Paul Auster – La stanza chiusa

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DAL TESTO

Dentro le parole immaginiamo la vera vicenda, e a tal fine ci sostituiamo ai personaggi fingendoci capaci di comprenderli perché comprendiamo noi stessi, forse, e talora cogliamo anche un barlume della nostra identità, ma alla fine non siamo mai sicuri, e col passare delle nostre vite diventiamo sempre più opachi al nostro sguardo, più consci della nostra disorganicità. Nessuno può confidare in un altro – per il semplice motivo che nessuno può accedere a se stesso.

 

DUE PAROLE

L’ultimo libro della trilogia conclude i vari processi di sostituzione dell’io. Il protagonista del romanzo si trova di fronte alla scomparsa del suo amico Fanshawe, del quale prenderà l’intera esistenza. Nel tentativo di redarne la biografia (si scoprirà che Fanshawe era un eccellente pensatore e la sua opera letteraria verrà riconosciuto da pubblico e critica) il protagonista entra lentamente nella sua vita. Prima sposando la moglie, poi prendendosi in carico il figlio, proseguendo con la cura e la stesura delle sue opere stesse, fino al freudiano momento carnale con la madre, posseduta fisicamente in un momento di morbosa passione. Il processo di travaso di personalità avviene nella solita modalità anche nei precedenti scritti: dissoluzione fisica, svuotamento psicologico, incubazione del soggetto protagonista nel nuovo individuo, presa di coscienza, fallimento. Che significato possiamo dare a questa catena? Personalmente, come spesso accade, ho cercato di assegnare la risposta allo stesso autore. Nascosto nel libro terzo, riporto il trafiletto interessante, cardine di questa meravigliosa trilogia dell’incomprensione personale. “La conclusione, tuttavia, mi è chiara. Non l’ho dimenticata, ed è una fortuna che mi sia rimasta almeno quella. Tutta la storia si restringe al suo epilogo, e se ora quell’epilogo non l’avessi dentro di me, non avrei potuto iniziare questo libro. Lo stesso vale per i due che lo precedono, La città di vetro e Fantasmi. In sostanza, le tre storie sono una storia sola, ma ognuna rappresenta un diverso stadio della mia consapevolezza di essa. Non pretendo di aver risolto nessun problema. Voglio solo segnalare che venne un momento in cui guardare ciò che era successo cessò di spaventarmi. Se le parole seguirono, fu unicamente perché non avevo altra scelta che accettarle, addossarmele e andare dove mi portavano. È tanto tempo ormai che lotto per dire addio a qualcosa, ed è la lotta quello che veramente conta. La storia è non è nelle parole: è nella lotta.”

 

INFO UTILI

130 pag – 2 ore di lettura circa

 

ORIGINI

Mark Rothko – Blue and Grey – 1962

Paul Auster – La stanza chiusa – Trilogia di New York – Edizione SuperET (isbn: 9788806220716)

Paul Auster – Fantasmi

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DAL TESTO

Sto cambiando, dice fra sé. Poco alla volta non sono più lo stesso. Questa interpretazione un po’ lo rassicura, per qualche tempo almeno, ma solo per farlo poi sentire più strano di prima. Passano i giorni, e gli riesce difficile liberare la mente dalle immagini della futura signora Blue, soprattutto la notte; e lì, nell’oscurità della sua stanza, supino e a occhi aperti, ne ricostruisce il corpo pezzo dopo pezzo cominciando dai piedi e dalle caviglie, risalendo le gambe e le cosce, arrampicandosi dal ventre ai seni e poi vagando in una paradisiaca morbidezza fino ai glutei, e di nuovo su per la schiena per trovare finalmente il collo e contorcersi verso il suo viso tondo e sorridente. cosa starà facendo in questo momento? si domanda ogni tanto. E che penserà di tutto ciò? Ma non trova mai una risposta soddisfacente. se sulla vicenda di Black sa di inventare un’infinità di storie possibili, sulla futura signora Blue tutto è silenzio, confusione, vuoto.

