La monaca + Sarah Paxton Bell Dodson

Sarah Paxton Bell Dodson - Meditation of the Holy Virgin 1889

DAL TESTO

“Gli italiani ridono della vita: ne ridono assai più e con più verità e persuasione intima di disprezzo e di freddezza di tutte le altre nazioni. Gli altri popoli ridono di cose e non di persone, come invece fa l’italiano. Una società coesa non può durare se gli uomini sono occupati a deridersi a vicenda e a manifestarsi continuamente reciproco disprezzo. In Italia si perseguitano scambievolmente, si pungono fino al sangue. Non rispettando l’altrui non si può essere rispettati”, e fece una pausa. Poi riprese, lento ma inesorabile, quasi assaporando l’impazienza di James. “Il principale fondamento della moralità dell’individuo e di un popolo è la stima profonda che esso ha di sé e la cura che ha a conservarsela, la sensibilità sul proprio onore. Un uomo senza amor proprio non può essere giusto, onesto e virtuoso. Mazzini, un pensatore intelligente, Dio e Patria, unità repubblicana, uguaglianza dei cittadini, è destinato al fallimento. La visione si arena al contatto con los indios de por acà. L’analfabeta non potrà recepire il suo pensiero.”

 

ORIGINI

La monaca – Simonett Agnello Hornby – 2010

Sarah Paxton Bell Dodson – Meditation of the Holy Virgin –  1889

 

DUE PAROLE

All’interno di una cornice storica rilevantissima per la nascita del nostro paese (i moti siciliani del 48) si svolgono le vicende giovanili di Agata, la bella figlia del nobile maresciallo Padellani, influente personalità del messinese. Durante gli anni più cruciali per la sua educazione sentimentale, a braccetto con un’Italia che deve lottare per la sua unità e maturità, corre il parallelismo di uno spirito tanto ribelle quanto dominato, con forte richiamo ai classici inglesi. Un eroina in perenne tumulto che, come il suo paese, dovrà scegliere se oobedire o rispondere alla rivoluzione che avvampa dentro ella stessa.

Il cappotto + Oskar Kokoschka

Oskar Kokoschka Oude man

DAL TESTO

Akàkij Akàkievic fu portato via e sepolto. E Pietroiburgo rimase senza Akàkij Akàkievic, come se egli non fosse stato mai, né quaggiù né in nessun mondo. Così scomparve e fu sottratta una creatura, da nessuno difesa, a nessuno cara, trascurata da tutti – senza aver nemmeno attirato su di sè l’attenzione del naturalista, il quale pure non tralascia di far accomodare su uno spillo un’ordinarissima mosca, per studiarsela poi al microscopio; una creatura che sapeva sopportare con umiltà beffe da impiegatucci, e nel sepolcro era scesa senza aver fatto nulla di memorabile – ma alla quale, in compenso, sebbene l’estremo termine della vita, era brillato l’ospite luminoso sotto la specie di un cappotto, che seppe resuscitare per un attimo una povera esistenza, sia pure perché la sciagura potesse abbattersi poi più inesorabilmente su di lei, come  si abbatte sulle teste dei forti di questo mondo!
Alcuni giorni dopo la sua morte, capitò in casa, inviato dall’ufficio, un custode con l’ordine per Akàkij Akàkievic di farsi immediatamente vedere: i superiori lo esigevano. Ma il custode dovette tornarsene a mani vuote, adducendo, per tutta risposta, che Akàkij Akàkievic non avrebbe proprio potuto venire; e alla domanda “Perché?” – si esprimeva con le seguenti parole: “Ma così, è già bell’e morto; son quattro giorni che l’hanno sotterrato”.

