L’avversario + James Wang

james wang

 

DAL TESTO

Per i credenti l’ora della morte l’ora in cui si vede Dio, non più in modo oscuro, come dentro ad uno specchio, ma faccia a faccia. Perfino i non credenti credono in qualcosa di simile: che nel momento del trapasso si veda scorrere in un lampo la pellicola della propria vita, finalmente intelligibile. Per i vecchi Romand, questa visione, anziché rappresentare il pieno coronamento, aveva segnato il trionfo della menzogna e del male. Avrebbero dovuto vedere Dio e al suo posto avevano visto, sotto le sembianze dell’amato figlio, colui che la bibbia chiama Satana: l’Avversario.

 

DUE PAROLE

Romanzo cronaca tratto dall’agghiacciante vicenda di Jean-Claude Romand, che nel 1993 uccise a sangue freddo la moglie, i due figlioletti, i genitori ed il cane; epilogo di un’insostenibile vita di bugie protratte per quasi vent’anni. Romand diceva di essere un esimio ricercatore dell’OMS. Passava invece le giornate in macchina o facendo lunghe passeggiate. Si faceva affidare soldi per finanziamenti inesistenti e, alla minima difficoltà, annunciava di avere il cancro per suscitare pietà. Ha iniziato a mentire all’università, la quale ha finto di frequentare per dodici anni, ed ha proseguito con il lavoro, il matrimonio, gli amici. Quando, all’apice della disperazione, la situazione economica non riuscì più a reggere il peso della menzogna, vedendo crollare tutte le finzioni che aveva costruito, decise di porre termine a tutto. Uccise l’intera famiglia e incendiò la casa. Ma sopravvisse. Emmanuel Carrère, entrato in contatto con l’assassino dopo i fatti compiuti, tramite una semplice lettera, decide di raccontare con il suo stile alternante fra sfera privata dell’autore e fatti oggettivi (stile che perfezionerà poi in “Limonov”), uno dei casi di cronaca nera più sconvolgenti di sempre. Un uomo o un mostro talmente svuotato dal proprio io interiore, da non aver mai trovato se stesso. Nemmeno dopo la redenzione. O presunta tale.

 

INFO UTILI

pag. 169 – 3 ore di lettura c.ca
opere affini : E. Carrère, “Limonov” – T. Capote, “A sangue freddo”.

 

ORIGINI

James Wang – nn
L’Avversario – Emannuel Carrère – 2000

Auto da fé + Paul Klee

Gaze of Silence, a 1932 painting by Klee that took abstraction even further.


DAL TESTO

La scienza aveva fitto loro in testa la fede delle cause. Essendo persone di mondo, si attenevano fedelmente alle usanze e alle opinioni maggiormente diffuse nel loro tempo. Amavano il piacere e spiegavano tutto e tutti col desiderio di conseguire il piacere; era la mania del momento, una mania che dominava tutte le teste e dava ben scarsi risultati. Naturalmente essi intendevano per piacere i vizi tradizionali che, da quando esistono le bestie, il singolo ha sempre praticato con infame assiduità.
Quando alla ben più profonda ed essenziale molla della storia – l’impulso che spinge gli uomini a collocarsi in una specie di animale superiore, la massa, e a perdersi così completamente in essa come se un singolo uomo non fosse mai esistito -, loro non ne sapevano proprio niente. Questo perché erano persone colte, e la cultura è un salvagente dell’individuo contro la massa che è in lui.
Noi conduciamo la cosiddetta lotta per l’esistenza non solo per soddisfare la fame e l’amore, ma anche per soffocare in noi la massa. In determinate circostanze essa diventa così forte da costringere l’individuo a compiere azioni disinteressate o addirittura contrarie al suo interesse. L’umanità esisteva, come massa, già molto prima di venire inventata – e annacquata – in sede concettuale. Essa ribolle in noi tutti, animale mostruoso, selvaggio, focoso e turgido di umori, nel fondo del nostro essere, più profonda delle madri. Nonostante la sua età l’animale più giovane, la creatura essenziale della terra, la sua meta e il suo avvenire. Di essa noi non sappiamo nulla, viviamo ancora come presunti individui. A volte la massa ci si riversa addosso, una tempesta muggente, un unico oceano fragoroso, nel quale ogni goccia vive e vuole la stessa cosa di tutte le altre. Per il momento essa tende ancora a dissolversi di nuovo, e allora noi torniamo ad essere noi stessi, dei poveri diavoli solitari. Nel ricordo non riusciamo a concepire l’idea di essere mai stati tanto numerosi, tanto grandi e tanto uniti. “Una malattia” dichiara uno, afflitto da troppa intelligenza. “La bestia nell’uomo” fa eco conciliante l’agnello dell’umiltà, senza sospettare quanto vicina al vero sia la sua errata definizione. Frattanto, dentro di noi, la massa si separa a un nuovo assalto. Un giorno, magari dapprima in un solo paese, non tornerà a dissolversi, e da questo dilagherà poi ovunque, finché nessuno potrà dubitare di essa, non essendoci più nessun io, tu, lui, bensì soltanto lei, la massa.