 

DUE PAROLE

Il secondo libro sviluppa ancora il tema della perdita di identità e del senso di confusione generale del nostro essere. Questa volta, in un gioco di personaggi chiamati con i nomi di colori che curiosamente ricorda le “iene” di Tarantino, l’investigatore di turno – Blue – si perde nuovamente nella vita di un’altra persona -Black- assoldato da una sconosciuta figura – White – gelosamente ossessionato dalla sua signora. Come riassunto nel biblico inizio “In principio c’è Blue. Più tardi c’è White, e dopo ancora Black, e prima del principio c’è Brown”. Avvalendosi del solito senso di ansia, l’autore ribalta lentamente i piani letterari tornando al vecchio cliché della spia che diventa lo spiato, il cacciatore preda e via dicendo. Questa volta il libro cardine è il  Walden, non più Quiscotte, largamente menzionato tra le pagine. Fra i legami più stretti che mi sento di affibbiare a questa lettura, però, c’è la pesantissima influenza di Chesterton. Sono convinto Auster abbia letto e riletto “l’uomo che fu giovedì”. In “fantasmi” v’è un doppio fronzolo logico (qualcuno potrebbe chiamarlo colpo di scena, ma non è il caso) che rivela tutta l’abilità compositiva di Auster. Con un lento meccanismo si capirà che il committente White altri non è che lo stesso Black, e che il taccuino rosso (presente anche in città di vetro) si materializzerà nel libro che reggete in mano. Tre linee precise emergono da questa lettura: l’inutilità delle nostre azioni (Black che assolda Blue per cercare se stesso). La deficienza nel capire chi siamo realmente: il lettore viene portato per mano a trovarsi nei panni di Blue. La complessità dall’amore: rara, forse unica, forza capace di farci comprendere la nostra molteplicità.

 

INFO UTILI

100 pag, 2 ore e mezza di lettura circa.
Opere affini : L’uomo che fu giovedì – Chesterton 

ORIGINI

Mark Rothko – Green Over Blue – 1956

Paul Auster – Fantasmi – Trilogia di New York – Edizione SuperET (isbn: 9788806220716)

Paul Auster – La città di vetro

No 14 White and Greens in Blue

 

DAL TESTO

Mentre girava per la stazione ripensò all’uomo che doveva impersonare. Aveva cominciato a rendersi conto che l’effetto di essere Paul Auster non era del tutto spiacevole. Pur mantenendo lo stesso corpo, la stessa mente, gli stessi pensieri, provava la sensazione di essere stato rapito a se stesso, come se non fosse più obbligato a portare il peso della propria coscienza. Grazie a un semplice trucco intellettuale, a un elementare contorsionismo onomastico, si sentiva comparabilmente più leggero e più libero. Nel contempo sapeva che era tutta un’illusione. Ma questo era anche rassicurante.

 

DUE PAROLE 

Può essere, può essere che “la città di vetro” sia una rivisitazione del Don Chisciotte e che il Paul Auster scrittore (sia quello reale, sia quello comparso nel romanzo), si voglia perdere nella sua mistificazione. La chiave di lettura risulterebbe evidente, non so per le iniziali del protagonista D.Q. ma anche per la manciata di pagine che l’autore spende verso il lettore:

“A mio parere, Don Chisciotte stava compiendo un esperimento. Voleva saggiare la dabbenaggine dei suoi simili. Sarà mai possibile, si chiedeva, pararsi di fronte al mondo e snocciolare menzogne e assurdità come se niente fosse? Dichiarare che i mulini a vento sono cavalieri, che un bacile di barbiere è un elmo, che le marionette sono persone in carne e ossa? Sarà mai possibile persuadere gli altri da darti ragione anche quando non ti credono? In altre parole, fino a che punto la gente avrebbe tollerato lo sproposito se le sproposito la divertiva? La risposta è ovvia, no? All’infinito. Tant’è che il libro lo leggiamo ancora oggi. Con sommo divertimento, per di più. E alla fine è proprio questo che tutti chiediamo a un libro… che di diverta.”