 
ORIGINI

Oskar Kokoschka – Oude man

Il cappotto – Nikolaj Vasil’evič Gogol1842

 

DUE PAROLE

Il cappotto di Gogol è il feticcio della miseria borghese per eccellenza. Questo breve ed indelebile romanzo sarà di ispirazione a tutti i più grandi narratori venuti dopo la sua comparsa. La storia è delle più classiche: la vita insipida di un povero burocrate statale che al fine di sopravvivere al rigido inverno, necessita di rappezzare il proprio tabarro. Alcuni testi già qui presentati, fra tutti “Cuore di cane” di Bulgakov e “La morte di Ivan Ilic” di Tolstoj, risentono in maniera viscerale di questo piccolo capolavoro. Facilissimo riscontrarne l’enorme eredità, divertente cercarne deriva e significato. E’ il racconto dell’uomo che sparisce, una presa di coscienza drammatica – vista con l’occhio sarcastico, brillante ed ironico di Gogol – dello smarrimento e del relativo annichilimento dell’individuo nella società, del suo lento affogare nel sistema che lo circonda, perseguitandolo. Un cappotto. Al pari di uno scheletro, esso annuncerà la maledizione insita nel destino dell’uomo a tutte le generazioni venture.

La tregua + Van Gogh

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DAL TESTO

Il greco sembrava aver cambiato luna: forse gli era tornata la febbre, o forse, dopo i discreti affari della mattina, si sentiva in vacanza. Si sentiva anzi in vena di benevolmente pedagogica; a mano a mano che passavano le ore, il tono del suo discorso andava insensibilmente intiepidendosi, e in parallelo andava mutando il rapporto che ci univa: da padrone-schiavo a mezzogiorno, a titolare-salariato alla una, a maestro-discepolo alle due, a fratello maggiore-fratello minore alle tre. Il discorso tornò sulle mie scarpe, che nessuno dei due, per ragioni diverse, poteva dimenticare. Mi spiegò che essere senza scarpe è una colpa molto grave. Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale per l’inverso. – Ma la guerra è finita, – obiettai: e la pensavo finita, come molti in questi mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi. – Guerra è sempre, – rispose memorabilmente Mordo Nahum.

 

ORIGINI

La tregua – Primo Levi – 1963

Un paio di scarpe – Vincent Van Gogh – 1886

 

DUE PAROLE

La Tregua è, innnanzi tutto, un racconto di viaggio. Come molti sapranno è la continuazione naturale del capolavoro di Levi, “se questo è un uomo”, ovvero, il percorso di ritorno a casa, in quella Torino immutata ed asettica nell’accogliere uomini di ritorno da tali barbarie, dei sopravvissuti di Auschwitz. Il libro viene steso anni dopo la reale esperienza ed è apprezzabile, per non dire azzardato, per l’autore, affacciarsi di nuovo alla scrittura dopo tutto ciò che ha vissuto e soprattutto dopo tutto ciò che è riuscito a trasportare sulle pagine. Ovvio che il paragone non può reggere tale peso, ma la scelta è ammirevole e, lo spiega anche Levi in alcuni passaggi, quasi doverosa. Primo per dimostrare come la vita possa e debba continuare anche dopo  l’annichilazione dell’umanità umana. Secondo per l’individuo stesso, per l’uomo, per l’autore e per l’anima dell’arte. Come un fiore che nasce dal fango, questo libro, seppur non devastante come il primo, ne consolida la sua eternità.

Le menzogne della notte + Oscar Ghiglia

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DAL TESTO

Così, quella notte, quando ci trovammo alfine al sicuro, imparai da lei veramente l’amore. Voi dormivate, amici, nell’asilo della capanna, noi sotto il cielo nudo, in un incavo del terreno, chiusi da un ombrello di foglie ampio quanto una cupola. E temo di parervi troppo impudico, ma non so se tenermi dal descrivere con parole le delizie che mi si aprirono allora. E di lei, come si spogliò timidamente nel minuscolo albore, che sino a noi trapelava, ed era, non la luna, no, ma un suo profetico assaggio, una luminescenza, una cipria, quale rimane alle siepi dopo ch’è trascorsa una lucciola. Di lei, bianca e tremante sopra di me, delle movenze d’amore. E come insieme affondammo in un nobile turbinio. Con onde che mi correvano dal calcagno alla nuca, impercettibili prima, simili ai gemiti fievoli d’una risacca; poi più turbate, forse sotto l’impulso d’una brezza repentina; quindi grosse a crosciarmi dentro con un fragore che pareva di bufera, ma subito s’addolciva, ripetendomi nella conca dell’orecchio il grido antico dell’oboe nei miei meriggi d’estate… ‘Eunice’ chiamavo allora inaudibilmente, e con dita mai stanche tornavo a carezzarle la guancia, cercavo un ricciolo dove avvorgerle, un grappolo nuovo di lei da mangiare, da bere con le mie labbra… Supino, aiutandomi la luna come in quella notte sul Brenta, contemplavo il suo grande viso pendere sopra di me.
C’era un silenzio, attorno, c’era un pace…

