Sogno di una notte di mezza estate + Hyeronimus Bosch

Hieronymus_Bosch,_Garden_of_Earthly_Delights_tryptich,_centre_panel_-_detail_6

DAL TESTO

Se noi ombre via abbiamo irritato,                  If we shadows have offended,
non prendetela a male, ma pensate                 Think but this, and all is mended—
di aver dormito, e che questa sia                      That you have but slumbered here
una visione della fantasia.                                    While these visions did appear.
Non prendetevela, miei cari signori,               And this weak and idle theme,
perché questa storia d’ogni logica è fuori:     No more yielding but a dream,
noi altro non v’offrimmo che un sogno;          Gentles, do not reprehend.
della vostra indulgenza abbiamo bisogno.    If you pardon, we will mend.

 

ORIGINI

Hyeronimus Bosch – The Garden of Earthly Delights (particular) – 1500≈

William Shakespeare – A Midsummer Night’s Dream – 1595

 

DUE PAROLE

Commedia ambientata in un lontano teatro dal sapore mediterraneo, “Sogno di una notte di mezza estate” intreccia tre storie differenti mischiando ogni tipo di fonte culturale a disposizione. Come un Omero tramutato in bardo, Shakespeare richiama al teatro miti e leggende onirici, collegando lo scenario dell’antica Grecia alla sua moderna Inghilterra, passando attraverso amazzoni, fate, elfi, eroi e miti. Una simbiosi culturale, difficilmente apprezzabile in italiano, da accompagnare al testo originale per far suonare la sua incredibile musicalità. Più volte indeciso sul pronunciarmi o meno su questa lettura, ho avuto l’imbeccata dallo stesso autore che, sebbene non conosca la mia scarsa conoscenza in materie di commedie, premia così il coraggio degli intraprendenti: “Non farebbe meraviglia, signore: può ben parlare un leone in mezzo a tanti somari”.

Memorie di Adriano + Giorgio De Chirico

de-chirico-1

DAL TESTO

Come chiunque altro, io non dispongo che di tre mezzi per valutare l’esistenza umana: lo studio di se stessi è il metodo più difficile, il più insidioso, ma anche il più fecondo; l’osservazione degli uomini, i quali nella maggior parte dei casi s’adoperano per nasconderci i loro segreti o per farci credere di averne; e i libri, con i caratteristici errori di prospettiva che sorgono tra le righe. Ho letto, più o meno, tutto quel che è stato scritto dai nostri storici, dai nostri poeti, persino dai favolisti, benché questi ultimi siano considerati frivoli, e son loro debitore d’un numero d’informazioni, forse, maggiore di quante ne abbia raccolte nelle esperienze pur tanto varie della mia stessa vita. La parola scritta m’ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press’a poco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m’hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini. Viceversa, con l’andar del tempo, la vita m’ha chiarito i libri.

 

ORIGINI

Memorie di Adriano (Mémoires d’Hadrien) – Marguerite Yourcenar – 1951

Natura morta con argenteria – Giorgio De Chirico – 1962

 

DUE PAROLE

Così come il Pierre Menard di Borges, nel suo capolavoro “Finzioni”, riscrive un Don Chisciotte identico all’originale, eppur molecolarmente diverso, così la Yourcenar riesce a donarci la realtà di un uomo ricostruito nei suoi stessi pensieri. “Memorie di Adriano”, ovverosia la lunga lettera di commiato indirizzata al giovane Marco Aurelio, racconta analiticamente, dall’alba al tramonto, i ricordi dell’imperatore ormai prossimo alla morte. Adriano, uomo tra gli uomini, analizza così, rammentandosi e rammentando, l’intero spettro umano. L’uomo dietro la figura che arriva infine ad indiarsi (come spesso accade ad ogni essere pensante dotato di sensibilità ed orgoglio) spiegherà come sia la natura del suo animo, e non la posizione sociale, a renderlo divino tra i mortali. Un salto improponibile e magistrale, che ci permette di avvicinarci ad un’altra visione del mondo, quella della responsabilità. Dice egli, in un passo cruciale: “Non che io dispezzi gli uomini: se lo facessi, non avrei alcun diritto, né alcuna ragione, di adoperarmi a governarli.”
La Yourcenar combattè tutta la vita con questo inarrivabile romanzo che ebbe infatti una gestazioni di circa trent’anni. Un lavoro talmente elevato e profondo da suscitare, in maniera raffinatamente bilanciata, le percezione di divinità e trivialità in qualunque lettore si lasci trasportare da questa meravigliosa lettura.

