incontrati. Ciò conferisce continuità alla prosa, nonché vigoroso humor nero. Gli accadimenti, però, seppur ben arrangiati, non sembrano allacciarsi uno con l’altro. Danno piuttosto l’impressione di essere stati incastrati di atto in atto per giustificare il palcoscenico sul quale far recitare pensieri di portata più ampia. Tutto gravita intorno all’egocentrismo del protagonista. Purtroppo, per parer prettamente personale, questa è la pecca maggiore del romanzo. È d’altro canto anche quella più agilmente superabile. La sottile arte d’intreccio fra trama e riflessione, è pratica artigianale apprendibile con tempo e tanto esercizio. 22 e 22 soffre esattamente della stessa malattia. La piaga che ha colpito la nostra generazione e che ci vede, quotidianamente, allontanarci dalla praticità in favore dell’irresolutezza, secondo lo sdrucciolevole principio di importanza dell’individuo. Anche Tagliabue/Colombo fiuta il pericolo, consapevole quanto lo fossi io di fronte alla tastiera, riporta “E non è neppure detto che la pratica indefessa t’abbia trasformato in un vero scrittore, ovvero un narratore purosangue che è stato capace di sbarazzarsi di ogni buona intenzione. Forse resterai per tutta la vita uno pseudoscrittore – categoria a cui temo di appartenere-, cioè un messia metropolitano che si sente in dovere di insegnarti qualcosa, di propinarti una morale, che cade vittima dei suoi stessi scritti zeppi di turbamenti psichici e maleodoranti di frustrazioni ingarbugliate. Scrittori o pseudoscrittori, scriviamo perché siamo esibizionisti”.
Questa inconsistenza sfocia presto in un tentativo disperato di distinzione. Ecco che ogni autore, tramite la voce del proprio alter ego, cerca di auto gratificarsi od ergersi a “persona speciale”, mettendosi in luce come meglio gli compete. La figura dell’intellettuale incompreso tracima in citazioni e aneddoti piacevoli da leggere, ma gravati dall’altra faccia della medaglia, il volersi a tutti i costi elevare al fine di distinguersi dalla massa. Il libro ne è pieno, quasi ad indottrinamento del lettore. Potrebbero essere accenni a quel procedimento che porta ogni uomo da figlio a padre, nel goffo ed eterno tentativo di realizzarsi attraverso un mezzo qualsiasi. (Si noti infatti che Filippo non ha concluso gli studi, diventa pupillo del figlio del De Bernini, e richiama spesso giustificativi –sessuali o meno- sulle sue incompetenze). Le pagine trasudano un desiderio di accettazione del protagonista nei confronti del sistema. La grossa difficoltà della nostra generazione (indubbiamente anche di quelle a venire) è proprio questa, il complicato passaggio di responsabilità dell’affermarsi in un insieme più grande. Ci reputiamo incompresi e, per la stessa ragione, incolpiamo il prossimo di non capire quanto siamo speciali. Il paragrafo con l’avventura erotica di Filippo con la ragazza del funerale ne è l’esempio supremo. Inutile ai fini narrativi (sembra il classico stridore da fucile di Checov, volutamente messo in scena senza conseguenze) non sviluppa conseguenze immediate, né a lungo termine. È, probabilmente, il bimbo che chiama la mamma. Leggendolo, mi è sembrato di trovare nient’altro che giustificazione e volontario passaggio per l’autorealizzazione, con il ritorno di fiamma per interposta persona, alcune pagine dopo, con l’avvenente collega. L’impaccio, guada a caso con una donna più adulta, questa volta fallimentare, che tanto richiama il giovane Fante di “Chiedi alla polvere” nella sua tristissima scena di rifiuto alla prostituta (dea/patria/madre/donna/amica/società).
“Caccia al morto” è un romanzo intimo ed utilissimo, pungente e assai ironico, però troppo personale. Ecco l’enorme somiglianza con 22 e 22. Non il becchino, non lo stile spavaldo, non il nozionismo, né il virtuosismo letterario, ma l’utilizzo dello scritto come acerbo sfogo esistenzialista. Il protagonismo e l’utilità artistica dovrebbero abbracciare uno spettro più ampio e complesso di analisi emotiva. Per questo colloco la lettura nella sfera formativa. Accostato alla grandiosa irriverenza verso la morte, propria delle persone più sensibili e profonde, si lega quel capriccio realizzativo proprio di ogni adolescenza artistica e sociale.

 

INFO UTILI

Pag. 161.