 

ORIGINI

Gesualdo Bufalino – Le menzogne della notte – 1988

Oscar Ghiglia – Riposo

 

DUE PAROLE

L’eredità dalla quale questo piccolo romanzo attinge è immensa, si parla di “le mille e una notte”, “il decamerone” fino ad arrivare ai “racconti di canterbury”. Ambientata in un medioevo rinascimentale a noi sconosciuto, la vicenda si svolge durante una sola notte in prigionia. Quattro figuri, in attesa del giudizio mortale fissato all’alba del giorno successivo, si raccontano le vicende che ivi li hanno condotti. Il tutto, apparentemente semplice, viene orchestrato da Bufalino con una scrittura ricchissima e ricercata, praticamente identica, per raffinatezza ed impalpabilità, al luogo fantastico, elegante ed antico da egli dipinto. Uomo di grande cultura e persona modesta, Bufalino ha lavorato servilmente per la letteratura italiana. Leggerlo arricchisce, e se il lettore avrà l’umiltà di ricambiare il suo lavoro certosino di scelta dei termini, verrà ricompensato con una prosa lucente.

Follia + Paul Dalvaux

Paul Delvaux (Joy of life)

DAL TESTO

“Un matrimonio come tanti, allora”.
“Immagino di sì”.
“Un marito, una casa, un figlio, una serenità accettabile. Eppure hai messo in gioco tutto per una storia di sesso con un paziente”.
“Sai, sono calcoli che uno non fa”.
“Ma come ti sembrava l’idea che tutto il tuo mondo fosse in pericolo? Non so, era inebriante?”.
Mi ero appoggiato con un gomito al tavolo, e la guardavo con un’esperessione di partecipe, aperta curiosità.
“Essermi innamorata, questo mi sembrava inebriante”.
Ci fu un attimo di silezio.
“Già, l’amore” dissi. “Parliamo di questo sentimento che non riuscivi a dominare. Come lo descriveresti?”
Qui Stella fece un’altra pausa. Poi, con voce stanca, riprese: “Se non lo sai non posso spiegartelo”.
“Allora non si può definire? Non se ne può parlare?”.
“E’ una cosa che nasce, che non si può ingnorare, che distrugge la vita delle persone. Ma non possiamo dire nient’altro. Esiste, e basta”.
“Queste sono parole, Peter” mormorò Stella.
“Forse” dissi un po’ piccato. “Ma sono anche l’unica cosa che abbiamo”.

ORIGINI

Patrick McGrath – Follia (Asylum) – 1996

Paul Delvaux – Joy of life – 1937

 

DUE PAROLE

“Follia” non brilla per originalità ma si distingue eccelsamente per una caratteristica precisa, la dote con cui l’autore analizza la ricostruzione (o ricostruisce l’analisi) che lo psichiatra-voce-narrante compie nei confronti della protagonista della vicenda. Il percorso a ritroso negli eventi diventa testo stesso, autoanalisi, e la razionalità dei pensieri del dottor Cleave si tramuta immediatamente in un serrato ritmo narrativo. La storia è il classico dramma emotivo in cui Stella, moglie di un rampante psichiatra inglese, si innamora di uno dei pazienti del marito, tale Edgard Stark, un instabile e pericoloso uxoricida.  È lei, e lei solamente, la vera luce del romanzo. Tutto, a somme tirate, arriverà a dimostrarsi povero e sterile a suo fianco. Come un sentimento troppo alto per essere compreso, come una divinità troppo potente per commuoversi di fronte alla propria crudeltà, la donna accetta la propria indole stoicamente, aliena da ogni forma di umanità. A termine del romanzo, nonostante la scabrosità dei suoi gesti, lei, e solo lei, sarà l’unica presenza del racconto a sopravvivere moralmente. Gli altri, i vili (tutti uomini, fra l’altro) saranno mietuti di fronte all’immensità femminile, feticcio stesso dell’incomprensibilità dell’amore.