 

DUE PAROLE

Quando Canetti consegnò la prima copia di Die Blendung a Thomas Mann, si aspettava che quest’ultimo la leggesse di filato, immergendosi completamente in essa. Pretesa velleitaria, quasi quanto quella dello stesso Mann quando chiedeva ai suoi fidati lettori di concedersi una seconda lettura de “la montagna incantata” per apprenderne meglio la sua completezza. “Auto da fé” è un libro molto impegnativo, monolitico e sabbioso nonostante la vivacità dei temi ed il suo spiccato umorismo. Opera unica, composta a Vienna intorno agli anni 30, si snocciola in tre parti distinte ed assai prolisse. Il protagonista è il sinologo Peter Kien, dotato di memoria prodigiosa. Fiero possessore di una delle più fornite biblioteche della città, coltivata nel suo appartamento privato persino a discapito delle inutili e troppo fuorvianti finestre. Intorno alla sua figura ruotano i pochi personaggi presenti. La governante, poi moglie, Therese; il nano truffatore e sedicente campione di scacchi Fischerle, che tanto richiama il piccolo Oskar de “il tamburo di latta”; il portiere Pfaff ed infine il fratello di Kien, psicologo, figura esterna alla vicenda, che giunge come una specie di deus ex machina ad osservare gli eventi e giustificare, analiticamente, il senso del romanzo. Proprio dalle pagine finali è stata estratta la parte di lettura sopra riportata.
Come spiega lo stesso Canetti, Auto da fé è e voleva essere un libro sulla massa. La straordinarietà di questo lavoro risiede nella maestria con cui l’autore è riuscito a mantenere, grazie ad un uso più che copioso di luoghi comuni e frasi fatte, una spersonalizzazione dei suoi personaggi. Auto da fé è il punto più lontano ed opposto alla letteratura esistenzialista. Nessuno infatti, all’interno del romanzo, pare realmente umano, dunque pensante. Ogni figura è caratterizzata con l’estremismo della caricatura. Psicologo a parte, nessuno, nemmeno Kien con la sua poderosa intelligenza, risulta pensare in maniera razionale. I ragionamenti sono dettati dal pensiero comune, lo inseguono soggiogati, ed ogni individuo interpreta all’estremo le sue irremovibili idee. Gli uomini sono rappresentazioni, immensi contenitori svuotati dall’interno, vasi vuoti che capaci di far rimbombare ottusamente grette opinioni. Il distacco fra realtà e immaginazione suona come una fastidiosa rottura ogni volta che il senno sembra inevitabilmente rendersi necessario. Non esiste verità, poiché non esiste alcuna relatività oggettiva. Nulla ha senso. Nella massa tutto è ragione, così come tutto è bugia.

 

INFO UTILI

531 pagine : 20 ore di lettura c.ca.
Opere affini : Ulysse – J.Joyce; Il tamburo di latta, G.Grass; La montagna incantata; T.Mann.

 

ORIGINI

Gaze of silence – Paul Klee – 1932
Auto da fé (Die Blendung) – Elias Canetti – 1935

Luca Colombo – Caccia al morto

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DAL TESTO

Funerali ne ho visti parecchi, il primo flashback nitido risale all’età di sei anni: corteo funebre della nonna, in febbraio. Aveva smesso di piovere da poco, io conducevo il mio piccolo ombrellino rosso da gran signore afflitto. In generale, parenti vari morti presto. Un funerale dietro l’altro. Dovetti aspettare gli otto anni perché mio padre mi concedesse di accompagnarlo a scegliere una bara. Era la volta dello zio Ottavio; non mi stava neanche simpatico, quindi la gioia fu doppia.

