16 Agosto – Palermo

Questa notte non ho dormito. Me ne sono stato tutto il tempo a fissare il soffitto, immobile, mentre le zanzare approfittavano di me senza che nemmeno mi ribellassi. Apatico e insofferente, a guisa di una puttanella accondiscendente. Come me il Dandy, che ho visto più volte alzarsi ad orari imprecisati della notte infastidito dal sonno singhiozzante. Non gli ho detto niente, non abbiamo condiviso l’insonnia, alla fine la notte è una cosa personale e uno spera sempre di poter tornare ai suoi sogni da un momento all’altro. Sogniamo di tornare a sognare. E poi non volevo disturbare le zanzare. Il Fred, che dormiva nel letto di fianco al mio, se l’è passata bene. Almeno così sembra. Verso le prime luci del mattino si è messo a visualizzare qualcosa di movimentato, penso, forse un concerto jazz, perché di punto in bianco ha iniziato a sciorinare note di tromba dalla bocca, muovendosi nervosamente. Quando ci siamo svegliati, per così dire, la proprietaria di casa è passata a raccogliere i soldi e ci ha gonfiati di teorie politiche abbastanza qualunquiste. La abbiamo comunque ascoltata con piacere e pazienza. Noi giovani siamo il futuro del mondo. Lasciata Marsala ci siamo diretti verso le nuvole. Erice è una cittadina strepitosa, arroccata in cima alla Sicilia più caratteristica. Ti puoi sdraiare in piazza a vedere come il mondo giri veloce poichè i cirri corrono imbizzarriti all’altezza della strada. Il campanile, immobile, si infrange contro le nuvole che gli precipitano addosso rapidissimamente, sospinte da chissà quale vento. Pare che la terra acceleri lungo il suo asse e che il tempo scorra più velocemente. Camminando nelle viuzze le nuvole ti accompagnano, sembrano dei ragazzini che si rincorrono tra i vicoli, facendosi dispetti. Sbucano da un angolo, piroettano, alzano una carta, ti regalano un po’ di umidità e ti fanno sentire in aria, a casa loro, nel cielo. È li che abitano le nuvole, nel cielo. Ci sdraiamo per lunghi attimi, fumando, godendo il momento di quel paradiso schivo ed appicicoso che ci corre attraverso. Ancora una volta la musica porta tutto il fascino del paesaggio dentro me, gonfiandolo, ingigantendolo. Ancora una volta la musica e i ricordi appensantiscono l’umidità cui siamo fatti, solidificandola nella gola. Tocca scappare dalle nuvole, guai a perdersi attraverso, e nella via di sera imbocchiamo Palermo dove ci attende la nostra amica Isabella che ci guida e guiderà per vie e luoghi di un capoluogo -si spera- meno turistico possibile. Alloggiamo di fianco alla casa natale di Paolo Borsellino. Quartiere La Kalsa. Qui vicino naque anche Giovanni Falcone. Ogni tanto dire la parola “uomini” -e nominarne alcuni- fa bene allo spirito. Gente che già appartiene alle nuvole.