Lettera al padre + Egon Schiele

egon shicele dead mother 1910

DAL TESTO

L’aspetto essenziale era invece che tu restavi al di fuori del tuo stesso consiglio, eri un uomo sposato, un uomo puro, superiore a quelle cose: per me, a quel tempo, la questione era forse ulteriormente accentuata dal fatto che anche il matrimonio mi appariva una cosa indecente, e non potevo certo applicare ai miei genitori ciò che avevo sentito dire sull’argomento. Così tu diventavi ancora più puro, ti elevavi ancora più in alto. Non riuscivo a concepire che, prima di sposarti, tu avessi potuto dare a te stesso un consiglio simile. Così alla tua persona non restava addosso praticamente neppure un granello di sporcizia terrena. E proprio tu, con poche parole esplicite, mi spiengesti dento a quella sporcizia, come se io vi fossi stato destinato. Per la mente mi frullava un’idea che mi piaceva molto: se al mondo ci fossimo stati soltato tu ed io, allora con te finiva la purezza e, grazie al tuo consiglio, con me iniziava la sporcizia. Di per sè, risultava incomprensibile perché tu mi condannassi a quel modo; potevo spiegarmelo soltanto con antiche colpe e con il tuo più profondo disprezzo. E così ero di nuovo colpito, e con grande durezza, nel più profondo del mio essere.

 

ORIGINI

Lettera al padre – Franz Kafka – 1952

Egon Schiele – Dead Mother – 1910

 

DUE PAROLE

Tra le mie ultime letture, soltanto un paio di testi avevano affrontato con paritetica forza d’urto il delicato complesso che si instaura fra ogni genitore ed il proprio figlio. Queste erano “morte a credito” di Louis Ferdinande Céline, e “lessico famigliare” di Natalia Ginsburg. Come al solito Kafka mi sorprende per la sua precisione inesorabile nel racconto, per il suo senso di analisi quasi alieno nei confronti dei sentimenti umani e per la lucidità con la quale maneggia gli stessi. La lettera, che ancora richiama dubbi sulla natura di una possibile stesura romanzata, è un gesto di coraggio enorme e smisurato, che scardina la serratura freudiana e ci regala, forse, qualche spiegazione in più sui conflitti che resero lo scrittore boemo quel fragile essere che conosciamo. Il gesto è crudele, non solo per la perentorietà insita nello scrivere, ma anche per le immagini utilizzate a sostegno di ogni tesi. L’accusa efferata che Franz conduce nei confronti di Hermann non può permettersi falle. Il giovane Kafka sa che l’unico territorio agibile per uccidere il genitore è quello della letteratura (che, non a caso, non consente agevole replica). Con maestria, altrettanto irreprensibilmente, ogni parola concorre a distruggere l’immagine dell’uomo che ha cresciuto l’autore. Un rigurgito bilioso covato anni. Espulso, accumulato, selezionato e infine minuziosamente riassemblato in questo brevissimo mosaico di rivalsa passato alle stampe come “Lettera al padre”.