Non penso che la volontà di Auster fosse solo quella di intrattenere. C’è, come per ogni buon libro, molto di più. L’intrattenimento, insomma, non è la causa ma il pretesto per descrivere il nuovo anti eroe moderno, il quale, invece di trionfare nella sua pazzia come il cavaliere della mancha, soccombe tragicamente. Un’agonia più sofferta, in quanto la pazzia è percepita e mai risolta. In una New York dai contorni Kafkiani, nessuno, in questa prima parte di trilogia, sa perché è chiamato a fare quello che fa. La spersonalizzazione, la falsità e la dissolutezza moderna regnano sovrane. Le identità sono riciclate e abbandonate. Un giallo atipico, ambiento nell’ombelico del mondo: una città di vetro che filtra e riflette le immagini dell’odierna follia.

 

INFO UTILI

130 pag, 3 ore di lettura circa.

ORIGINI

Mark Rothko – No 14 White and Greens in Blue

Paul Auster – Città di vetro – Trilogia di New York – Edizione SuperET (isbn: 9788806220716)

Muriel Spark – Gli anni fulgenti di Miss Brodie

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DAL TESTO

Dunque, in questa prospettiva Miss Brodie non aveva nulla di strano, esteriormente. Interiormente, la questione cambiava e rimaneva da vedere a quali estremi la spingesse la sua indole. Esteriormente, Miss Brodie era diversa dal resto delle sue colleghe solo in quanto si trovava ancora in una fase si sviluppo mutevole, laddove le sue colleghe, superati i vent’anni, si erano molto comprensibilmente astenute dal cambiare le loro idee, soprattutto sulle questioni etiche. Non c’è niente che io non possa ancora imparare, ripeteva fiera Miss Brodie. Non era certo una statica Miss Brodie quella che diceva alle sue allieve: “Questi sono gli anni del mio fulgore, e voi ne state godendo i benefici”, bensì una donna la cui natura si evolveva sotto i loro occhi mentre loro stesse si andavano formando. Era in evoluzione, il fulgore di Miss Brodie, quando le ragazze erano già adolescenti da un pezzo. E i principi che governarono l’ultima fase di quel fulgore avrebbero stupito, al suo inizio, perfino lei.

 

DUE PAROLE

Miss Brodie è una giovane insegnante scozzese nel fiore dei suoi anni. La classe di ragazzine che cerca di educare viene catapultata, con un costante uso di flash-forward narrativo, in ciò che le stesse saranno in futuro, cesellando (forse anche imprigionando) le loro più singolari caratteristiche. Un percorso emancipante e puramente femminile, che ci ricorda l’importanza di avere un mentore nella vita, ma soprattutto della velocità con cui, in un non-niente, si possa giungere a contestualizzare la propria esistenza tramite brevissimi tratti, singole decisioni o sfumati ricordi. È proprio con questi che il romanzo si ritrova a combattere. Una riesumata lotta fra razionalità e passione, allo stesso modo in cui una vita si forgia mischiando apprendimento indotto ed esperienza diretta. Gli “anni del fulgore” sono insomma quello che ci resta da godere, ciò che –sotto sotto- nemmeno l’affascinante Jean Brodie riesce a carpire pienamente, intrappolata in uno scomodo idillio che preferirà far rivivere in una delle sue allieve preferite, piuttosto che soccomberne in prima persona.

 

INFO UTILI

140 pag, 3 ore di lettura circa

 

ORIGINI

The prime of Miss Jean Brodie – 1961

Moise Kisling – Ingrid – 1932

Kurt Vonnegut – Quando siete felici fateci caso

Suzanne Valadon autoportrait_1927

 

DAL TESTO

Zio Alex, che è sepolto a Crown Hill insieme a James Whitcomb Riey, mia sorella e i miei genitori, i miei nonni, i miei bisnonni e John Dillinger, pensava che fosse uno spreco terribile essere felici e non rendersene conto.
E io la penso come lui.
Vi hanno chiamato Generazione X. Ma siete una generazione A tanto quanto Adamo ed Eva. Da quanto ho letto nel libro della Genesi, Dio non donò ad Adamo ed Eva un pianeta intero. Gli donò una proprietà di dimensioni gestibili, diciamo, tanto per intenderci, ottanta ettari. E io consiglio a voi, Adami ed Eve, di proporvi come obiettivo quello di prendere una piccola parte del pianeta e metterla in ordine, rendendola sicura, sana di mente e onesta. C’è un sacco di pulizia da fare. C’è un sacco di ricostruzione da fare, sia a livello spirituale che materiale.