ORIGINI

Caccia al morto – Luca Tagliabue –  inedito
Richard Gerstl – Laughing Self Portrait – 1904

DUE PAROLE

Recensisco un inedito consegnatomi da Luca Tagliabue – pseudonimo di Luca Colombo – qui alle prese con il suo secondo romanzo. Trovo di grandissima utilità avere l’onore di leggere un (quasi) compaesano e (quasi) coscritto, specialmente per tutto quello che riguarda il paragone con la mia prima, anch’essa inedita, prova letteraria, il romanzetto 22 e 22. Tante le cose in comune, fin troppe, che nella sostanza, credo, riconducono poi ai seguenti capi sommari: un’immaturità artistica, un’innata passione per la letteratura ed un grande desiderio-bisogno formativo. Cercherò di sfruttare questi cardini per sollevare un personale esame di coscienza. Mi permetto dunque di dilungarmi più dell’abituale e persino di arrogarmi una libertà di critica, sebbene consapevole di quanto essa possa non risultare di gradimento all’autore.
La storia di “Caccia al morto” ruota intorno a Filippo, protagonista assoluto e proiezione dell’autore stesso, giovane filosofo irrealizzato, che trova lavoro presso l’azienda funebre del suo paese. Il romanzo si spegne con una poco incisiva retorica sul pregiudizio, un miscuglio di rifiuto sociale e senso di colpa interno. Ciò dà una significativa indicazione sul pre-assemblaggio (pre-concepimento) dell’opera. Proprio nel finale risiede il senso di smarrimento riconducibile al già citato desiderio formativo. Non sapendo chi siamo, risulta più facile non sapere ciò che vogliamo, ed accusare, superficialmente, la società. Non si hanno obiettivi, solo paure. La figura che meno spaventa nel romanzo è la morte. La sua costante presenza, o meglio, del suo significato simbolico, è un brillante esercizio di paragone con tutti i temi incontrati. Ciò conferisce continuità alla prosa, nonché vigoroso humor nero. Gli accadimenti, però, seppur ben arrangiati, non sembrano allacciarsi uno con l’altro. Danno piuttosto l’impressione di essere stati incastrati di atto in atto per giustificare il palcoscenico sul quale far recitare pensieri di portata più ampia. Tutto gravita intorno all’egocentrismo del protagonista. Purtroppo, per parer prettamente personale, questa è la pecca maggiore del romanzo. È d’altro canto anche quella più agilmente superabile. La sottile arte d’intreccio fra trama e riflessione, è pratica artigianale apprendibile con tempo e tanto esercizio. 22 e 22 soffre esattamente della stessa malattia. La piaga che ha colpito la nostra generazione e che ci vede, quotidianamente, allontanarci dalla praticità in favore dell’irresolutezza, secondo lo sdrucciolevole principio di importanza dell’individuo. Anche Tagliabue/Colombo fiuta il pericolo, consapevole quanto lo fossi io di fronte alla tastiera, riporta “E non è neppure detto che la pratica indefessa t’abbia trasformato in un vero scrittore, ovvero un narratore purosangue che è stato capace di sbarazzarsi di ogni buona intenzione. Forse resterai per tutta la vita uno pseudoscrittore – categoria a cui temo di appartenere-, cioè un messia metropolitano che si sente in dovere di insegnarti qualcosa, di propinarti una morale, che cade vittima dei suoi stessi scritti zeppi di turbamenti psichici e maleodoranti di frustrazioni ingarbugliate. Scrittori o pseudoscrittori, scriviamo perché siamo esibizionisti”.
Questa inconsistenza sfocia presto in un tentativo disperato di distinzione. Ecco che ogni autore, tramite la voce del proprio alter ego, cerca di auto gratificarsi od ergersi a “persona speciale”, mettendosi in luce come meglio gli compete. La figura dell’intellettuale incompreso tracima in citazioni e aneddoti piacevoli da leggere, ma gravati dall’altra faccia della medaglia, il volersi a tutti i costi elevare al fine di distinguersi dalla massa. Il libro ne è pieno, quasi ad indottrinamento del lettore. Potrebbero essere accenni a quel procedimento che porta ogni uomo da figlio a padre, nel goffo ed eterno tentativo di realizzarsi attraverso un mezzo qualsiasi. (Si noti infatti che Filippo non ha concluso gli studi, diventa pupillo del figlio del De Bernini, e richiama spesso giustificativi –sessuali o meno- sulle sue incompetenze). Le pagine trasudano un desiderio di accettazione del protagonista nei confronti del sistema. La grossa difficoltà della nostra generazione (indubbiamente anche di quelle a venire) è proprio questa, il complicato passaggio di responsabilità dell’affermarsi in un insieme più grande. Ci reputiamo incompresi e, per la stessa ragione, incolpiamo il prossimo di non capire quanto siamo speciali. Il paragrafo con l’avventura erotica di Filippo con la ragazza del funerale ne è l’esempio supremo. Inutile ai fini narrativi (sembra il classico stridore da fucile di Checov, volutamente messo in scena senza conseguenze) non sviluppa conseguenze immediate, né a lungo termine. È, probabilmente, il bimbo che chiama la mamma. Leggendolo, mi è sembrato di trovare nient’altro che giustificazione e volontario passaggio per l’autorealizzazione, con il ritorno di fiamma per interposta persona, alcune pagine dopo, con l’avvenente collega. L’impaccio, guada a caso con una donna più adulta, questa volta fallimentare, che tanto richiama il giovane Fante di “Chiedi alla polvere” nella sua tristissima scena di rifiuto alla prostituta (dea/patria/madre/donna/amica/società).
“Caccia al morto” è un romanzo intimo ed utilissimo, pungente e assai ironico, però troppo personale. Ecco l’enorme somiglianza con 22 e 22. Non il becchino, non lo stile spavaldo, non il nozionismo, né il virtuosismo letterario, ma l’utilizzo dello scritto come acerbo sfogo esistenzialista. Il protagonismo e l’utilità artistica dovrebbero abbracciare uno spettro più ampio e complesso di analisi emotiva. Per questo colloco la lettura nella sfera formativa. Accostato alla grandiosa irriverenza verso la morte, propria delle persone più sensibili e profonde, si lega quel capriccio realizzativo proprio di ogni adolescenza artistica e sociale.