Narciso e Boccadoro + Giovanni Bellini

images

 

DAL TESTO

Non è il nostro compito quello di avvicinarci, così come non si avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra méta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparar a vedere ed a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro complemento.

 

ORIGINI

Narciso e Boccadoro (Narziß und Goldmund) – Hermann Hesse – 1930

Presentazione al tempio (estratto) – Giovanni Bellini – 1460 circa

 

DUE PAROLE

Libro stucchevole e a tratti melenso, “Narciso e Boccadoro” parla del perpetuo completamento di ogni artista e degli estremi che eternamente si rincorrono. Lontanissimo dall’incisività formativa e largamente buonista, può risultare di gradevole lettura per i cerchiobottisti o meglio ancora per quei pinzocheri che Dante scagliava primi all’inferno. Lettori, ma ancor prima individui, che stentano a prendere decisioni e che sempre cercheranno di abbracciare la completezza, piuttosto che la posizione.

Memoria delle mie puttane tristi + Balthus

Balthus-Thérèse-rêvant-1938

 

DAL TESTO

L’anno dei miei novant’anni decisi di regalarmi una notte d’amore folle con un’adolescente vergine. Mi ricordai di Rosa Cabarcas, la proprietaria di una casa clandestina che era solita avvertire i suoi buoni clienti quando aveva una novità disponibile. Non avevo mai ceduto a questa né ad altre delle sue molte tentazioni oscene, ma lei non credeva nella purezza dei miei principi. Anche la morale è una questione di tempo, diceva, con un sorriso maligno, te ne accorgerai. Era un po’ più giovane di me, e non avevo sue notizie da così tanti anni che poteva benissimo essere morta. Ma al primo squillo riconobbi la voce al telefono, e le sparai senza preamboli: “Oggi sì.”

 

ORIGINI

Memoria delle mie puttane tristi (Memoria de mis putas tristes) – Gabrie García Márquez – 2004

Balthus (Balthasar Klossowski) – Thérèse rêvant – 1938

 

DUE PAROLE

Memoria delle mie puttane tristi è un libro debole e stanco di Márquez che affronta languidamente il tema della consapevolezza. Senza dilungarmi in descrizioni ad un testo non meritevole, propongo un racconto scritto di mio pugno molto simile al tema del romanzo. Si intitola “Rimorso senile”, eccolo.