15 Agosto – Marsala

Mi manca la mia macchina fotografica. Mi manca da far schifo, ne sento la mancanza. Con la mia macchina fotografica ci potrei vincere tutti i concorsi di fotografia del mondo, specialmente quelli di ritrattistica. Sono sicuro che li vincerei e anche la mia macchina fotografica lo da per scontato. È molto perspicace e delicata e ci sono affezionato, per questo oggi ne scrivo. Perché, un po’ per colpa mia, un po’ per colpa sua, è rimasta a casa, ad Itaca. Oh se qualche Lestrigone dovesse provare a rubarmela! Lo ucciderei. Saranno i posti bellissimi che sto visitando, il viaggio, il fatto di sapere di non averla con me, non so, anzi lo so, mai come oggi mi è mancata la mia macchina fotografica. Penso che sia un ingiustizia che ad un fotografo, anche se dilettante, venga privata la possibilità di andare in giro con la propria macchina fotografica. Ogni uomo dovrebbe avere il diritto di andare in giro con la sua macchina fotografica. La mia macchina fotografica, giusto per farvi capire l’importanza, mi permette di vedere le cose diversamente. Io guardo il mondo attraverso di lei e lei mi restituisce un’immagine ammaliante e romantica, che nasce solo dall’unione delle nostre forze. È la mia visuale abbellita dalla sua. Uno sguardo nettato. Chi rinuncerebbe ad un mondo più bello se solo ne avesse l’opportunità? Certo, ci sono altri modi per vedere il mondo diversamente –ad esempio l’alcool- ma non è la stessa cosa. In molti casi –ad esempio l’alcool – si porta la propria percezione ad un livello inferiore, un sotterfugio. E’ sempre un trucco, ma lavora in maniera più subdola. E allora il mondo ci va bene per difetto. Ci va bene ugualmente, chiaro, ma non è un migliorarsi, è soltanto un miserevole adattarsi. Con una macchina fotografica, invece, fermi un momento di bellezza che nessuno potrà mai più rubarti, momenti talmente belli, a volte, da essere insopportabili. Con la mia macchina fotografica ho fermato dei momenti talmente belli da costringermi a scappare da lei, per esempio, nascondendo quante più immagini potevo dentro la testa. A proposito di testa. Stamattina il Dandy mi ha tagliato i capelli sotto la supervisione del Fred. Erano entrambi concentrati su di essa, sulla capoccia, come se contenesse qualcosa di importante, ma ben so che –al pari di tante, tante altre persone– erano interessati solo all’esteriorità della faccenda (…a ragione, ci mancherebbe). Sono due ragazzi d’or, stasera ho detto loro che se fossimo gay sarebbe un mondo da favola. Alla fine il taglio ha lautamente soddisfatto e sorpreso tutti e tre. Ero già abituato a tagliarmi i capelli da solo tipo pazzo isterico ma, come per l’esempio dell’alcool e della fotografia, le soddisfazioni non sono paragonabili davvero, se non condivise. Andatelo a spiegare ad Alexander Supertramp per cortesia. Dopo il taglio di capelli siamo andati alle saline, vicino a Mozia, ancora inconsapevoli di dover passare uno dei pomeriggi più piacevoli trascorsi sin’ora. Niente di speciale dal punto di vista del turista medio ma… dato che tutto il sito era chiuso e la via di accesso ai mulini era proibita, abbiamo dovuto inventarci qualcosa per accendere la giornata. Come nei migliori racconti d’avventura per bambini, abbiamo rubato una zattera (una zattera, cazzo! Una zattera!) e attraversato il canale di nascosto, in barba ai padroni rognosi e cattivi. Camminando tra gruzzoli di sale alti tre volte noi, nella solitudine del mare ridotto alla sua essenza, accanto a vecchi mulini fatiscenti, all’ombra di un tramonto rosso e ventilato, non c’era niente di più bello al mondo del silenzio che soffiava sulla nostra faccia tosta.

14 Agosto – Marsala

Siamo sbarcati a Marsala in tre, senza camicie rosse. Nel parcheggio vicino al centro ci ha accolti la padrona di casa un po’ brilla con un mucchio di assi del cesso nel portabagagli. Le abbiamo interrotto una cena con amici –ha sostenuto- eravamo in abbondante ritardo. Abbiamo speso tutta la giornata ad Agrigento. Prima visitando la valle dei templi, poi la casa di Pirandello, poi la pizzeria fuori dalla casa di Pirandello e poi la scala dei turchi fino a goderci il tramonto sul suo candido e sporchevole biancore. Siccome ieri eravamo stanchi stanchi stanchi stanchi e siamo andati a dormire tardi tardi tardi tardi e ci siamo svegliati molto in anticipo rispetto alle nostre abitudini e la giornata è stata intensa, questa sera andiamo a dormire presto presto presto presto. Non so ancora dirvi com’è Marsala ma in piazza c’è una libreria aperta anche di notte e ci siamo comprati un sacco di libri. Saltata cena siamo riusciti a elemosinare un gelato da un locale in chiusura. Brioches con gelato. Per immagini la cosa più volgare e sensuale che abbia mai mangiato. Quando e se mai ne avrete il piacere dell’assaggio, l’analogia vi balzerà felicemente in testa in meno di un secondo. Ora Dandy e Fred litigano sulle tecniche di lavaggio in lavatrice. Volevano fare una cosa comune ma sembra che le divergenze concettuali sul modo di trattare i capi nuovi e/o delicati siano troppo distanti per trovare la via di un unico, amichevole lavaggio collettivo. Per fortuna ho già lavato tutto a mano. La luce intanto continua a saltare. Quanto è importante la luce. Dal terrazzo dell’appartamento, sulla facciata antistante, usando le ombre cinesi, siamo riusciti a creare due occhi giganteschi, dandogli perfino un briciolo di personalità. Occhi spaventati o assonnati. Strabici al massimo della pratica. Chissà cosa vede un occhio fatto di ombra.