 

INFO UTILI

Pag. 161.

Lettere a Milena + Marc Chagall

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DAL TESTO

Ma tu, povera cara, quanto lavoro ti carichi sulle spalle, perché ti senti colpevole, ti vedo china sul lavoro, il collo libero, io sto dietro di te, tu non lo sai – non spaventarti se senti le mie labbra sul collo, non volevo baciarti, è soltanto amore impacciato.

 

ORIGINI

Franz Kafka – Lettere a Milena – 1920 c.ca
Marc Chagall – Birthday – 1915

 

DUE PAROLE

Incontrai la stessa frase e lo stesso quadro qualche anno fa, in concomitanza. Non avevo ancora letto “Lettere a Milena” ma rimasi affascinato da quella frase goffa e al tempo stesso così profonda per sentimento. Pensai che si sposavano perfettamente, le accostai. In questa raccolta di lettere, avviata durante il soggiorno a Merano dello scrittore, Kafka iniziò una fitta corrispondenza, a volte quasi spasmodica, con Milena Jesenská, sua traduttrice ed amante platonica. Si evince tutta la fragilità dell’uomo, di un Kafka eternamente insicuro della sua virilità, della sua umanità e persino del suo ebraismo. Una lettura che permette una visione alternativa dell’amore e della sessualità e che completa, levando per un attimo il velo narrativo, alcuni pensieri cardine dell’autore boemo (basti pensare, per chi l’avesse letto, alla sensazione dell’agrimensore K. ne “il Castello”, dopo l’intimità con la donna del bancone). Penna in mano, soltanto pochissimi, nel processo di autodistruggimento consono ad ogni uomo, hanno raggiunto gli abissi di Kafka. Ne emerge, come la cima di un iceberg, un naturale, freddo e monolitico spettacolo di delicatezza.

