Lahic 14 Agosto

Prima che iniziasse il viaggio il Mattia Leonardi mi aveva messo all’erta, “il quarto giorno inizia la nostalgia”. Ha ragione, è qualcosa di simile, dettata soprattutto dalla stanchezza che comincia a morderci le gambe e le spalle. Il quarto giorno è quello critico insomma, il vero volano del viaggio, e lo affrontiamo lasciando Baku cominciando a muoverci verso Ovest, verso la Georgia. Addio Mar Caspio, siamo rivolti ora alla sponda nera. Continua a leggere

Quba 13 Agosto

Se la giornata di oggi fosse una poesia su uno dei miei libri, verrebbe sicuramente annotata con tre punti esclamativi. La destinazione è Quba (loro pronunciano gubà) una città nell’azerbaijan settentrionale che risulta comodo svincolo di passaggio per raggiungere le montagne al confine russo. Decidiamo di affidarci ad un tassista per l’intera giornata ed è una scelta che si rivelerà a posteriori assolutamente corretta, nonostante il suo -a dir poco artistico- modo di guidare. Continua a leggere

Qubostan 12 Agosto

 

La stazione dei bus di Baku si trova fuori Baku e ci si arriva comodamente in bus o in taxi, a preferenza. Ci alziamo di buona lena e troviamo un gentilissimo tassista che si industria per mandarci a Qubostan, Gubastana per dirla in modo loro, senza farci troppo penare. Ci scarica in piazza e ci disegna su uno scontrino stropicciato tre numeri, 1, 9 e 5. Saliamo sul pullman e, pronti via, ci addormentiamo torpidamente. Quando apro gli occhi il mio orologio dice che il supposto tragitto di un’ora è scaduto da un pezzo. Continua a leggere

Baku 11 Agosto

Petrolio. La prima cosa da fare quando si arriva in un paese nuovo è mettere fuori il naso dalla porta e odorare l’aria. Si capiscono un sacco di cose dal puzzo di un posto. L’Inghilterra, ad esempio, sa di piedi sudati di sidro, e New York di pipì di gatto, Singapore di durian, Delhi di carne putrefatta e così via. Continua a leggere

Baku 10 Agosto

Si dice che viaggiare serva a conoscere il mondo. E’ vero, ma c’è di più. Cos’è alla fine un viaggio? Una fuga, un ritorno. Scappiamo in piena volontà per capire quello che non siamo, scappiamo per sentirci ciò che mai potremo essere: estranei con noi stessi, esiliati. Alle luci di un mondo che ci ha spiegato tutto, dal caldo utero del nostro paese, dei nostri amici, della nostra terra, non rimane che un solo modo per osservare l’ombra che proiettiamo, spostarsi al di fuori del cerchio. Ecco cos’è un viaggio. Dire quello che non siamo, diceva l’altro, quello che non facciamo. Continua a leggere