13 Agosto – Agrigento (Girgenti)

Mi è capitata una cosa singolare. Circa vent’anni fa, durante un viaggio in Umbria con i miei genitori, conobbi una coppia di Agrigento che condivise l’albergo con noi per una settimana e quest’oggi, nel tardo pomeriggio, siamo finiti in un bed and breakfast dove c’era questo signore fuori dalla porta che ho riconosciuto come parte di quella coppia e l’ho interrogato sulla sua identità e ho avuto ragione e siccome anche lui poi si è ricordato di me nonostante i baffi, i centimetri, i villi e i peli sulle gambe in più siamo andati a bere il limoncello e mangiare fichi d’india con marmellata di ciliegie a casa sua dopo cena e c’era anche sua moglie ovviamente e loro hanno chiamato a casa mia che era già mezzanotte passata e i miei hanno preso un colpo ma poi si sono scambiati i convenevoli su come sia piccolo il mondo o bizzarra la vita. Oggi abbiamo fatto un sacco di cose. In mattinata siamo stati a Siracusa a cercare la tomba di August Von Platen. Non l’abbiamo trovata perché il museo dove è custodita è una schifezza. In compenso abbiamo fotografato di nascosto un libro sulle tombe, le epigrafi e gli epiteti siciliani, di modo che il mio amico Stefano possa meglio scrivere la sua tesi su August Von Platen. Ci rimane comunque da capire come mai Mussolini usasse invitare a Siracusa la gente quando voleva fare bella figura. Dopo aver gironzolato per i fori antichi e per il centro siamo andati a Ortigia, cioè l’appendice affascinante e delicata di Siracusa. La sua piazza è sublime, specialmente quando i bianchi del marmo e del porfido spaccano il cielo blu con prepotenza. Mi ero preparato un discorso sulle letture che stiamo facendo io ed i miei amici ma ora sono stanco stanco stanco stanco stanco e non ho molta autonomia quindi facile che ve lo proponga domani o dopo. Pochi minuti fa, in chiusura di locale, ho chiesto una bottiglietta d’acqua alla barista la quale, per accontentarmi, me l’ha lanciata maldestramente facendo esplodere a terra tutti i bicchieri del bancone già puliti e ordinati. Mentre raccoglievo la bottiglia e sorseggiavo tutto contento l’acqua fresca (avevo molta sete) un tizio sull’uscio del bar mi ha rivolto almeno una ventina di bestemmie pulite pulite senza nessun intercalare. Le diceva lentamente, come se avessi dovuto interpretare il suo disappunto e la sua rassegnazione. Immagino che secondo lui non si debba servire più da bere quando la cassa è chiusa. Stanotte dormo in un letto a castello. Devo ancora risolvere il problema di posare il computer, andare al bagno e tornarmene a dormire quando finisco il diario.