 

INFO UTILI

326 pagine
Opere collegate: Kafka, Lettera al padre – Grossman, Che tu sia per me il coltello*
(Grossman cita proprio un passaggio delle lettere “E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello con il quale frugo dentro me stesso”)

Anime morte + Coppo di Marcovaldo

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DAL TESTO 

“Ma a te cosa ti servono?” chiese la vecchia sgranando gli occhi su di lui.
“Questi sono poi affari miei.”
“Ma sono dei morti, però.”
“E chi dice che sian vivi? È un danno per lei, che siano morti: lei per loro paga, e a desso io la libero dalle preoccupazioni e dei pagamenti. Capisce? E non solo la libero, io oltretutto le darò quindici rubli. Be’, adesso è chiaro?”
“A dire il vero, non lo so,” cominciò a dire la padrona di casa, titubante. “Perché io, di morti, non ne avevo ancora mai venduti.”
“Per forza. Sarebbe un caso alquanto straordinario se ne avesse venduti a qualcuno. O lei pensa che in essi ci sia in effetti qualcosa da cui trarne profitto?”
“No, non lo penso mica. Che in essi ci sia del profitto, del profitto non ce n’è. Mi disturba solo il fatto che siano già morti.”

 

ORIGINI

Le anime morte – Nikolaj Vasil’evič Gogol’ – 1842
Giudizio universale (inferno) – Coppo di Marcovaldo – 1265≈

 

DUE PAROLE

La vicenda intorno alla quale ruota l’intero romanzo pare sia, oltre che semplice e spaventevolmente immorale, veritiera. Un uomo (Čičikov nel romanzo) inizia ad acquistare anime di contadini defunti dai vari possidenti terrieri intorno alla città di N. Il suo scopo, inizialmente celato, è quello di sfruttare i lenti meccanismi burocratici del censimento per trasformare il lungo elenco di fantasmi in vivi, e di conseguenza in capitale. È l’isterica ricerca di un uomo completamente votato al raggiungimento di una condizione sociale elevata tramite le sue migliori qualità: astuzia, determinazione ed iniquità. Sfruttando questo esempio perfetto di menefreghismo sociale (si legga quasi “politico”), Gogol distrugge, dall’alto di un’ironia che lascerà il segno in tutta la generazione successiva di scrittori, i capisaldi della società russa. E con essa, quelli di ogni società fondamentalmente corrotta. “Anime morte” è un romanzo completo, capace rendere grottesco ogni suo personaggio, ogni suo lettore ponendolo di fronte al più crudele degli specchi: il paffuto Čičikov.

 

INFO UTILI

  • 250 pagine
  • Difficoltà di lettura: Media
  • Opere collegate: “Maestro e Margherita”, Bulgakov – “Oblomov”, Goncarov – Disastri”, Charms.

Sogno di una notte di mezza estate + Hyeronimus Bosch

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DAL TESTO

Se noi ombre via abbiamo irritato,                  If we shadows have offended,
non prendetela a male, ma pensate                 Think but this, and all is mended—
di aver dormito, e che questa sia                      That you have but slumbered here
una visione della fantasia.                                    While these visions did appear.
Non prendetevela, miei cari signori,               And this weak and idle theme,
perché questa storia d’ogni logica è fuori:     No more yielding but a dream,
noi altro non v’offrimmo che un sogno;          Gentles, do not reprehend.
della vostra indulgenza abbiamo bisogno.    If you pardon, we will mend.

 

ORIGINI

Hyeronimus Bosch – The Garden of Earthly Delights (particular) – 1500≈

William Shakespeare – A Midsummer Night’s Dream – 1595

 

DUE PAROLE

Commedia ambientata in un lontano teatro dal sapore mediterraneo, “Sogno di una notte di mezza estate” intreccia tre storie differenti mischiando ogni tipo di fonte culturale a disposizione. Come un Omero tramutato in bardo, Shakespeare richiama al teatro miti e leggende onirici, collegando lo scenario dell’antica Grecia alla sua moderna Inghilterra, passando attraverso amazzoni, fate, elfi, eroi e miti. Una simbiosi culturale, difficilmente apprezzabile in italiano, da accompagnare al testo originale per far suonare la sua incredibile musicalità. Più volte indeciso sul pronunciarmi o meno su questa lettura, ho avuto l’imbeccata dallo stesso autore che, sebbene non conosca la mia scarsa conoscenza in materie di commedie, premia così il coraggio degli intraprendenti: “Non farebbe meraviglia, signore: può ben parlare un leone in mezzo a tanti somari”.