 

DUE PAROLE

“Quando siete felici fateci caso” è una raccolta dei punti più interessanti dei “commencement speech”, i discorsi universitari di avvio alla fase adulta della vita, tenuti da Kurt Vonnegut fra il 1978 e il 2004. Come al solito, con il suo umorismo e il suo personalissimo modo di vedere il mondo, Vonnegut riesce a catechizzare i ragazzi senza fare troppe morali. Sdrammatizzando il ruolo della responsabilità senile e responsabilizzando, con una calorosa iniziezione di fiducia, la generazione emergente di giovani che si stanno per affacciare al mondo del lavoro o alla vita non accademica. Un esempio di consiglio celia, tanto per farvi capire il personaggio. “E immagino che tutti voi desideriate, fra le altre cose, fare i soldi e trovare il vero amore. Ve lo dico io come fare i soldi: lavorate molto sodo. Ve lo dico io come trovare l’amore: vestitevi bene e sorridete sempre. Imparate le parole di tutte le canzoni appena uscite. Che altri consigli posso darvi? Mangiate tanta crusca in modo che la vostra dieta abbia il necessario apporto di fibre. L’unico conisglio che mio padre mi abbia mai dato è stato questo: “Non ti ficcare niente nelle orecchie”. Dentro le orecchie ci sono le ossa più piccole di tutto il corpo umano, lo sapete?, e anche il senso dell’equilibrio. Se vi maltrattate le orecchie, rischiate non solo di diventare sordi, ma anche di cadere per terra in continuazione. Quindi lasciatele in pace.”

 

INFO UTILI

105 pagine, 2 ore di lettura circa

 

ORIGINI

Quando siete felici fateci caso – Kurt Vonnegut – 2015, ISBN 9788875216320

Suzanne Valadon –  Autoportrait – 1927

 

Samuel Beckett – Malone muore

morgan russell

 

DAL TESTO

La mia situazione è molto delicata. Quante belle cose, quante cose importanti, rischio di perdere per paura, paura di ricadere nell’antico errore, paura di non finire in tempo, paura di godere, un’ultima volta, d’un ultimo fiotto di tristezza, d’impotenza e di odio. Le forme sono varie dove l’immutabile si consola d’essere informe. Eh sì, sono sempre andato soggetto ai pensieri profondi. Dopotutto importa poco finire, devo averlo già detto. La velleità in se non ha nulla di particolarmente disonorevole. Ma è di questo che si tratta? Ci sono buone probabilità. Io voglio solo che il mio ultimo pensiero si esprima fino all’estremo istante, devo aver cambiato idea. Tutto qui, mi capisco. Se la vita venisse a mancare, lo sentirò.

 

DUE PAROLE

Malone è prossimo alla morte nel suo letto, nudo e semi immobile. Con una matita che perde in continuazione inizia a raccontare la volontà della sua fine. Ma il testo non ha a che fare né con il romanzo tradizionale, né con l’arte oratoria, né con il protagonista e nemmeno con il narratore. Malone divaga con il pensiero, ispirato dalla porzione di mondo che vede dall’unica finestra a disposizione e dagli sparuti oggetti che lo circondano (su tutti, un vecchio bastone). La narrazione diventa presto sistematica ed eterea in una perfetta corrispondenza con la camera che lo ospita. Piccola, bianca, asettica, limitata. Una lunga metafora del senso della vita e dalla sua dimensione. Un viaggio esplorativo che ci permette di capire quanto incida il pensiero – la coscienza – in questo breve e limitato tragitto che ci deve accompagnare alla tomba.
INFO UTILI

150 pag – 3 ore e mezza di lettura circa

ORIGINI

Samuel Beckett – Malone meurt (1951)
Morgan Russell – nudo

 

Henry David Thoreau – Disobbedienza civile

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DAL TESTO

Quindi lo stato non si confronta mai volutamente con i sentimenti umani, intellettuali o morali dell’individuo, ma solo con il suo corpo, con i suoi sensi. Non è attrezzato con spirito o onestà superiori, ma con una superiore forza fisica. Non ero nato per essere costretto. Voglio seguire il mio respiro. Vediamo chi è il più forte. Quale forza ha una moltitudine? Possono solo costringermi ad obbedire ad una legge più alta della mia, mi costringono a diventare come loro. Non so di uomini costretti a vivere in questo modo o in un altro da masse di uomini. Che tipo di vita sarebbe quella?