La reputava una cosa deplorevole.
Mentre saliva le scale del motel osservava la longilinea figura di Margot perfettamente consapevole che i rimorsi sarebbero sgorgati più avanti, dopo l’eiaculazione. Non aveva mai provato un esperienza simile ma da giorni, settimane, forse mesi, non aveva altra idea nel cervello. Ed ora era giunto al dunque. L’eccitazione del proibito lo scuoteva sino alle ossa con un viscido brivido urticante. Accostandosi alla porta poggiò una mano sul fianco della ragazza. Lei aprì l’uscio e i due si accomodarono nella scialba tristezza della camera. Un’aria di imbarazzo irrigidiva i loro movimenti. Al pari di cani randagi, evitavano di guardarsi negli occhi l’un con l’altro. Meccanicamente, obbedivano al loro effimero dovere. “Non c’è niente di male” pensò l’uomo. La ragazza, intanto, aveva già preso a sfilarsi i vestiti. “Non c’è niente di male” riprese sbottonandosi la camicia. Alla luce della lampadina il suo corpo inflaccidito appariva ancora più ridicolo del solito. Osservò come il tempo aveva lavorato la sua pelle, disegnandovi una pallida maschera di vecchiaia. Villi privi di melanina peggioravano, qua e là, la visuale.
“Vuoi una mano?”
Chiese Margot mentre attendeva carponi sul bordo del letto.
“Non preoccuparti, sono già pronto” rispose lui in un sorriso mesto. La medicina, gioiello degli spreconi, aveva imparato anche a rizzare gli uccelli più rammolliti. Sospirando, fu dentro. Cominciarono a ondeggiare lentamente, come una coppia di barche ormeggiate in un porto di piacere. Il palmo delle mani dell’uomo sgorgava energia ventrale verso i lombi della giovane fanciulla. Umidi schiocchi epidermici accompagnavano lo scorrere dei secondi, come un orologio inquisitore. “Girati”, le disse.
Margot si voltò dischiudendo i carnosi cancelli. Lui le salì in grembo bloccandosi per un interminabile momento di incertezza. Passandole una mano sul viso, infine, si rivide vent’anni addietro.
“Giulia…”
La ragazza posò un dito sulle sue labbra, impedendogli di proseguire.
“No, ti prego” disse ella “così no.”
“Hai ragione”, fece il vecchio. Rientrò e, lentamente, senza amore, raggiunse l’orgasmo. Si buttò sul letto aspettando la divina punizione ma il benessere, diffuso, non scemava. Sapeva che quel piacere viscerale si sarebbe ben presto tramutato in agonia. Guardò il soffitto, cercò di distrarsi finché uno straziante supplizio non gli squarciò il petto. Eccolo, il rimorso. “Mio Dio, cos’ho fatto?” si domandò irrequieto. Pensò a sua moglie, alla sua famiglia, alla sua bellissima famigliola. Realizzò ciò che effettivamente aveva compiuto. Il passato è il peggior nemico dei colpevoli.
“Andatevene, andatevene dalla mia testa”. Cercava di scacciare quei fantasmi inopportuni. Era turbato, sudava. “Mai più”, giurò sul petto in sovreccitazione “mai più.”
Si levò dal letto disperato.
“Stai bene?” chiese Margot, la sua Giulia.
“No” rispose lui. Poi estrasse dalla tasca due biglietti da cinquanta e li lasciò cadere sul letto. Si rivestì, stordito, avviandosi verso la porta dove la giovane mano della ragazza bloccò la sua fuga vigliacca verso l’oscurità.
“Nonno” disse lei.
Il vecchio si voltò affranto.
“Non dire niente alla mamma.”
Lui rimase immobile nel buio, sotto i riflettori della vergogna.
“Per favore…” ribadì lei.
Accennando un marmoreo cenno di intesa, deglutì quel poco di dignità che ancora gli era rimasto e imboccò le scale.