Memorie di Adriano + Giorgio De Chirico

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DAL TESTO

Come chiunque altro, io non dispongo che di tre mezzi per valutare l’esistenza umana: lo studio di se stessi è il metodo più difficile, il più insidioso, ma anche il più fecondo; l’osservazione degli uomini, i quali nella maggior parte dei casi s’adoperano per nasconderci i loro segreti o per farci credere di averne; e i libri, con i caratteristici errori di prospettiva che sorgono tra le righe. Ho letto, più o meno, tutto quel che è stato scritto dai nostri storici, dai nostri poeti, persino dai favolisti, benché questi ultimi siano considerati frivoli, e son loro debitore d’un numero d’informazioni, forse, maggiore di quante ne abbia raccolte nelle esperienze pur tanto varie della mia stessa vita. La parola scritta m’ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press’a poco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m’hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini. Viceversa, con l’andar del tempo, la vita m’ha chiarito i libri.

 

ORIGINI

Memorie di Adriano (Mémoires d’Hadrien) – Marguerite Yourcenar – 1951

Natura morta con argenteria – Giorgio De Chirico – 1962

 

DUE PAROLE

Così come il Pierre Menard di Borges, nel suo capolavoro “Finzioni”, riscrive un Don Chisciotte identico all’originale, eppur molecolarmente diverso, così la Yourcenar riesce a donarci la realtà di un uomo ricostruito nei suoi stessi pensieri. “Memorie di Adriano”, ovverosia la lunga lettera di commiato indirizzata al giovane Marco Aurelio, racconta analiticamente, dall’alba al tramonto, i ricordi dell’imperatore ormai prossimo alla morte. Adriano, uomo tra gli uomini, analizza così, rammentandosi e rammentando, l’intero spettro umano. L’uomo dietro la figura che arriva infine ad indiarsi (come spesso accade ad ogni essere pensante dotato di sensibilità ed orgoglio) spiegherà come sia la natura del suo animo, e non la posizione sociale, a renderlo divino tra i mortali. Un salto improponibile e magistrale, che ci permette di avvicinarci ad un’altra visione del mondo, quella della responsabilità. Dice egli, in un passo cruciale: “Non che io dispezzi gli uomini: se lo facessi, non avrei alcun diritto, né alcuna ragione, di adoperarmi a governarli.”
La Yourcenar combattè tutta la vita con questo inarrivabile romanzo che ebbe infatti una gestazioni di circa trent’anni. Un lavoro talmente elevato e profondo da suscitare, in maniera raffinatamente bilanciata, le percezione di divinità e trivialità in qualunque lettore si lasci trasportare da questa meravigliosa lettura.

Narciso e Boccadoro + Giovanni Bellini

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DAL TESTO

Non è il nostro compito quello di avvicinarci, così come non si avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra méta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparar a vedere ed a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro complemento.

 

ORIGINI

Narciso e Boccadoro (Narziß und Goldmund) – Hermann Hesse – 1930

Presentazione al tempio (estratto) – Giovanni Bellini – 1460 circa

 

DUE PAROLE

Libro stucchevole e a tratti melenso, “Narciso e Boccadoro” parla del perpetuo completamento di ogni artista e degli estremi che eternamente si rincorrono. Lontanissimo dall’incisività formativa e largamente buonista, può risultare di gradevole lettura per i cerchiobottisti o meglio ancora per quei pinzocheri che Dante scagliava primi all’inferno. Lettori, ma ancor prima individui, che stentano a prendere decisioni e che sempre cercheranno di abbracciare la completezza, piuttosto che la posizione.

Memoria delle mie puttane tristi + Balthus

Balthus-Thérèse-rêvant-1938

 

DAL TESTO

L’anno dei miei novant’anni decisi di regalarmi una notte d’amore folle con un’adolescente vergine. Mi ricordai di Rosa Cabarcas, la proprietaria di una casa clandestina che era solita avvertire i suoi buoni clienti quando aveva una novità disponibile. Non avevo mai ceduto a questa né ad altre delle sue molte tentazioni oscene, ma lei non credeva nella purezza dei miei principi. Anche la morale è una questione di tempo, diceva, con un sorriso maligno, te ne accorgerai. Era un po’ più giovane di me, e non avevo sue notizie da così tanti anni che poteva benissimo essere morta. Ma al primo squillo riconobbi la voce al telefono, e le sparai senza preamboli: “Oggi sì.”