 

DUE PAROLE

La profondissima presa di coscienza di Thoreau parte sempre dall’individuo, dal soggetto e dalla sua intelligenza. Disobbedienza civile è un saggio che insegna a pensare nella massa e non con la massa, distinguendoci per l’unica singolarità cui disponiamo, ovvero la coscienza individuale. È un pensiero non ancora raffinato, che si chiude con un auspicio positivo al futuro, l’attesa di una forma di governo più efficace della democrazia (strumento valido, ma per nulla perfetto). Un dilemma forse irrisolvibile. Thoreau rifiuta l’obbedienza allo Stato in maniera intima e non violenta. In maniera immediata.

(…)

Ma un governo in cui la maggioranza comanda in tutti i casi, non può essere basato sulla giustizia, anche nei limiti in cui gli uomini la comprendono. Non ci può essere un governo nel quale non siano le maggioranze a decidere virtualmente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma la coscienza? Nel quale le maggioranze decidano solo su quelle questioni cui è applicabile la regola dell’opportunità? Deve il cittadino, anche solo per un momento, anche in minima parte, mettere la propria coscienza nelle mani del legislatore? Perché, allora, ogni uomo possiede una coscienza? Penso che bisognerebbe essere prima uomini e poi sudditi. Non è desiderabile coltivare il rispetto per la legge con la stessa intensità con cui si coltiva il rispetto per il giusto. L’unico obbligo che ho il diritto di assumermi è di fare in qualsiasi momento ciò che ritengo giusto.

(…)

È una democrazia, così come noi la conosciamo, l’ultimo miglioramento possibile del governo? Non è possibile fare un ulteriore passo verso il riconoscimento e l’organizzazione dei diritti dell’uomo? Non ci sarà mai uno stato talmente libero ed illuminato, finché lo stato non arriva a riconoscere l’individuo come un potere superiore e indipendente, da cui derivano tutta la sua potenza e la sua autorità, e lo tratta di conseguenza. Mi piace immaginare uno stato che finalmente può permettersi di essere giusto con tutti gli uomini, e di trattare l’individuo con rispetto come un vicino; uno stato che non pensi che si addirittura in contrasto con la propria tranquillità se alcuni decidono di vivere lontano da esso, non immischiandosi con esso, senza farsene sopraffare, avendo adempiuto tutti i loro doveri di vicini e esseri umani. Uno stato che producesse questo genere di frutti e li lasciasse cadere non appena maturi, preparerebbe la strada ad uno stato ancora più perfetto e glorioso, che pure ho immaginato, ma non ho ancora visto in alcun luogo.

 

INFO UTILI

90 pag, 1h e mezza di lettura circa (compreso testo di Marco Denti)

 

ORIGINI

Civil disobbedience – 1849 – mattioli1885 – ISBN 9788862612821
Jasper Johns – American Flag

Giuseppe Tomasi di Lampedusa – Il Gattopardo

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DAL TESTO 

Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semi-desti; da ciò che il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane; le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l’incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto.

 

DUE PAROLE

Il sonno, la morte l’immobilità e l’oblio. Il macabro fascino della decadenza, della polvere, del lento tentativo di fermare il tempo nella sua eternità. Tomasi di Lampedusa dipinge perfettamente la malia siciliana in un romanzo tanto provinciale quanto caratteristico e profetico. Un monito a qualsiasi paese restio al progresso. La semplicità della riflessione, la portanza di una frase tanto banale quanto incisiva, in quel “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Un concetto talmente eterno da trovare sbocco ad ogni livello pratico. Si pensi ai lavaggi di immagine, alle campagne pubblicitarie, alle rivoluzioni apparenti nella storia dell’umanità. Con vivo ricordo al finale del capolavoro di Orwell, 1984, penso all’obiettivo ultimo di ogni élite governativa: il sostentamento della sua eterna continuazione. Il mantenimento del suo potere. Lo sa benissimo Don Fabrizio, già bramoso di morte. Il pretesto è dei più caratteristici, uno scontro generazionale fra il nuovo che avanza (Tancredi, Angelica, Garibaldi e l’Italia stessa) ed il sistema che vuole mantenersi (la Sicilia culturale, non geografica). La catarsi si compie, effettivamente. Non è importante chi deterrà il potere. È fondamentale che il potere stesso venga costantemente prolungato. Alla fine del romanzo, effettivamente, tutto è cambiato, il gattopardo morto, la nuova nazione creata. Ma come il cane Bendicò, tornato polvere ammucchiata, riposa nell’oblio, anche il nuovo paese e la nuova società, dovranno fare i conti con la loro non eterna esistenza. Specialmente con la loro medesima fine.