Uomini e no + Renato Guttuso

Renato Guttuso Crocifissione

DAL TESTO

Questo è il punto in cui sbagliamo. Noi presumiamo che sia nell’uomo soltanto quello che è sofferto, e che in noi è scontato. Aver fame. Questo diciamo che è nell’uomo. Aver freddo. E uscire dalla fame, lasciare indietro il freddo, respirare l’aria della terra, e averla, avere la terra, gli alberi, i fiumi, il grano, le città, vincere il lupo e guardare in faccia il mondo. Questo diciamo che è nell’uomo. Avere Iddio disperato dentro, in noi uno spettro, e un vestito appeso dietro la porta. Anche avere dentro Iddio felice. Essere uomo e donna. Essere madre e figli. Tutto questo lo sappiamo e possiamo dire che è in noi. Ogni cosa che è piangere la sappiamo: diciamo che è in noi. Lo stesso ogni cosa che è ridere: diciamo che è in noi. E ogni cosa che è il furore, dopo il capo chino e il piangere. Diciamo che è il gigante in noi. Ma l’uomo può anche fare senza che vi sia nulla in lui, né patito, né scontato, né fame, né freddo, e noi diciamo che non è l’uomo. Noi lo vediamo. È lo stesso del lupo. Egli attacca e offende. E noi diciamo: questo non è l’uomo. Egli fa con freddezza come fa il lupo. Ma toglie questo che sia l’uomo? Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! O uomo! Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lacrime? Ecco l’uomo. E chi ha offeso che cos’è? Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo. Che cosa può essere d’altro? Davvero il lupo? Diciamo oggi: è il fascismo. Anzi: il nazifascismo. Ma che cosa significa che sia il fascismo? Vorrei vederlo fuori dell’uomo, il fascismo. Che cosa sarebbe? Che cosa farebbe? Potrebbe fare quello che fa se non fosse nell’uomo di poterlo fare? Vorrei vedere Hitler e i tedeschi suoi se quello che fanno non fosse nell’uomo di poterlo fare. Vorrei vederli a cercar di farlo. Togliere loro l’umana possibilità di farlo e poi dire loro: Avanti fate. Che cosa farebbero?
Un corno, dice mia nonna.
Può darsi che Hitler scriverebbe lo stesso quello che ha scritto, e Rosenberg lui pure; o che scriverebbero cretinerie dieci volte peggio. Ma io vorrei vedere, se gli uomini non avessero la possibilità di fare quello che fa Clemm, prendere e spogliare un uomo, darlo in pasto ai cani, io vorrei vedere che cosa accadrebbe nel mondo con le cretinerie loro.

 

ORIGINI

Elio Vittorini – Uomini e No – 1945

Renato Guttutso – Crocifissione – 1941

 

DUE PAROLE

Questi due artisti si accomunano di ascendenti ben precisi: la Sicilia e l’estrema sinistra italiana. Entrambi, impegnati profondamente per la propria terra e il proprio partito, arrivano a comporre le loro due opere più famose nella cornice dei sanguinosi anni ’40. Ma è nell’estrema crudeltà dello spirito umano che l’unione di romanzo e dipinto formano il connubio. E se per una verso Guttuso riesce, con la sua personale “guernica”, a dare colore al teatro emblematico della sofferenza, così Vittorini, con la sua prosa asciuttissima ed onirica, ne riesce ad esaltarne la reale desolazione. “Uomini e no” è uno dei romanzi più significativi sulla lotta partigiana in Italia, forse anche dell’intera letteratura italiana. Le sue parole svuotano, ponendoci lo stesso interrogativo che molti altri pensatori e protagonisti della stessa guerra sono arrivati infine a domandarsi. Cos’è, veramente, un uomo? Il serrato ritmo dei brevi capitoli non lascia spazio a risposte, la voce narrante passa repentinamente a un livello super-partes al fine di richiamare una continua presa di coscienza. Lo sforzo immaginativo è chiamato costantemente all’attenzione. Non v’è spazio per protagonismi, le conseguenze sono date dalla crudeltà degli avvenimenti che, pur ruotando intorno a nomi impersonali, scaraventano il lettore  in quell’incolmabile passaggio che separa la narrazione dalla cruda realtà.

 

p.s. Nota personale, Vittorini sposò la sorella di Quasimodo, Rosa.

Fiesta + Ernst Haas

 

imagesS95I7JR5

 

DAL TESTO

La fiesta esplose a mezzogiorno di domenica 6 Luglio. Non c’è molto alto da descrivere di ciò che avvenne. Era tutto il giorno che arrivava gente dalla campagna, ma si mimetizzavano nella città e non li notavi. Sotto il sole cocente, la piazza era tranquilla come in qualsiasi altro giorno. I contadini erano nelle osterie fuori mano, a bere e a prepararsi alla fiesta. Erano arrivati da poco dalle piane e dalle colline e avevano bisogno di compiere a poco a poco I loro spostamenti di valori. Non potevano cominciare pagando I prezzi dei caffè. Trovavano di che spendere bene I propri soldi nelle osterie. I soldi avevano ancora un valore preciso, in ore di lavoro e staia di grano venduto. Col procedere delle fiesta, non avrebbe più avuto importanza quanto pagavano né dove compravano.

