Petrolio. La prima cosa da fare quando si arriva in un paese nuovo è mettere fuori il naso dalla porta e odorare l’aria. Si capiscono un sacco di cose dal puzzo di un posto. L’Inghilterra, ad esempio, sa di piedi sudati di sidro, e New York di pipì di gatto, Singapore di durian, Delhi di carne putrefatta e così via. Continua a leggere
Baku 10 Agosto
Si dice che viaggiare serva a conoscere il mondo. E’ vero, ma c’è di più. Cos’è alla fine un viaggio? Una fuga, un ritorno. Scappiamo in piena volontà per capire quello che non siamo, scappiamo per sentirci ciò che mai potremo essere: estranei con noi stessi, esiliati. Alle luci di un mondo che ci ha spiegato tutto, dal caldo utero del nostro paese, dei nostri amici, della nostra terra, non rimane che un solo modo per osservare l’ombra che proiettiamo, spostarsi al di fuori del cerchio. Ecco cos’è un viaggio. Dire quello che non siamo, diceva l’altro, quello che non facciamo. Continua a leggere
Scozia, 2011
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Singapore, 2012
20 Agosto – (non)Itaca
Non viaggiate. Lasciate perdere, date retta, ogni posto nuovo è uguale all’altro, come dicono i saggi, ogni mondo è paese, ogni paese è verità. Rischiate solo di rivedere gli stessi personaggi, la stessa gente, le stesse abitudini ovunque, recitate da pupi o marionette con muscoli di faggio e anima in fil di ferro, gonfi d’empietà, interessati e interessanti per l’unica, parsimoniosa, circoscrizione che così magnificamente rappresentano: la pantomima del banale, in atto sin dalla notte dei tempi. Non viaggiate, state a casa, da chi vi protegge e vuol bene. Da coloro i quali vi conoscono per idee maturate in anni di aspettative già scritte e costruite. Da coloro i quali vi addolciranno indicandovi i sentieri più comodi e meno arditi, arridendo alla rinuncia. Non trascendete. Lasciate andare i pazzi e gli illusi avanti a voi, che loro già si tutelano di mera fantasia. Lasciate che raschino il barile del fallimento con i loro stupidi desideri irrealizzabili. Lasciateli correre dietro ad amori, luoghi e pensieri fittizi, tanto prima o poi si stancheranno. Non viaggiate, c’è troppo da scoprire. Dove pensate di andare? Il mondo è avaro, cercherà di togliervi tutte le cose belle che avete raccolto lungo la strada. State chiusi dentro voi stessi, non abituatevi a rincorrere qualcuno o qualcosa, specialmente un sogno. Non accettate sacrifici. Serrate i boccaporti ed immergetevi negli abissi delle vostre convinzioni, lontano dalla bolina del rischio. Il destino sarà sempre dietro l’angolo, pronto a ingannarvi. Non viaggiate. Le monotonie di un luogo son cagione già più che valida per evitarne altre. Cosa andate cercando? Non viaggiate. Rischiate solo di accorgervi della paura, del suo grosso cappello e dell’ombra che proietta nel nostro piccolo cortile. Andate a chiudere il lucchetto. Non ascoltate i richiami del cuore, benché sinceri, sono eco di conchiglie vuote, accasciate su fredde spiagge d’Albione. Non muovetevi, imparate dai sassi. Hanno tutto ciò cui necessitano a portata di mano, compresa la consapevolezza che, prima o poi, qualcuno di passaggio li scaglierà a pedate in un posto migliore. Guardatevi intorno, guardate quanti sassi vi circondano. Dove non c’è acqua che scorre il riarso fondo del fiume si e vede meglio. Li scorre sottile la verità, con quel suo sapore di fonte, amaro ed imbevibile, duro a deglutirsi. I sassi spuntano e paiono schiacciati, accatastati. Ecco la loro casa: Il passato. È il letto di un rigagnolo in secca, non più navigabile. Ha segnato il suo percorso nel tempo di modo che, voltandosi, ognuno possa capire da dove proveniamo, senza però potervici far ritorno in alcun modo. Nel presente, il suo estuario, l’acqua stagna immobile e stanca ed il mare, l’infinito futuro blu che gli si para innanzi, suadente, tentatore, libero, dinamico vi aspetta. Non nuotate, non andategli incontro, un’onda potrebbe riportarvi indietro da un momento all’altro, capovolti. Cercate di galleggiare nel presente, lì non ci sono tempeste. Non viaggiate, state dentro le vostre teste, circumnavigatele in cerchio. Non bramate. Il viaggio non è che una stupida scusa, nessuno vi condurrà alla roccia dove è scolpito il fallimento. Non lottate per gli altri. Ci si può sempre auto proclamare conquistatori di un regno, specialmente dopo battaglie egoiste, combattute solo e soltanto per se stessi. Siate arrendevoli, compiaciuti e poco curiosi. Arenatevi. Torneranno altri a raccontarvi dell’oceano, altri naufraghi, altri fanti semplici zeppi di lividi e cicatrici sulla pelle. Zingari che hanno fatto di un sogno la loro stella polare. Punto luminoso fievole ma costante, che li ha guidati nel buio ogni notte, con la sua presenza fissa alta ed irraggiungibile. Non sapranno far altro che svuotare le loro casse zeppe di storie, barattandole con qualche emozione. Non concedetegliele. Avranno zigomi esaltati da lacrime dolci, probabilmente vi commuoveranno. Non fatevi impietosire. Parleranno con parole altrui e soltanto dopo che ne avrete incontrato uno capirete di essere stati tentati. Li riconoscerete. Vi diranno cosa fare, anzi, cosa non fare perché, appartenendo loro stessi al mondo dell’impossibile, faranno di tutto per condurvi in quella direzione. Vi ammalieranno con parole di poeti e cantanti conosciuti lungo i loro percorsi terreni. Lettere in bottiglia, storie con cui ubriacarsi, rinvenute in qualche posto della loro memoria. Storie bellissime a volte, quasi poesie, quasi come questa. Non leggetele.
ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora I minuti sono eguali e fissi
come I giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.
19 Agosto – Lascari (Lipogramma della lettera “a”)
Ho scelto di togliere le lettere che non vedrete in questo testo -eccezione che occorre più volte nel titolo- perchè oggi ci si è condotti presso Corleone ed il termine “Corleone” non contiene nessun esempio di queste. Premetto: utilizzerò persino poche “u”, sebbene sembrino segni sensibili, che meno mi duole scrivere, per rispetto. Togliere il tipo di lettere che non nomino è molto difficile, visto che sono molto comuni. Così come le cose mediocri. E le cose brutte sono spesso comuni, così come lo sono le cose mediocri che non eccellono, spengono, deprimono, rendono soli. Forse purifico lo scritto, forse lo rovino. Boh. Converrete con me, comunque un bell’esercizio. No? Con che scopo? Meglio non perdere tempo e giungere celermente verso il dunque: perchè proprio oggi, direte voi? Beh, Corleone è il simbolo dell’uomo omertoso, del reietto e dello zittito, del muto, del soccombente e del vinto. Un luogo di storie non dette, non proferite. Non c’è quindi miglior giorno per riflettere sul silenzio. Silenzio in cui nuoto, silenzio in cui si spegne il mondo, silenzio che fende e offende gorghi di idee. Di tutti e di me. Inoltre sono mesi che mi ripromettevo di scrivere togliendo invece di mettere. E’ ben più tosto, mi sfido. Come le foto in cornice, come ogni dono non ricevuto: più ometti, più impreziosisci. Non ho niente contro di loro, contro quelle lettere, ben inteso, è solo un limite debole, un distruggere congiunzioni, quindi io ci gioco. E poi le cose difficili sono incentivi per il cervello, duro pensiero. Difficile sì, direi, troppi verbi finiscono per il suffisso ostile, quello che le contiene oltremodo, e mi viene subito ostico l’uso dell’infinito. Purtroppo. Ultimo -non meno degno di essere punto d’interesse- qui sfido Georges Perec (che genio fu). In culo persino tu, Ou.li.po. (se il lettore non dovesse conoscere, cerchi pure il riferimento). Scemenze, comunque. Di questi trucchi per scrittori volenterosi è pieno il mondo. Non mi invento niente, inteso, è solo stile. Sono fiero, però, del modo di condurre le emozioni nello scritto. O per meglio dire, sono fiero del modo in cui domo il lessico e vorrei, stesso identico modo, gestire il cuore. Impossibile. Mi duole riuscirci solo qui, sul foglio, non oltre. Nel silenzio, come dicevo, tutto rende eco e diviene grosso e dolente e perde luce, e spesso tremo. Comincio con questo test: levo lettere come pensieri. Evito. Mi obbligo, certo, mi forzo, non è ciò che voglio, ne che vorrò. Ci provo. Un giorno e di nuovo un giorno e di nuovo un giorno. Scevro di lettere, non fiorito. Stride il dubbio, il lungo percorso giunge limpido e lucido e veritiero, il vento che rode il midollo. Se fuggo sempre ivi torno. Il ronzio che rende il cervello brullo. Ecco cos’è quell’eco! Un quesito semplice, cui son degno. Come sorridere, in questo momento, privo di te?
18 Agosto – Palermo
Palermo, Vucciria, Ballarò, i mercati gli strilloni e gli incontri inaspettati del Fred, la sporcizia, il caldo, le chiese e le arancine. Monreale, un matrimonio sotto l’oro zecchino. Oggi i posti sono soltanto nomi vuoti da annotare nella cartina della memoria.
17 Agosto – Palermo
Alla riserva naturale dello Zingaro prendo il sole tutto il giorno con la bocca aperta. Voglio che la luce mi entri dentro. Ci incastriamo in una caletta sovraffollata, sdraiandoci come fachiri confezionati su un letto di sassi aguzzi e inospitali. Un bambino tempesta la madre di domande, vuole entrare in acqua ma deve attendere che la digestione abbia fine. Ci sono sempre delle regole per vivere. La madre dice “ancora dieci minuti” e improvvisamente mi sento impazienete come lui. Il bambino scalpita, sbruffa, impreca per quell’ingiustizia totalmente incomprensibile ai suoi occhi. Dieci minuti. Lo vedo determinato, minaccia la madre di non voler attendere oltre. Chiede l’ora e aspetta, ferito, fissando il mare, scagliando sassi contro altri sassi, pensando al suo innocente desiderio di divertimento. Quanto durano dieci minuti di privazione? Quanto pesano nel suo petto? La nostra indole più feroce è l’impazienza, ciò che sin da creature ci fa bruciare le budella e fremere gli organi della tranquillità. Il bambino guarda il mare e aspetta. Non attenderà oltre. La sua conduzione (cognizione) del tempo sarà intransigente. Per lui, come per chi desidera, l’approssimazione è inattuabile ed inconcepibile: la fragilità ha sempre bisogno di precisione. Maturare, o sapere invecchiare, allora -verrebbe da dire- significa imparare a dilatare i tempi di attesa di tutte le prove che ci attendono, significa padroneggiare le digestioni. Cominciamo gestendo minuti, lunghi come anni, termineremo godendo stagioni, sfuggevoli come secondi.