 

INFO UTILI

280 pag, 9 ore di lettura circa
opere affini: Simonetta Agnello Hornby, La monaca

 

ORIGINI

Giuseppe Tomasi di Lampedusa – Il gattopardo – 1958
Pompeo Mariani

Knut Hamsun – Fame

Osvaldo Licini, “Amalasunta occhio giallo”, 1950

 

 

DAL TESTO

Perché mi preoccupavo di ciò che dovevo mangiare, di ciò che dovevo bere, del modo di vestire questo miserabile sacco di vermi che chiamano corpo mortale? Non ci aveva già pensato forse il mio Padre celeste come per i passeri del cielo, e non mi aveva forse fatto la grazia di indicare con la Sua mano, me, Suo umile servo? Dio aveva messo un dito nella rete dei miei nervi portando delicatamente un po’ di disordine fra tutti quei fili. Poi aveva ritirato il dito e, guarda un po’, vi erano rimaste attaccate alcune piccole fibre, pezzettini di nervi, di radici. E quel dito aveva lasciato anche il buco aperto, ed era il dito di Dio e a quel dito erano dovute anche le ferite del mio cervello. Ma dopo avermi toccato col dito Dio mi lasciò, non mi toccò più e non mi fece più alcun male; mi lasciò andare in pace col buco aperto. E nulla di male mi verrà da Lui, da Lui che è il signore per tutta l’eternità…

 

DUE PAROLE

La fame di Hamsun è un campanello che suona ogni volta che l’uomo prova ad elevarsi, il costante richiamo alla terra e alla nostra natura mortale di esseri soccombenti. Il peregrinare per Christiania (l’attuale Oslo) del protagonista in preda a personali deliri dettati dal freddo e dalla mancanza di cibo viene raccontato in maniera lisergica e deviata, in costante colloquio con la più lucida follia. “Fame” parla, più che dell’assenza di cibo, di una reale mancanza di speranza intellettuale. “Fame” è una percezione, uno stato di esistenza. Percepibile con il corpo ma sviluppabile dal pensiero. È il nostro privilegio e la nostra croce, una visione leopardiana della vita, giustificata in quei miseri sprazzi di bellezza dal dolore e dalla sofferenza. Lo spiega lo stesso autore in un passaggio illuminante: “Ecco, le cose stanno in questo modo: la mia povertà ha acuito in me certe facoltà al punto che talvolta mi provocano vere sofferenze. Sì, vi assicuro, vere sofferenze, purtroppo. Ma anche questa sensibilità ha i suoi vantaggi. In certe situazioni mi è di aiuto. Il povero intelligente è un osservatore assai più sottile che non il ricco intelligente. A ogni passo che fa, il povero si guarda attorno e tende l’orecchio diffidente da tutte le parole di color che incontra. Ogni suo passo presenta, per così dire, un compito, una fatica ai suoi pensieri e sentimenti. Egli ha l’udito acuto e sensibile, è esperto e ha l’anima segnata da cicatrici”.
Il privilegio di soffrire porta consapevolezza.