Lettere a Milena + Marc Chagall

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DAL TESTO

Ma tu, povera cara, quanto lavoro ti carichi sulle spalle, perché ti senti colpevole, ti vedo china sul lavoro, il collo libero, io sto dietro di te, tu non lo sai – non spaventarti se senti le mie labbra sul collo, non volevo baciarti, è soltanto amore impacciato.

 

ORIGINI

Franz Kafka – Lettere a Milena – 1920 c.ca
Marc Chagall – Birthday – 1915

 

DUE PAROLE

Incontrai la stessa frase e lo stesso quadro qualche anno fa, in concomitanza. Non avevo ancora letto “Lettere a Milena” ma rimasi affascinato da quella frase goffa e al tempo stesso così profonda per sentimento. Pensai che si sposavano perfettamente, le accostai. In questa raccolta di lettere, avviata durante il soggiorno a Merano dello scrittore, Kafka iniziò una fitta corrispondenza, a volte quasi spasmodica, con Milena Jesenská, sua traduttrice ed amante platonica. Si evince tutta la fragilità dell’uomo, di un Kafka eternamente insicuro della sua virilità, della sua umanità e persino del suo ebraismo. Una lettura che permette una visione alternativa dell’amore e della sessualità e che completa, levando per un attimo il velo narrativo, alcuni pensieri cardine dell’autore boemo (basti pensare, per chi l’avesse letto, alla sensazione dell’agrimensore K. ne “il Castello”, dopo l’intimità con la donna del bancone). Penna in mano, soltanto pochissimi, nel processo di autodistruggimento consono ad ogni uomo, hanno raggiunto gli abissi di Kafka. Ne emerge, come la cima di un iceberg, un naturale, freddo e monolitico spettacolo di delicatezza.

 

INFO UTILI

326 pagine
Opere collegate: Kafka, Lettera al padre – Grossman, Che tu sia per me il coltello*
(Grossman cita proprio un passaggio delle lettere “E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello con il quale frugo dentro me stesso”)

Anime morte + Coppo di Marcovaldo

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DAL TESTO 

“Ma a te cosa ti servono?” chiese la vecchia sgranando gli occhi su di lui.
“Questi sono poi affari miei.”
“Ma sono dei morti, però.”
“E chi dice che sian vivi? È un danno per lei, che siano morti: lei per loro paga, e a desso io la libero dalle preoccupazioni e dei pagamenti. Capisce? E non solo la libero, io oltretutto le darò quindici rubli. Be’, adesso è chiaro?”
“A dire il vero, non lo so,” cominciò a dire la padrona di casa, titubante. “Perché io, di morti, non ne avevo ancora mai venduti.”
“Per forza. Sarebbe un caso alquanto straordinario se ne avesse venduti a qualcuno. O lei pensa che in essi ci sia in effetti qualcosa da cui trarne profitto?”
“No, non lo penso mica. Che in essi ci sia del profitto, del profitto non ce n’è. Mi disturba solo il fatto che siano già morti.”

 

ORIGINI

Le anime morte – Nikolaj Vasil’evič Gogol’ – 1842
Giudizio universale (inferno) – Coppo di Marcovaldo – 1265≈

 

DUE PAROLE

La vicenda intorno alla quale ruota l’intero romanzo pare sia, oltre che semplice e spaventevolmente immorale, veritiera. Un uomo (Čičikov nel romanzo) inizia ad acquistare anime di contadini defunti dai vari possidenti terrieri intorno alla città di N. Il suo scopo, inizialmente celato, è quello di sfruttare i lenti meccanismi burocratici del censimento per trasformare il lungo elenco di fantasmi in vivi, e di conseguenza in capitale. È l’isterica ricerca di un uomo completamente votato al raggiungimento di una condizione sociale elevata tramite le sue migliori qualità: astuzia, determinazione ed iniquità. Sfruttando questo esempio perfetto di menefreghismo sociale (si legga quasi “politico”), Gogol distrugge, dall’alto di un’ironia che lascerà il segno in tutta la generazione successiva di scrittori, i capisaldi della società russa. E con essa, quelli di ogni società fondamentalmente corrotta. “Anime morte” è un romanzo completo, capace rendere grottesco ogni suo personaggio, ogni suo lettore ponendolo di fronte al più crudele degli specchi: il paffuto Čičikov.

 

INFO UTILI

  • 250 pagine
  • Difficoltà di lettura: Media
  • Opere collegate: “Maestro e Margherita”, Bulgakov – “Oblomov”, Goncarov – Disastri”, Charms.