20 Agosto – (non)Itaca

Non viaggiate. Lasciate perdere, date retta, ogni posto nuovo è uguale all’altro, come dicono i saggi, ogni mondo è paese, ogni paese è verità. Rischiate solo di rivedere gli stessi personaggi, la stessa gente, le stesse abitudini ovunque, recitate da pupi o marionette con muscoli di faggio e anima in fil di ferro, gonfi d’empietà, interessati e interessanti per l’unica, parsimoniosa, circoscrizione che così magnificamente rappresentano: la pantomima del banale, in atto sin dalla notte dei tempi. Non viaggiate, state a casa, da chi vi protegge e vuol bene. Da coloro i quali vi conoscono per idee maturate in anni di aspettative già scritte e costruite. Da coloro i quali vi addolciranno indicandovi i sentieri più comodi e meno arditi, arridendo alla rinuncia. Non trascendete. Lasciate andare i pazzi e gli illusi avanti a voi, che loro già si tutelano di mera fantasia. Lasciate che raschino il barile del fallimento con i loro stupidi desideri irrealizzabili. Lasciateli correre dietro ad amori, luoghi e pensieri fittizi, tanto prima o poi si stancheranno. Non viaggiate, c’è troppo da scoprire. Dove pensate di andare? Il mondo è avaro, cercherà di togliervi tutte le cose belle che avete raccolto lungo la strada. State chiusi dentro voi stessi, non abituatevi a rincorrere qualcuno o qualcosa, specialmente un sogno. Non accettate sacrifici. Serrate i boccaporti ed immergetevi negli abissi delle vostre convinzioni, lontano dalla bolina del rischio. Il destino sarà sempre dietro l’angolo, pronto a ingannarvi. Non viaggiate. Le monotonie di un luogo son cagione già più che valida per evitarne altre. Cosa andate cercando? Non viaggiate. Rischiate solo di accorgervi della paura, del suo grosso cappello e dell’ombra che proietta nel nostro piccolo cortile. Andate a chiudere il lucchetto. Non ascoltate i richiami del cuore, benché sinceri, sono eco di conchiglie vuote, accasciate su fredde spiagge d’Albione. Non muovetevi, imparate dai sassi. Hanno tutto ciò cui necessitano a portata di mano, compresa la consapevolezza che, prima o poi, qualcuno di passaggio li scaglierà a pedate in un posto migliore. Guardatevi intorno, guardate quanti sassi vi circondano. Dove non c’è acqua che scorre il riarso fondo del fiume si e vede meglio. Li scorre sottile la verità, con quel suo sapore di fonte, amaro ed imbevibile, duro a deglutirsi. I sassi spuntano e paiono schiacciati, accatastati. Ecco la loro casa: Il passato. È il letto di un rigagnolo in secca, non più navigabile. Ha segnato il suo percorso nel tempo di modo che, voltandosi, ognuno possa capire da dove proveniamo, senza però potervici far ritorno in alcun modo. Nel presente, il suo estuario, l’acqua stagna immobile e stanca ed il mare, l’infinito futuro blu che gli si para innanzi, suadente, tentatore, libero, dinamico vi aspetta. Non nuotate, non andategli incontro, un’onda potrebbe riportarvi indietro da un momento all’altro, capovolti. Cercate di galleggiare nel presente, lì non ci sono tempeste. Non viaggiate, state dentro le vostre teste, circumnavigatele in cerchio. Non bramate. Il viaggio non è che una stupida scusa, nessuno vi condurrà alla roccia dove è scolpito il fallimento. Non lottate per gli altri. Ci si può sempre auto proclamare conquistatori di un regno, specialmente dopo battaglie egoiste, combattute solo e soltanto per se stessi. Siate arrendevoli, compiaciuti e poco curiosi. Arenatevi. Torneranno altri a raccontarvi dell’oceano, altri naufraghi, altri fanti semplici zeppi di lividi e cicatrici sulla pelle. Zingari che hanno fatto di un sogno la loro stella polare. Punto luminoso fievole ma costante, che li ha guidati nel buio ogni notte, con la sua presenza fissa alta ed irraggiungibile. Non sapranno far altro che svuotare le loro casse zeppe di storie, barattandole con qualche emozione. Non concedetegliele. Avranno zigomi esaltati da lacrime dolci, probabilmente vi commuoveranno. Non fatevi impietosire. Parleranno con parole altrui e soltanto dopo che ne avrete incontrato uno capirete di essere stati tentati. Li riconoscerete. Vi diranno cosa fare, anzi, cosa non fare perché, appartenendo loro stessi al mondo dell’impossibile, faranno di tutto per condurvi in quella direzione. Vi ammalieranno con parole di poeti e cantanti conosciuti lungo i loro percorsi terreni. Lettere in bottiglia, storie con cui ubriacarsi, rinvenute in qualche posto della loro memoria. Storie bellissime a volte, quasi poesie, quasi come questa. Non leggetele.

 

 

ll viaggio finisce qui:

nelle cure meschine che dividono

l’anima che non sa più dare un grido.

Ora I minuti sono eguali e fissi

come I giri di ruota della pompa.

Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.

Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

 

Il viaggio finisce a questa spiaggia

che tentano gli assidui e lenti flussi.

Nulla disvela se non pigri fumi

la marina che tramano di conche

I soffi leni: ed è raro che appaia

nella bonaccia muta

tra l’isole dell’aria migrabonde

la Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto vanisce

in questa poca nebbia di memorie;

se nell’ora che torpe o nel sospiro

del frangente si compie ogni destino.

Vorrei dirti che no, che ti s’appressa

l’ora che passerai di là dal tempo;

forse solo chi vuole s’infinita,

e questo tu potrai, chissà, non io.

Penso che per i più non sia salvezza,

ma taluno sovverta ogni disegno,

passi il varco, qual volle si ritrovi.

Vorrei prima di cedere segnarti

codesta via di fuga

labile come nei sommossi campi

del mare spuma o ruga.

Ti dono anche l’avara mia speranza.

A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:

l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

 

Il cammino finisce a queste prode

che rode la marea col moto alterno.

Il tuo cuore vicino che non m’ode

salpa già forse per l’eterno.