 

ORIGINI

Ernst Haas – Bull fight – http://www.ernst-haas.com/

Ernest Hemingway – Fiesta – (The sun also rises) – 1926

 

DUE PAROLE

Fiesta è un libro giovane e immaturo che Hemingway scrisse con una lucidità disarmante. L’incrocio fra pratica giornalistica e arte narrativa culmina con la cronaca -impeccabile- della scena nell’arena. La danza sensuale fra il giovane torero e il suo unico amico, il toro. Nessuna velleità filosofica sembra nascondersi dietro un romanzo così importante, eppure l’impatto che “The Sun Also Rises” ebbe sulla critica e sulle future generazioni di lettori fu formidabile, si direbbe quasi molto più profondo di quello che il libro stesso voleva sollevare. Qui sta la vera forza dell’Hemingway scrittore e di un nuovo modo di scrollarsi l’ottocento narrativo di dosso. Qui dove, forse, il giovane Ernest pecca ancora di presunzione. La spacconeria di sapersi migliore e talentuoso trasuda in parecchie pagine. Eppure alle limpide carrellate di paesaggi, scene, personaggi e dialoghi, si perdona ogni cosa. Un modo diverso di raccontare, sebbene sotto gli occhi di tutti e tendenzialmente banale, ancora più spettacolare. Paragonabile alla foto di Haas, che seppe, con una semplice esposizione prolungata, regalare dinamismo e originalità allo incantevole spettacolo. Il crudele gioco del torero, ossessionato dalla bellezza, contro l’impulsività ancestrale della bestia, provocata alla vista del rosso, del sangue, della stessa vita.

 

 

Herzog + Amedeo Modigliani

leon-indenbaum-1915

DAL TESTO

“Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog.”

 

ORIGINI

Herzog – Saul Bellow – 1964

Leon Indenbaum – Amedego Modigliani – 1915

 

DUE PAROLE

Una volta lessi una recensione su un disco dei Pixies molto interessante. Parlava di come la loro musica riuscisse ad incanalare tutta la rabbia espressa fino ad allora, catalizzandola e stigmatizzandola, senza mai portarla all’esplosione (ne trovate un esempio qui sotto). La cultura cristiana, così come la maggior parte dei disturbi psicologici moderni, culminano con una redenzione simbolica dell’individuo. Una catarsi, spesso incontrollabile e violenta, che funge da leva liberatrice. Se questo è il comportamento per antonomasia, non solo del singolo uomo, ma dell’intera società e della sua sottomissione ai dolori della vita, della sua meschinità, Herzog allora è l’esempio supremo di violenza repressa e controllata, di estrema comprensione della nostra natura di eterni sconfitti. Impossibilitati a comprenderci, rinunciamo alla lotta in una nuova forma di nichilismo passivo, incapace al rifiuto. Il protagonista, alter ego di Bellow, è un vinto d’immagine dantesca costretto “nel mezzo del cammin di nostra vita” per una selva oscura di doveri. Nella lunga accozzaglia di ricordi, lettere, incontri e riflessioni filosofiche (magistralmente alternati da una voce narrante isterica e irregolare), Moses accetta tutto ciò che succede senza mai reagire. Positivo o negativo che sia, ogni evento viene subito. Persino la follia, cornice perfetta di apertura e chiusura del libro, viene accettata come tutte le altre cose capitategli. Herzog è un libro colossale, profondo, simbolico, ma soprattutto intimo, che non esplode mai, che rasenta costantemente la linea dell’eternità come un coito mancato.

 

Il cavaliere inesistente + Raoul Dufy

Raoul_Dufy,_1914,_Le_Cavalier_arabe_(Le_Cavalier_blanc),_oil_on_canvas,_66_x_81_cm,_Musée_d'Art_Moderne_de_la_Ville_de_Paris..