12 Agosto – Giarre

Non ho voglia di scrivere di oggi. Non ho voglia di scrivere di gente allegra, di persone sulle spiagge, di feste di paese, di sagre, di nottate d’estate, di sole, lune, falò, di dorature dermiche e di musica. Non ho voglia di scriverne e specialmente non ho voglia di pensarne. Non ho voglia di risentirmi abulico come questa mattina quando l’Etna fumava, agitatissimo al suo interno, perennemente irrequieto. Le strade si ricoprono di fuliggine nera e la gente, instancabilmente, la spazza. Presenza costante, ricordo della distruzione che prima o poi attenderà tutti. Tutti. La gente scopa le strade facendo finta di niente, dimenticandosi la propria fragilità. Forse è giusto così. Le giornate al mare mi uccidono, mi costringono ad interrogarmi su chi sono, cosa sono, cosa faccio e cosa dovrò fare. Risposte che, fra l’altro, ignoro completamente. Prima di cena andiamo ad Acitrezza. C’è poco da dire a riguardo, al cospetto del Verga preferisco tacere. Infine Catania. Bellissima città, unica nota veramente positiva della giornata. Ci infiliamo in un vicolo pieno di gay a bere whiskey. Le persone sono sempre straordinarie da osservare, eppure -incredibilmente- non c’è mai nessuno all’altezza dei propri desideri. Mai. Specialmente all’apparenza, unica ed ignobile dote di rilievo di questo merdoso, agitatissimo secolo.

11 Agosto – Giarre

Oggi non ho toccato neanche una Winston. L’idea di procurarmi un bel cancro a gratis mi fa accapponare la pelle, così ho fumato tutto il giorno Camel acquistate qualche tempo fa. Converrete che l’idea di avere qualcosa senza faticare o essersela sudata non è affatto accattivante. Come siamo fatti male. Ieri il Fred, dopo la caduta in bagno, ci ha spiegato che il corpo di ogni essere umano si irrigidisce quando casca per terra e si paralizza per qualche secondo in modo da gestire eventuali traumi. Immagino fila di gente spiaccicata per terra con il corpo che sussurra “aspetta un attimo. Sei sicuro di essere pronto a camminare? Non è ancora ora di alzarsi”. Apro gli occhi con una lunga colata di bava sul cuscino. I miei compagni sono scesi a fare colazione lasciandomi dormire. Prima di lasciare Taormina decidiamo di visitarla. Dopo aver fatto un giro in centro saliamo la via del castello. C’era un bel film che ho visto qualche anno fa che si chiama “the believer” e nel film, non ricordo in che senso, il protagonista percorreva vorticosamente una tromba di scale come a trottolare nella sua coscienza. Se in vita vostra avete mai provato a percorrere una lunga scala tortuosa capirete di cosa diavolo stia parlando. (Penso che la scena sia stata rubata ad un film di Olivier che rivisitava Shakespeare, quando Amleto sale un’infinita rupe a ridosso del mare per andare a recitare il famoso monologo sull’esistenza, ma potrei sbagliare tutto, film compresi). Il punto è: la scalinata cocente sotto il sole allo zenit per arrivare al castello di Taormina richiamava proprio quel genere di cose introspettive. Salendo metto le mani sui fianchi, il sudore li ha resi freschi e morbidi e il pensiero va subito alla donna. Ad una donna. Dalla vista sulla piazzetta, tutto è più chiaro. Il mare è golfo, i bagnanti sono puntini insignificanti e l’orizzonte è una linea netta. Sul balcone panoramico facciamo l’incontro più bello della giornata. Giovanni Ponturo compie oggi 75 anni, almeno così dice. Comincia a parlarci di Taormina sotto il fascismo e noi ci incuriosiamo subito, attaccando bottone. Ha la braccia martoriate di cisti o gangli giganteschi, sembra sia fatto d’uva. Vorrei raccontarvi per bene ogni cosa che ha snocciolato ma mi è difficile –e vi annoierebbe- riassumere in prosa tre ore di discorso ininterrotto. Per darvi qualche assaggio, per rendervi il personaggio più appetibile e meno irreale, posso dirvi che il signore qui citato parla quattro lingue, ha vissuto più di quindici anni a Parigi per amore di sua moglie che non avrebbe potuto altrimenti sposare in Italia, è stato investito e mandato in coma da uno che di cognome faceva “Sicilia” (guarda la vita che simpaticona), aveva un fratello praticamente uguale a Tony Curtis con dei capelli talmente belli e delicati da dover usare due tipi di brillantina diversi (dura per i lati e morbida per il ciuffo). Giovanni faceva i cocktail più buoni del mondo per i suoi clienti americani, negli anni quaranta guadagnava più di un acre di terreno al giorno, sua madre –da lui odiata- gli rubò settantacinque mila lire dal cassetto e gli scambiò i vestiti con quelli del padre poche ora prima di dover partire per chissà dove; venne accusato di essere ladro e ne uscì a testa alta; mai nessuno –nemmeno Dio in persona- avrebbero potuto permettersi di dargli del bugiardo e del traditore; un giorno vinse al totocalcio centoventi mila lire quando ancora le lire valevano uno sproposito, ha sempre ambito –sin dalla gioventù- ad amicarsi gente più intelligente al fine di imparare qualcosa ed infine scoprì di essere persino preveggente. La maggior parte di queste cose elencate è vera. Per il resto vi consiglio di venire a trovarlo. Se è in gamba come penso, salutatecelo. Si ricorderà di noi.
Lasciato il vecchio arriviamo a Giarre che sembra ed è un paese bruttissimo, privo di cose da vedere e poco accogliente ma la nostra idea è di sfruttarlo come punto di appoggio. Soggiorniamo in un cortiletto accanto ad un negozio di capigliature. Non è un hotel ma una specie di appartamentino. Ora è tardi, siamo appena rientrati da un giro ai giardini Naxos, altro posto spregevole e mediocre, dove abbiamo sentito della musica spregevole e mediocre. Do vita ad una delle ultime Camel, ho quasi finito il pezzo e fra poco lo rileggo da capo per vedere se ho fatto errori. Il giardino qui di fronte è buio pesto.