 

ORIGINI

Memoria delle mie puttane tristi (Memoria de mis putas tristes) – Gabrie García Márquez – 2004

Balthus (Balthasar Klossowski) – Thérèse rêvant – 1938

 

DUE PAROLE

Memoria delle mie puttane tristi è un libro debole e stanco di Márquez che affronta languidamente il tema della consapevolezza. Senza dilungarmi in descrizioni ad un testo non meritevole, propongo un racconto scritto di mio pugno molto simile al tema del romanzo. Si intitola “Rimorso senile”, eccolo.

La reputava una cosa deplorevole.
Mentre saliva le scale del motel osservava la longilinea figura di Margot perfettamente consapevole che i rimorsi sarebbero sgorgati più avanti, dopo l’eiaculazione. Non aveva mai provato un esperienza simile ma da giorni, settimane, forse mesi, non aveva altra idea nel cervello. Ed ora era giunto al dunque. L’eccitazione del proibito lo scuoteva sino alle ossa con un viscido brivido urticante. Accostandosi alla porta poggiò una mano sul fianco della ragazza. Lei aprì l’uscio e i due si accomodarono nella scialba tristezza della camera. Un’aria di imbarazzo irrigidiva i loro movimenti. Al pari di cani randagi, evitavano di guardarsi negli occhi l’un con l’altro. Meccanicamente, obbedivano al loro effimero dovere. “Non c’è niente di male” pensò l’uomo. La ragazza, intanto, aveva già preso a sfilarsi i vestiti. “Non c’è niente di male” riprese sbottonandosi la camicia. Alla luce della lampadina il suo corpo inflaccidito appariva ancora più ridicolo del solito. Osservò come il tempo aveva lavorato la sua pelle, disegnandovi una pallida maschera di vecchiaia. Villi privi di melanina peggioravano, qua e là, la visuale.
“Vuoi una mano?”
Chiese Margot mentre attendeva carponi sul bordo del letto.
“Non preoccuparti, sono già pronto” rispose lui in un sorriso mesto. La medicina, gioiello degli spreconi, aveva imparato anche a rizzare gli uccelli più rammolliti. Sospirando, fu dentro. Cominciarono a ondeggiare lentamente, come una coppia di barche ormeggiate in un porto di piacere. Il palmo delle mani dell’uomo sgorgava energia ventrale verso i lombi della giovane fanciulla. Umidi schiocchi epidermici accompagnavano lo scorrere dei secondi, come un orologio inquisitore. “Girati”, le disse.
Margot si voltò dischiudendo i carnosi cancelli. Lui le salì in grembo bloccandosi per un interminabile momento di incertezza. Passandole una mano sul viso, infine, si rivide vent’anni addietro.
“Giulia…”
La ragazza posò un dito sulle sue labbra, impedendogli di proseguire.
“No, ti prego” disse ella “così no.”
“Hai ragione”, fece il vecchio. Rientrò e, lentamente, senza amore, raggiunse l’orgasmo. Si buttò sul letto aspettando la divina punizione ma il benessere, diffuso, non scemava. Sapeva che quel piacere viscerale si sarebbe ben presto tramutato in agonia. Guardò il soffitto, cercò di distrarsi finché uno straziante supplizio non gli squarciò il petto. Eccolo, il rimorso. “Mio Dio, cos’ho fatto?” si domandò irrequieto. Pensò a sua moglie, alla sua famiglia, alla sua bellissima famigliola. Realizzò ciò che effettivamente aveva compiuto. Il passato è il peggior nemico dei colpevoli.
“Andatevene, andatevene dalla mia testa”. Cercava di scacciare quei fantasmi inopportuni. Era turbato, sudava. “Mai più”, giurò sul petto in sovreccitazione “mai più.”
Si levò dal letto disperato.
“Stai bene?” chiese Margot, la sua Giulia.
“No” rispose lui. Poi estrasse dalla tasca due biglietti da cinquanta e li lasciò cadere sul letto. Si rivestì, stordito, avviandosi verso la porta dove la giovane mano della ragazza bloccò la sua fuga vigliacca verso l’oscurità.
“Nonno” disse lei.
Il vecchio si voltò affranto.
“Non dire niente alla mamma.”
Lui rimase immobile nel buio, sotto i riflettori della vergogna.
“Per favore…” ribadì lei.
Accennando un marmoreo cenno di intesa, deglutì quel poco di dignità che ancora gli era rimasto e imboccò le scale.