Sotto il vulcano + Albert Marquet

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DAL TESTO

E’ una sera d’estate azzurrina, chiara, illune, ma tardi, forse le dieci, con Venere che arde incandescente nella luce diurna, e dunque ci troviamo certamente molto al nord, e in piedi su questo balcone, quando d’oltre il braccio di mare lungo la costa arriva il rombo sempre più assiduo d’un lungo treno merci trainato da più d’una locomotiva, rombo, perché quantunque ci separi quest’ampia striscia d’acqua, il treno corre verso levante, sotto un cielo terso, meno là dove molto lontano a nord-est, sopra remote montagne di porpora sbiadita, si stende a una massa di nuvole d’un bianco quasi puro, illuminate all’improvviso, come da una luce in una lampada d’alabastro, interamente, da un lampeggiare di folgori dorate, ma non puoi udire tuono alcuno, solamente il rombo del grande treno con le sue locomotive e l’eco del suo sferragliare sugli scambi a misura che avanza dalle colline per entro le montagne; ed ecco, ad un tratto, un peschereccio dall’alta alberatura comparire a tutta forza da dietro la punta, come una giraffa bianca, molto veloce e solenne, lasciandosi a poppa un lungo e argenteo orlo di scia, che non muove visibilmente verso la costa, ma ora avanza pesantemente furtivo, in direzione della spiaggia dove noi siamo, quest’argento orlo traforato di schiuma che colpisce prima la battigia in lontananza, quindi si dilata lungo tutto l’arco sabbioso, il suo rombo e la sua agitazione crescenti sommandosi ora allo scemante fragore del treno, e infine si frange roboante sulla nostra spiaggia, mentre le zattere, perché ci sono zattere d tronchi per tuffarsi, ondeggiano insieme, ogni cosa cozzando e graziosamente sollevandosi, dimenandosi, per l’assillo di questo ondoso argento forbito, poi a poco a poco torna calma, e tu vedi il riflesso delle remote nuvole bianche nell’acqua profonda, mentre il peschereccio stesso con un ricamo dorato delle luci di rotta nella sua scia d’argento svanisce dietro il promontorio, silenzio, ed ecco ancora, entro le bianche bianchissime e distanti alabastrine nuvole temporalesche al di là delle montagne, la dorata folgore senza tuono nella sera azzurra, soprannaturale…
E come restiamo là a guardare ad un tratto ci giunge lo sciaquio di un altro bastimento invisibile, come una grande ruota, i vasti raggi della ruota roteante in fondo alla baia. (Parecchi mescal più tardi). Sin dal dicembre 1937 e sin da quando te ne andasti, e siamo ora, mi dicono, nella primavera del 1938, ho testardamente lottato contro il mio amore per te. Non osavo soggiacervi. Mi sono aggrappato a ogni radice e ad ogni ramo che mi aiutassero a varcare da me questo abisso spalancatosi nella mia vita, ma non posso illudermi oltre. Se devo sopravvivere, ho bisogno del tuo aiuto. Diversamente, prima o poi, precipiterò.

ORIGINI

Sotto il Vulcano – Malcolm Lowry – 1947

Albert Marquet – Napoli, il veliero – 1910 circa

DUE PAROLE

Il lungo e tragico delirio alcolico di un console inglese abbandonato all’ombra di due vulcani messicani assieme alla moglie, ex moglie, ed al fratello Hugh. Un libro molto difficile da leggere, accostabile all’Odissea di Joyce, non solo per complessità. Parecchi sono i rimandi al classico: la durata del ciclo narrativo nella singola giornata, un traghettatore-caronte a nome di Cervantes e molti ancora. La vicenda ripercorre l’ultima giornata di vita di Geoffrey Firmin, alter ego dello stesso Lowry, in un turbinio fittissimo di pensieri. Capace di un sentimentalismo spiazzante, una letteratura altissima, da decriptare, la prosa si srotola fittissima districandosi, come per Joyce, per dialetti locali, flashback, ritrosie, deliri allucinati e bevute, soprattutto bevute. Il Mescal impregna le pagine di Lowry, come l’alcolismo ne distrusse la vita. Imbarazzanti, per bellezza, le ultime pagine. La cosa più vicina al magistrale finale del Moby Dick che mi sia capitato di leggere.