10 agosto – Taormina

Ho comprato un cappello di paglia da sei euro per riempirlo con la circonferenza  della mia testa di cazzo. Ho pensato, visto che il sole picchia forte, che un cappello potesse essere un buon modo per proteggermi. Magari per controllare un po’ di più le idee ossessivo paranoiche che circolano anarchicamente nel mio cervello. Sia mai che concentrandole la smettano di fare tutto quel baccano. Dicevamo: un modo per proteggermi, già. Qualche tempo fa un amico mi disse “tutelati”, così, inaspettatamente. E benché allora quella frase suonasse assai sinistra –come del resto lo sembra anche oggi per la sua assurda estemporaneità- sto cercando di metterla in atto senza chiedermi il perché e per come. Senza nessuno straccio di risultato. Seguendo la stessa linea, visto che il sole picchia forte, ho comprato anche un crema da sole. Sono entrato in un negozio di Taormina e ho chiesto qualcosa contro le scottature e la commessa mi ha messo sul bancone una crema protezione raggi solari e io le ho detto che intendevo scottature interne, le ferite dell’anima, ma lei non era una tizia molto sensibile e allora io ho pagato la crema protezione dieci a tredici euro e me ne sono uscito. Siamo andati al mare oggi. Una spiaggia dura, gremita e  ciottolosa. Piena di palloni gonfiati, italo americani, massaggiatrici thailandesi, finlandesi naturalizzati italiani e sassi. Montale si sarebbe sparato. Montale si sarebbe tirato in testa a doverci stare, ve lo dico io. Comunque. Sdraiato sui ciottoli con il mio cappellino, la mia protezione solare ero quasi più sicuro. Il Dandy e il Fred hanno nuotato molto più di me. Se c’è una cosa che non sopporto è la spiaggia con i sassi, specialmente se affollata. Sei obbligato a stare scomodo in un posto che tutti vogliono frequentare e conquistare. Te ne devi stare cheto cheto nel tuo asciugamano senza invadere i limiti e se provi ad avviarti verso il mare i sassi ti martoriano i piedi come a dire “vedi che è inutile sperare? Vedi che muoverti è fatica. Non puoi fare tutto ciò che fanno gli altri, i non sognatori? È più comodo. Non lottare per ciò che desideri. Torna a fare le parole crociate”. Rimane il mare, ma galleggiarci dentro per troppo tempo ti fa capire la nostra vera indole. Esseri impotenti in totale balia degli eventi. Insomma, ho fatto ugualmente il bagno perchè sui sassi ero scomodo e mi annoiavo e malgrado il cappello non controllavo le ossessioni. A proposito di bagno. Questa sera il Fred, per entrarvici di fretta a cercare qualcosa, è scivolato e ha picchiato tibia, scapola e orecchio contro lo stipite della porta. Penso siano gli stati d’animo a rendere i posti piacevoli, bagni compresi. Verso ora di cena abbiamo patteggiato con il nostro amico giaguaro il programma della serata. Arancini –quelli che piacciono tanto a Montalbano- seguiti dall’Aida al vecchio teatro romano. Non vi sto a raccontare impressioni varie perché adesso sono troppo stanco. Scrivo di fianco a dove è caduto il Fred, la finestra è aperta e giù in strada passa un macchina ogni tanto. Un ultimo appunto prima di chiudere. Sulla terrazza di fronte alla chiesa di porta Catania ho trovato un pacchetto di Winston intonso per terra. Ho provato a schiacciarlo perché schiaccio tutti i pacchetti vuoti di sigarette che incontro ma questo non ha fatto il solito rumore e mi sono accorto che era nuovo di zecca. E niente. Questa settimana fumerò Winston.