DAL TESTO

Non era raro imbattersi in nomi e pensieri e forme e istituzioni cui non corrispondeva nulla d’esistente. E d’altra parte il mondo pullulava di oggetti, facoltà e persone che non avevano nome né distinzione dal resto. Era un’epoca in cui la volontà e l’ostinazione d’esserci, di marcare un’impronta, di fare attrito con tutto ciò che c’è, non veniva usata interamente, dato che molti non se ne facevano nulla – per miseria o ignoranza o perché invece tutto riusciva loro bene lo stesso – e quindi una certa quantità ne andava persa nel vuoto. Poteva pure darsi allora che in un punto questa volontà e coscienza di sé, così diluita, si condensasse, facesse grumo, come l’impercettibile pulviscolo acquoreo si condensa in fiocchi di nuvole, e questo groppo, per caso o per istinto, s’imbattesse in un nome e in un casato, come allora ne esistevano spesso di vacanti, in un grado nell’organico militare, in un insieme di mansioni da svolgere e di regole stabilite; e sopratutto – in un’armatura vuota, ché senza quella, coi tempi che correvano, anche un uomo che c’è rischiava di scomparire, figuriamoci uno che non c’è … Cosi aveva cominciato a operare Agilulfo dei Guildiverni e a procacciarsi gloria.

 

ORIGINI

Il cavaliere inesistente – Italo Calvino – 1959

Raoul Dufy – Le Cavalier arabe (Le Cavalier blanc) – 1914

 

DUE PAROLE

La sarcastica e irriverente visione di Calvino nei confronti di tutto quello che è guerra ed organizzazione. Questo romanzo surreale, ambientato in un medioevo dominato dal barbuto Carlomagno, raccontato da una suora curiosa e prolissa, distrugge con la semplicità delle favole per bambini tutto quello che gli adulti prendono sul serio. Nelle prime pagine è lo stesso Re a farne le conseguenze, subendo l’irriverenza di un matto scudiero dai mille nomi. Nel resto delle pagine lo sarà, gradualmente, il lettore stesso. Portato riga dopo riga a trovarsi negli stessi panni del cavaliere inesistente. Realizzando, sbeffeggiato, come tutto ciò che lo circondi non sia che una giustificazione alla sostanza. Per ricoprire il nulla, l’armatura è la miglior corazza. E più il vuoto si espande, più il nostro guscio dovrà risultare spesso. Come a dire che gli ideali, e solo gli ideali, seppur invisibili o intangibili, sempre saranno la vera essenza dell’uomo.

Diario di un seduttore + Elin Danielson

Elin_Danielson-Gambogi

DAL TESTO

“Una ragazza, quindi, non deve essere “interessante”, poiché l’interessante è frutto di una meditazione su se stessi; così, nell’arte, esso finisce con il suo mettere in evidenza la personalità dell’artista. La ragazza che vuole risultare attraente con l’essere interessante, vuole innanzi tutto piacere a se stessa. Ecco l’obiezione che si fa, dal punto di vista estetico, a ogni genere di civetteria. Cosa ben diversa è la civetteria impropriamente detta, che nasce dalla spontaneità; come il pudore femminile, per esempio, che è pur sempre la più bella civetteria. La ragazza interessante può anche piacere, in effetti. Ma ha dovuto rinunciare alla propria femminilità più autentica; del resto, gli uomini da lei attratti sono perlopiù quelli che hanno rinunciato alla propria virilità. Una ragazza diventa interessante sopratutto mettendosi in rapporto con gli uomini. La donna rappresenta il sesso debole, eppure si addice molto più a lei che a un uomo lo starsene in solitudine nella giovinezza. Ella dev’essere capace di bastare a se stessa, ma ciò per cui e in cui ella basta a stessa è in illusione: questo è il dono regale che la natura le ha fatto. Appunto perché riposa nella quiete dell’illusione, la ragazza rimane appartata”

 