Disastri + Paul Klee

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DAL TESTO

Adesso racconto come sono nato, come sono cresciuto e come si sono manifestati in me i primi segni del genio. Io sono nato due volte. E’ successo così.
Mio babbo ha sposato mia mamma nel 1902, ma io miei genitori mi hano messo al mondo solo alla fine del 1905, perchè mio babbo voleva assolutamente che suo figlio nascesse il primo gennaio. Il babbo aveva calcolato che il concepimento dovesse aver luogo il primo di aprile, e solo quel giorno si è avvicinato alla mamma al fine di concepire un bambino.
La prima volta si è avvicinato alla mamma il primo aprile del 1903. La mamma aspettava da tempo questo momento, e se ne è molto rallegrata. Ma il babbo, si vede, era proprio in vena di scherzi, e non si è trattenuto e ha detto alla mamma – Pesce d’Aprile!
La mamma si è offesa moltissimo, e per quel giorno non ha permesso al babbo di avvicinarsi. E’ toccato aspettare l’anno successivo.
Il primo aprile 1904 il babbo ha ricominciato ad avvicinarsi alla mamma con lo stesso fine. Ma la mamma, ricordando il caso precedente, ha detto che non voleva fare più la figura della stupida, e di nuovo non ha permesso al babbo di avvicinarsi. Per quanto il babbo si agitasse, non c’è stato nienta da fare.
E è stato soltanto l’anno dopo che il mio babbo è riuscito a vincere le resistenze di mia mamma e a concepirmi.
Così il mio concepimento ha avuto luogo il primo di aprile del 1905.
Tutti i conti del babbo, però, sono andati a farsi benedire, perchè io sono risultato prematuro e sono nato quattro mesi prima del previsto.
Il babbo si è infuriato talmente che la levatrice che mi aveva preso si è spaventata e ha cominciato a rificcarmi nel posto da dove ero uscito.
Uno studente dell’accademia medico-militare che assiteva al parto ha dichiarato che a rificcarmi dentro non ci sarebbero riusciti. Tuttavia, nonostante le parole dello studente,  a rificcarmi dentro ci sono riusciti, ma, per la fretta, non nel posto giusto.

 

ORIGINI

Disastri – Daniil Charms (?)

Paul Klee – Ghost of a Genius – 1922

 

DUE PAROLE

Diceva Daniil Charms “A me piacciono solo le giovani donne sane e formose. Per gli altri rappresentanti dell’umanità nutro diffidenza”. E così di solito ragioniamo un po’ tutti, sottendendo superiorità e selezione, sentendoci sempre migliori degli altri, senza contare quella certezza di portare del genio in nuce ad ogni affermazione fuori dagli schemi. Ne ho un altro esempio, sempre di suo pugno:  “Io non penso di essere molto intelligente, però anche così devo dire che sono il più intelligente di tutti”. E’ la classica spacconata letteraria d’impatto, accostabile, coi dovuti paragoni, al buon vecchio Charles Bukowski. In anni di letture sono arrivato a prendere le distanze da scrittori di questo tipo, ma riscoprire l’irriverenza è sempre eccitante. E con Charms mi sono prontamente ricreduto. Ho scoperto questo autore straordinario grazie al validissimo lavoro di Paolo Nori, innamorandomene immediatamente. Si scoprirà infatti, addentrandosi nella lettura, come la megalomania e l’ego smodato qui sbandierati siano solo una sfaccettatura altamente ironica del personaggio. “Disastri” è una collezione personale di storie brevissime e surreali che non risparmiano nessuno. Rimaste nella valigia dello scrittore sotto forma di fogli sparsi, salvati e miracolosamente ordinati e portati alla stampa. Aprire quella valigia, per il sottoscritto, è stato come scovare un vero tesoro.

L’uomo che fu giovedì + Odilon Redon

Odillon redon - figure

 

DAL TESTO

-Io mi sono chiesto spesso – disse il Marchese dando un morso a una fetta di pane con marmellata – se non sarebbe meglio per me fare ciò con un pugnale. Moltissime delle migliori imprese sono state condotte a termine così. E sarebbe una nuova emozione immergere nel presidente di Francia un coltello, rigirandolo poi nella ferita.
– Avete torto – ribattè il segretario corrugando le sopracciglia. – Il coltello è soltanto l’espressione d’un vecchio rancore personale con un determinato tiranno. La dinamite, invece, non è solo il nostro migliore strumento, ma anche il nostro miglior simbolo: è per noi un simbolo perfetto come è l’incenso nelle preghiere dei cristiani. Si espande; distrugge soltanto perchè s’allarga. E pur così il pensiero distrugge perchè si allarga: il cervello d’un uomo è una bomba! – gridò lasciando improvvisamente sfogo alla sua strana passione e battendosi il capo con violenza. – Il mio cervello sento che è una bomba, notte e giorno! Deve espandersi! Deve espandersi! Il cervello d’un uomo deve espandersi anche se mette in pezzi l’universo.