09 Agosto – Taormina

Dice Bianca: “si parte per conoscere il mondo, si torna per conoscere se stessi” è una bella frase. Dico io “si potrebbe rendere più poetica”. Tipo: lasciare è rischiare, tornare è sperare. Così torno e così spero. Si lascia se stessi per capire gli altri, si torna per raccontare degli altri a noi stessi. No? Itaca, ancora maledettissima Itaca. Rieccoci. Non vi diremo dove comincia questo racconto, senza che vi siate accorti è già iniziato. L’ennesimo. In un agosto dove tutti partono, dove per chi non presta attenzione il viaggio si ripete, è noioso, è casa, banalità, scappa, per il sottoscritto è tristezza e necessità. Forse, ancora una volta, speranza. Comincia così, nuovamente, un altro viaggio non voluto, arrangiato, raffazzonato . Ci troviamo in Sicilia. La trinacria, il triangolo, la vagina… poi. Tre punti, tre noi. Lo spirito del Fred si è finalmente rimaterializzato. Tutti dicono: era ora. Capitan Puma è altrove, si cambia vascello a questo giro e oltre al Fred il Dandy, sempre e ostinatamente insieme nonostante le distanze, sempre ed ostinatamente insieme nonostante l’assenza di una meta. Dove diavolo è casa mia? Alcune persone viaggiano all’interno di un viaggio. Fanno del loro porto primo l’amore invece del luogo di nascita e si sentono, come un riflesso sull’onda, perennemente in mare, lontano da quella che tutti i pigri chiamano tranquillità. Le onde, si sa, non hanno mai pace. Dove diavolo è casa loro? Abbiamo un mare, dentro, immenso. Tutti abbiamo un mare dentro e oggi il mio è straripato, incontenibile, fuggendo dai pertugi con i quali, di solito, sono solito godermi la risacca degli arresi. Ho provato a vincerlo asciugandolo di respiri. Ho provato a chetarlo allungandolo di spirito. Come al solito scrivo di notte. Siamo appena rientrati dalla cena, imbottiti di whiskey. Abbiamo girato un po’ di bar per trovare del whiskey decente. I miei due amici dormono. Durante la cena, quel figlio di puttana del cameriere ci ha tolto il piatto per la scarpetta portandoci altro pane fresco, levandoci però la pietanza. Come dire: “chi ha i denti non ha il pane”. Vero verissimo. Abbiamo mangiamo a Taormina. Avrei voluto della roba colorata da ingerire per vivacizzarmi gli interni ma ho finito con ordinare un piatto nero che mi ha sporcato persino le labbra. Sono ossessionato dai colori. Dice Bianca: “Sono il colore che non hai”. Vero, verissimo. I ragazzi adesso russano in coro, ve li farei sentire, sono davvero fantastici, russano proprio forte e sembra si richiamino uno con l’altro. Prima di tornare in camera ci siamo fermati su una terrazza vista mare e abbiamo guardato il golfo sotto di noi. Incredibile come una luce, nel buio, diventi affascinante. Già, merda, è l’assenza di colore che risalta le cose. Siamo ossessionati dalla ricerca del colore. Specialmente da quello che non abbiamo. Tre navi dormono illuminate nel profondo del mare, coccolate, certezze abbandonate in quell’incantevole specchio di petrolio. Un vento caldo respira e noi ascoltiamo. Quando torniamo in camera, prima di addormentarci, Dandy ci fa sentire una canzone. Dice: “quando morirò, voglio che suoni questa al mio funerale” e si addormenta. No, non vi  dirò mai che canzone era.