 

INFO UTILI

Pag 180, 4 ore e mezza di lettura circa
Letture affini : Max Blecher – Accadimenti nell’irrealtà immediata

 

ORIGINI 

Knut Hamsun – Fame (Sult) – Gli adelphi edizione
Osvaldo Licini, “Amalasunta occhio giallo”, 1950

Harper Lee – Il buio oltre la siepe

mary cassatt Portrait of mrs curry

 

DAL TESTO

“Facciamo un bambino di neve, Jem?”
“No, un vero uomo di neve. Però dobbiamo lavorare sodo!”
Jem corse in cortile, prese la zappa e cominciò a scavare in fretta dietro la catasta della legna, scansando tutti i tarli che trovava. Entrò in casa, ne uscì con il cesto per il bucato, lo riempì di terra e lo portò in giardino.
Quando avemmo a disposizione cinque cesti pieni di terra e due pieni di neve, Jem disse che eravamo pronti e potevamo cominciare.
“Ma non credi che verrà fuori un grande pasticcio?” chiesi.
“Ti sembra adesso”, rispose, “ma non lo sarà, dopo!…”
Radunò una bracciata di terra e, battendola contro le mani, ne fece un monticello sul quale aggiunse altra terra ancora finché non ebbe costruito una specie di tronco umano.
“Jem non ho mai sentito parlare di un pupazzo negro”, dissi.
“Adesso è nero, ma poi vedrai!” borbottò.

 

DUE PAROLE

Romanzo ambientato nell’Alabama degli anni 30. Harper Lee si avvale dello sguardo di Scout, una bimba di nove anni, voce e testimone della narrazione. Nella sua precoce astuzia, accompagnata dal fratello Jem, Scout seguirà le gesta di suo padre, l’avvocato Atticus Finch, alle prese con la difesa di un uomo di colore accusato di stupro. Il microcosmo che racchiude la vicenda è la cittadina di Maycomb dalle tradizioni assai radicate e dal pregiudizio irremovibile. Pilastro della riflessione è il titolo originale dell’opera (come spesso accade, completamente stravolto nella traduzione italiana) “uccidere un usignolo”. Ovvero l’interrogazione sulla natura degli esseri viventi, e sul giudizio che la società, dettata dalla morale, esercita su di loro. La metafora è innescata verso la metà de l romanzo, quando ai due bambini viene regalato un fucile giocattolo con il quale avrebbero la possibilità di uccidere piccoli animali e friguelli. Tutte le quattro figure principali, nel romanzo, arrivano ad affrontare la natura ferale dell’uomo. Lo fa il padre, Atticus, che da giovane fu il migliore tiratore della contea e che da adulto ripudia ogni forma di violenza. Lo fa la piccola Scout, forte della sua innocenza, nel momento in cui tranquillizza il padre per la morte del suo aggressore. Lo fa il signor Ewell, nel rifiuto della sua colpevolezza e nella brutale aggressione ai ragazzini indifesi. Lo fa Tom Robinson, quando quasi vicino alla sua improbabile assoluzione decide di scappare dal carcere perdendo la vita e la remota possibilità di lavare l’accusa che portava tutta la sua comunità. Il messaggio è semplice: sono spesso gli innocenti a rimetterci quando la bestialità e l’istinto primitivo vincono sul nostro intelletto. E il pregiudizio razziale è, purtroppo, ancora  un imprevedibile riflesso da curare.

 

(Si noti che, nei giorni in cui scrivo, il dibattito razziale è quanto mai acceso in America in seguito ai numerosi casi di violenza, abuso e omicidio verso persone di colore da parte della polizia di stato. Solo per citarne alcuni: nel febbraio 2012, un ragazzo di colore disarmato di 17 anni è stato ucciso dalla polizia. l’8 Agosto 2014 un ragazzo di 18 anni di colore non armato è stato ucciso con numerosi colpi di arma da fuoco a Ferguson, ne è scaturita una rivolta cittadina. il 2 marzo 2015 è stato ucciso un senzatetto dalla polizia nel mezzo di una strada di Los Angeles. il 20 marzo  un uomo è stato ucciso sulla porta di casa dalla polizia a Dallas; il 10 Aprile 2015 un poliziotto bianco ha ucciso per sbaglio un uomo nero, senza apparente motivo; Il 28 aprile a Detroit, un ragazzo di colore sospettato di rapina è stato ucciso da un poliziotto. Sempre in Aprile, Baltimora è stata messa a ferro e fuoco da una rivolta cittadina dopo la morte di un ragazzo di colore deceduto a seguito del suo arresto con la spina dorsale spezzata)

 

INFO UTILI

290 pag. – 7 ore e mezza di lettura circa

 

ORIGINI

To kill a mockingbird – Harper Lee – 1960
Mary Cassatt – Portrait of Mrs Curry