Uomini e no + Renato Guttuso

Renato Guttuso Crocifissione

DAL TESTO

Questo è il punto in cui sbagliamo. Noi presumiamo che sia nell’uomo soltanto quello che è sofferto, e che in noi è scontato. Aver fame. Questo diciamo che è nell’uomo. Aver freddo. E uscire dalla fame, lasciare indietro il freddo, respirare l’aria della terra, e averla, avere la terra, gli alberi, i fiumi, il grano, le città, vincere il lupo e guardare in faccia il mondo. Questo diciamo che è nell’uomo. Avere Iddio disperato dentro, in noi uno spettro, e un vestito appeso dietro la porta. Anche avere dentro Iddio felice. Essere uomo e donna. Essere madre e figli. Tutto questo lo sappiamo e possiamo dire che è in noi. Ogni cosa che è piangere la sappiamo: diciamo che è in noi. Lo stesso ogni cosa che è ridere: diciamo che è in noi. E ogni cosa che è il furore, dopo il capo chino e il piangere. Diciamo che è il gigante in noi. Ma l’uomo può anche fare senza che vi sia nulla in lui, né patito, né scontato, né fame, né freddo, e noi diciamo che non è l’uomo. Noi lo vediamo. È lo stesso del lupo. Egli attacca e offende. E noi diciamo: questo non è l’uomo. Egli fa con freddezza come fa il lupo. Ma toglie questo che sia l’uomo? Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! O uomo! Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lacrime? Ecco l’uomo. E chi ha offeso che cos’è? Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo. Che cosa può essere d’altro? Davvero il lupo? Diciamo oggi: è il fascismo. Anzi: il nazifascismo. Ma che cosa significa che sia il fascismo? Vorrei vederlo fuori dell’uomo, il fascismo. Che cosa sarebbe? Che cosa farebbe? Potrebbe fare quello che fa se non fosse nell’uomo di poterlo fare? Vorrei vedere Hitler e i tedeschi suoi se quello che fanno non fosse nell’uomo di poterlo fare. Vorrei vederli a cercar di farlo. Togliere loro l’umana possibilità di farlo e poi dire loro: Avanti fate. Che cosa farebbero?
Un corno, dice mia nonna.
Può darsi che Hitler scriverebbe lo stesso quello che ha scritto, e Rosenberg lui pure; o che scriverebbero cretinerie dieci volte peggio. Ma io vorrei vedere, se gli uomini non avessero la possibilità di fare quello che fa Clemm, prendere e spogliare un uomo, darlo in pasto ai cani, io vorrei vedere che cosa accadrebbe nel mondo con le cretinerie loro.

 

ORIGINI

Elio Vittorini – Uomini e No – 1945

Renato Guttutso – Crocifissione – 1941

 

DUE PAROLE

Questi due artisti si accomunano di ascendenti ben precisi: la Sicilia e l’estrema sinistra italiana. Entrambi, impegnati profondamente per la propria terra e il proprio partito, arrivano a comporre le loro due opere più famose nella cornice dei sanguinosi anni ’40. Ma è nell’estrema crudeltà dello spirito umano che l’unione di romanzo e dipinto formano il connubio. E se per una verso Guttuso riesce, con la sua personale “guernica”, a dare colore al teatro emblematico della sofferenza, così Vittorini, con la sua prosa asciuttissima ed onirica, ne riesce ad esaltarne la reale desolazione. “Uomini e no” è uno dei romanzi più significativi sulla lotta partigiana in Italia, forse anche dell’intera letteratura italiana. Le sue parole svuotano, ponendoci lo stesso interrogativo che molti altri pensatori e protagonisti della stessa guerra sono arrivati infine a domandarsi. Cos’è, veramente, un uomo? Il serrato ritmo dei brevi capitoli non lascia spazio a risposte, la voce narrante passa repentinamente a un livello super-partes al fine di richiamare una continua presa di coscienza. Lo sforzo immaginativo è chiamato costantemente all’attenzione. Non v’è spazio per protagonismi, le conseguenze sono date dalla crudeltà degli avvenimenti che, pur ruotando intorno a nomi impersonali, scaraventano il lettore  in quell’incolmabile passaggio che separa la narrazione dalla cruda realtà.

 

p.s. Nota personale, Vittorini sposò la sorella di Quasimodo, Rosa.