2nd May, Yeovil (Itaca?)

Arrivati, siamo a casa, finalmente, che casa non è. Sono solo, ora, sul divano, e lo spirito del Fred mi ha appena letto una poesia di Kavafis. Itaca. Sono triste. Ho realizzato in questo momento che Jun se ne è andato, così come fra poco toccherà ad altri ed altri ancora. Lo so. La mia Itaca è un albero e le stagioni lo stanno mutilando costantemente. Quanti amici germoglieranno ancora e quanti ne perderò per il mondo? La distanza non mi fa paura, non la temo. Come per i sentimenti, non voglio altre dimensioni diverse da quella dell’infinito. Mi piace pensare di poter portare dentro tutti, anzi, di dover lottare per raggiungerli di nuovo, un giorno. La mia Itaca non è una casa, la mia Itaca è un passaggio. Ne sono consapevole. Lo spirito del Fred mi fa notare per la seconda volta in vita sua che “perdere qualcuno implica l’averlo prima trovato”. Ed ha ragione. E allargo il sorriso. Così ringrazio chi ha trovato noi, intanto, coloro i quali si sono aggiunti alla carovana della lettura di questo breve, inutile diario. Chi, con modestia, è salito sul vascello di Capitan Puma, nel mare imperfetto della mia scrittura, nell’oceano di ricordi privati della ciurma. Senza che nessuno chiedesse niente. E poi loro, ovviamente, noi, i miei compagni di viaggio. Le tre persone fisiche e le due persone accomodate sul mio cuore. Spero che i miei occhi vi siano bastati. Non è un viaggio importante, questo, come non lo è nessuna destinazione. Mi piace pensare che ciò che conta, in realtà, sia la speranza, quel filo capace di tenere legate le persone a chilometri di distanza, con tempi e luoghi inconciliabili, nei propri amori e nei propri desideri più remoti, nelle proprie amicizie, nelle proprie passioni. Ci vuole solo volontà. È questo lo spirito del diario: la speranza, il filo della maglia che tesse Penelope. A voi, cari, il mio augurio, il nostro migliore augurio. Possiate trovare la vostra Penelope ovunque, e sempre desideriate tornare ardentemente da lei. Non vi è persona più smarrita di chi rimanga fermo in un posto, con il corpo, ma soprattutto con la mente. Il viaggio è desiderio. Viaggiare, viaggiate. I confini si possono espandere solo dall’interno. Non importa quanto distante sia il vostro porto, sia esso una persona, una promessa di vita, un luogo, un peccato o una semplice, banale, vacanza come quella qui piacevolmente raccontata. Inseguendolo vi sentirete vivi. Sentendovi vivi, udirete Penelope cantare. “Vero?” chiedo. Ecco, lo spirito del Fred scompare, si dissolve. Ci siamo dati appuntamento a Itaca. Tutto scompare, adesso, diminuisce come il goccetto della buona notte nel mio bicchiere. Come fosse una clessidra, rivolto un altro po’ di tempo fuori dalla bottiglia. Butto il fuoco dentro la gola, scaldiamo i motori. Mi si gonfiano le vele nel petto.

Sono pronto a ripartire. Voi?