 

ORIGINI

L’uomo che fu giovedì (The man who was thursday) – Gilbert Keith Chesterton – 1908

Odilon Redon – Figure – 1876

 

DUE PAROLE

Chesterton era letto e stimato da Borges, motivo più che sufficiente per spingermi alla scoperta dello scrittore inglese. Ho trovato un libro eclettico, capace di riassumere diversi piani di lettura in un romanzo che potrebbe essere qualsiasi cosa, da un classico per bambini, ad una critica esegesi, al romanzo d’avventura, fino alla totale burla letteraria. La trama principale, che si dirama principalmente per le vie di Londra, vede opporsi poliziotti filosofi ad un circolo di anarchici insurrezionalisti che vogliono distruggere il mondo. Chi e cosa sia il mondo, gli stessi anarchici, gli stessi poliziotti, cosa siano i pensieri dell’individuo e della società, cosa li guidi e perchè, sono tutte cose da scoprire in un inerminabile susseguirsi di colpi di scena. Si ribaltano le identità, i punti di vista, le certezze. Gli stessi personaggi cascano nella totale sorpresa di scoprirsi ciò che non sono. Citando lo stesso uomo che voleva essere giovedì la domanda vien concreta: “C’era qualcuno che fosse realmente qualcosa?”.

Al culmine della disperazione + Andrew Wyeth

andrew wyeth Winter-1946

DAL TESTO

“Ci sono due modi di sentire la solitudine: sentirsi soli al mondo o avvertire la solitudine del mondo. Chi si sente solo vive un dramma puramente individuale; il sentimento dell’abbandono può sopraggiungere anche in una splendida cornice naturale. In tal caso interessa unicamente la propria inquietudine. Sentirti proiettato e sospeso in questo mondo, incapace di adattarti ad esso, consumato in te stesso, distrutto dalle tue deficienze o esaltazioni, tormentato dalle tue insufficienze, indifferente agli aspetti esteriori – luminosi o cupi che siano –, rimanendo nel tuo dramma interiore: ecco ciò che significa la solitudine individuale. Il sentimento di solitudine cosmica deriva invece non tanto da un tormento puramente soggettivo, quanto piuttosto dalla sensazione di abbandono di questo mondo, dal sentimento di un nulla esteriore. Come se il mondo avesse perduto di colpo il suo splendore per raffigurare la monotonia essenziale di un cimitero. Sono in molti a sentirsi torturati dalla visione di un mondo derelitto, irrimediabilmente abbandonato ad una solitudine glaciale, che neppure i deboli riflessi di un chiarore crepuscolare riescono a raggiungere. Chi sono dunque i più infelici: coloro che sentono la solitudine in se stessi o coloro che la sentono all’esterno? Impossibile rispondere. E poi, perché dovrei darmi la pena di stabilire una gerarchia della solitudine? Essere solo non è già abbastanza?”

 

ORIGINI

Al culmine della disperazione – Emil Cioran – 1933

Winter – Andrew Wyeth – 1946 (http://www.andrewwyeth.com/)

 

DUE PAROLE

Leggere Cioran è spesso pericoloso, si deve essere in buona forma mentale per affrontarlo, non tanto per la complessità del testo, quanto per la profondità degli argomenti. Il “teorico del suicidio”, colui che meglio di tutti ha fatto i conti con la morte, può sembrare pessimista e privo di ogni speranza di salvezza. Non è soltanto così, e questo scampolo rubato ad uno dei suoi scritti preferiti riassume perfettamente la parte più brillante del suo pensiero. E’ la consapevolezza a guidare la ragione. In Cioran, è vero, tutto passa dalla rovina e dalla distruzione attraverso una macabra ironia. Il mondo è visto dalla fine, da un grumo di cinismo che ci spoglia da ogni cosa superflua. Rimane lo scheletro dell’umanità a farci da faro, le nostre poche ed uniche certezze: la morte, gli stati d’animo ed il pensiero. Così dalle macerie dell’essenzialità Cioran salva -non una speranza- ma un delicato filo di sopravvivenza.