ORIGINI

Diario di un seduttore (Da “Aut-Aut”) – Søren Aabye Kierkegaard – 1843

Elin Danielson – Self Portrait

 

DUE PAROLE

Di romanzi epistolari che ci hanno insegnato le vertigini dei sentimenti “erotici” (questo l’aggettivo che lo stesso Kierkegaard ripropone spesso nel testo) ce ne sono stati molti. Su tutti brilla il Werther del Goethe con la sua infinità eredità. Il loro filo conduttore, l’indomabilità del romanticismo e della passione, è ciò che da secoli i pensatori hanno provato a portare sulle pagine con fatica, ovvero l’indicibile mistero che distingue e logora l’animo umano di fronte all’amore. In “Diario di un seduttore”, di umano sembra esserci ben poco. Benché Johannes metta in luce ogni singola zona d’ombra delle sue emozioni, benché sia esso stesso a sezionarsi e denudarsi, il racconto sembra ben al di sopra dell’imprevedibilità degli eventi e delle passioni che così spesso scardinano le nostre vite. L’analisi lucida ed analitica della relazione impostata con la giovane Cordelia è manipolata e decisa scientificamente a tavolino prima ancora che essa s’abbia a manifestare. Tutto è previsto, nulla sembra sfuggire all’onniscente visione del protagonista. Egli anticipa il futuro con la sicurezza degli eventi, con la ragione divina. Realizzando passo dopo passo il suo progetto crudele. La seduzione diventa uno strumento di controllo e terrore. La vittima si trasforma in carnefice secondo un ostentato delirio di onnipotenza dove l’autore pone i più alti quesiti su estetica e volontà.

Sonata a Kreutzer + Johannes Vermeer

Johannes Vermeer Ragazzo seduta ad un virginale 1673

DAL TESTO

Eseguirono la “sonata a Kreutzer” di Beethoven. Lo conosce lei il primo tempo, il ‘presto’ iniziale, lo conosce?! gridò addirittura. “Oh, è qualcosa di terribile quella sonata. E specialmente quel tempo iniziale. Del resto, la musica in generale è una cosa tremenda. Ma che cos’è poi? Io non capisco. Cos’è la musica? Che effetto ha su di noi? E perché ha l’effetto che ha? SI dice che la musica abbia l’effetto di elevare l’animo, ma non è vero, sono sciocchezze! E’ certo che un effetto ce l’ha, un effetto terribile, almeno su di me, ma niente affatto nel senso elevato dell’animo. Essa non ha l’effetto di elevare l’animo, e nemmeno di abbatterlo, bensì quello di eccitarlo. Come potrei spiegartelo? La musica mi costringe a dimenticarmi di me stesso, a dimenticare la mia situazione concreta, e mi trasporta in una situazione diversa, che non è la mia; sotto l’inlfuenza della musica mi sembra di sentire ciò che in realtà non sento, di capire ciò che non capisco, di poter fare cose che in realtà non posso fare. Io me lo spiego nel senso che la musica agisce come uno sbadiglio, come una risata: non ho voglia di dormire, eppure sbadiglio se vedo qualcuno che sbadiglia; e così, anche se non c’è nessuna ragione di ridere, io rido se sento qualcuno che ride.

 

ORIGINI

Johannes Vermeer – Ragazza seduta ad un virginale – 1673

Sonata a Kreutzer – Lev Tolstoj – 1889

 

DUE PAROLE

Questo piccolo romanzo di Tolstoj parla, in realtà, assai poco di musica. Opera molto morale (specie nella chiosa che lo scrittore imbastisce a lungo commento allegato), “Sonata a Kreutzer” si scontra con la sempre complessa morale religiosa dello scrittore. Come “galeotto” fu il libro per Paolo e Francesca, qui, sebbene in termini diversi, lo è la bellissima sonata di Beethoven per piano e violino. La gelosia, male incurabile, nonché perno portante della trama, sfocerà in un omicidio, ripercorso dallo stesso assassino, in un lungo viaggio in treno nella propria memoria.