1st May, Glasgow

Gong. Ivan Drago è al tappeto, K.O. Tecnico primo round. Neanche il tempo di far entrare Adriana. Edimburgo vince a mani basse, gomiti altissimi. Questa notte mi sono addormentato fuori dalle coperte. Come al solito salto la colazione perchè arrivo troppo lungo al mattino. Mi ci va sempre un sacco di tempo prima di voler lasciare il caldo accogliente del letto, richiama troppo il tepore dell’utero materno, così mi rannicchio e generalmente salto le colazioni. Ci svegliamo raccontandoci i sogni mentre lo spirito del Fred è in bagno che si sciacqua. Io ho sognato mia nonna Teresa che si duplicava. C’erano due nonne Terese. Cercavano come di tenermi nascosti i segreti dell’universo, cioè che siamo tutti un solo elemento e fluiamo nelle nostre esperienze e che la vita non è altro che un infinito pensiero di una coscienza collettiva alla quale tutti, prima o poi, torneremo a restituire linfa eterna. Il dandy invece dice di aver sognato di essere un vescovo e aver pianto la morte di alcune centinaia di persone davanti ai loro tumuli e poi di aver suonato assieme a Brian May in un rifugio al polo nord. Il puma invece non sogna, lui generalmente fa.
Arrivati in centro a Glasgow ci imbattiamo in una manifestazione dell’internazionale socialista. C’è un gruppetto di gente che protesta e noi ci infiliamo in un vecchio mercato coperto dove una dozzina di anziani balla arzilla delle danze popolari. Sulla via verso il centro troviamo il negozio di shopping stile oasis e spendiamo un sacco di soldi. Proviamo ad indossare almeno metà dei capi in vendita (il Dandy almeno l’ottanta per cento) mentre i commessi ci parlano di calcio. Tutti gli scozzesi parlano di calcio e sono informatissimi sul campionato italiano. Uno, ad esempio, sapeva addirittura che esistesse il Livorno.
Con le nostre belle borsette piene di oro incenso e mirra, da perfetti amanti della natura, viaggiatori esperti scevri da ogni forma di consumismo, ci rechiamo al G.o.M.a. Il museo di arte moderna della città. Mai visto tante schifezze inutili in un solo posto. Banksy, se mi stai leggendo volevo dirti che “mind the crap” avresti potuto andarlo a scrivere lì, piuttosto che a Londra. Avresti fatto più bella figura. Lasciamo la cloaca artistica abbastanza tardi e mangiamo una pizza verso le quattro. Glasgow è strana. È piena di monumenti sporchi di cacche di piccione in testa. Sicuramente elegante, ma un po’ troppo scialba. Manchiamo alla grande le cose più importanti e significative da vedere: la cattedrale, la casa di Mackintosh e l’art school. Anche lo stadio e chissà quante altre cose. Pace amen. Forse per questo Glasgow ci ha deluso un po’. Dopo esserci ritirati per una doccia, usciamo e ci buttiamo in un pub di nome Social. Ci beviamo un litro di leffe a testa a stomaco vuoto e a me sembra di avere un calcinculo in testa. Ripariamo così, volenti o nolenti, dal più nobile dei ristoratori scozzesi, tale McDonald il signore dei panini. Passata la sbronza decidiamo di fidarci del consiglio di un ristoratore italiano che stamattina ci ha servito un caffè. Andiamo in un club di nome Sub dove suonano house tecno pesantissima e scappiamo via dopo poco causa assenza esasperata di avventori. Proviamo in coda in un altro club ma quando ci dicono il prezzo dell’ingresso optiamo all’unanimità per un taxi ed ora sono di nuovo nella hall dell’hotel a scrivere mentre quella fastidiosa receptionist mi osserva.
Domani si torna nel somerset, fine della pacchia, fine della vacanza, viaggio, esperienza, chiamatela come volete. Non so se scriverò domani, sarebbero solo ringraziamenti. Stacco e vado a dormire. Buon primo maggio a tutti, lavoratori.Ancora un mese e sarò fuori di prigione.